Serbia, gli studenti abbattono il potere di Vučić dopo 14 anni: cosa cambia per l’Europa

La Lista Studentesca promette riforme democratiche, ma su Russia, Cina e Kosovo mantiene posizioni che complicano il rapporto con Bruxelles
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Seggio elettorale per le elezioni parlamentari anticipate della Serbia
Seggio elettorale per le elezioni parlamentari anticipate della Serbia (Afp)

La Serbia cambia pagina dopo quattordici anni di dominio politico di Aleksandar Vučić, l’uomo forte di Belgrado che dal 2012 ha progressivamente concentrato il potere nelle proprie mani, mantenendo il Paese in equilibrio tra Unione europea, Russia e Cina. Alle elezioni parlamentari anticipate di domenica 25 ottobre, la coalizione guidata dall’ex presidente è stata sconfitta dalla Lista Studentesca, un movimento nato dalle proteste contro la corruzione esplose nel novembre 2024 dopo il crollo di una pensilina ferroviaria a Novi Sad, costato la vita a sedici persone. Con il 52,7% dei voti e una maggioranza assoluta di circa 139 seggi sui 250 del Parlamento, gli studenti hanno ottenuto una vittoria che fino a pochi mesi fa appariva difficile da immaginare, mettendo fine a un sistema politico che sembrava in grado di resistere tanto alle manifestazioni di piazza quanto alle accuse di autoritarismo e di controllo dell’informazione.

Il risultato segna una svolta per uno dei Paesi più importanti dei Balcani occidentali, candidato all’ingresso nell’Unione europea dal 2012, ma da anni al centro delle preoccupazioni di Bruxelles per il deterioramento dello Stato di diritto, i rapporti con Mosca e la questione irrisolta del Kosovo. La sconfitta di Vučić apre ora la possibilità di un cambiamento profondo negli equilibri interni della Serbia, anche se non necessariamente nella sua politica estera. La nuova maggioranza promette di combattere la corruzione, rafforzare l’indipendenza della magistratura e restituire autonomia alle istituzioni, ma non intende aderire alle sanzioni europee contro la Russia, continua a considerare il Kosovo parte del territorio serbo e vuole conservare gli stretti rapporti economici con la Cina. Una combinazione che pone Bruxelles davanti a un interrogativo tutt’altro che secondario: la fine dell’era Vučić basterà a riportare la Serbia sulla strada dell’integrazione europea?

Da Novi Sad alle urne, i due anni che hanno cambiato la Serbia

Il 1° novembre 2024, il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone, in una struttura recentemente interessata da lavori di ristrutturazione nell’ambito di un progetto infrastrutturale che coinvolgeva imprese cinesi. La tragedia alimentò immediatamente le accuse di corruzione e opacità nella gestione degli appalti pubblici, diventando il punto di partenza di una mobilitazione destinata ad assumere dimensioni nazionali.

Le prime manifestazioni si svolsero a Novi Sad già nei giorni successivi al disastro, mentre in diverse città cominciarono a diffondersi commemorazioni silenziose di quindici minuti, in memoria delle vittime inizialmente accertate. Il coinvolgimento delle università assunse una dimensione decisiva alla fine di novembre, dopo che alcuni studenti e docenti della Facoltà di Arti drammatiche di Belgrado furono aggrediti durante una commemorazione il 22 novembre. La protesta contro quell’episodio contribuì all’avvio delle occupazioni universitarie, che nel giro di poche settimane si estesero da Belgrado a Novi Sad, Niš, Kragujevac e ad altri centri del Paese.

In questa prima fase le richieste erano soprattutto rivolte al funzionamento della giustizia e delle istituzioni: pubblicazione integrale della documentazione relativa alla ristrutturazione della stazione, accertamento delle responsabilità del crollo, perseguimento degli aggressori dei manifestanti e cessazione delle pressioni sugli studenti. Le occupazioni degli atenei e i blocchi stradali furono accompagnati da iniziative pubbliche sempre più partecipate, alle quali si unirono insegnanti, agricoltori, lavoratori e cittadini estranei al mondo universitario.

All’inizio del 2025, quella che il governo aveva inizialmente considerato una protesta destinata a esaurirsi aveva ormai acquisito una dimensione nazionale. Le manifestazioni si susseguirono nelle principali città serbe, fino alla grande mobilitazione del 15 marzo a Belgrado, alla quale parteciparono, secondo alcune stime indipendenti, tra 275mila e 325mila persone. Nel corso della giornata i manifestanti denunciarono anche il presunto impiego di un dispositivo sonico per disperdere la folla, circostanza contestata dalle autorità.

Fu nella primavera del 2025 che il movimento compì il passaggio più importante sul piano politico. Il 5 maggio, dopo mesi di mobilitazione, gli studenti chiesero esplicitamente lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni anticipate, sostenendo che senza un cambiamento degli equilibri di potere non sarebbe stato possibile ottenere una risposta credibile alle richieste di trasparenza e responsabilità avanzate dopo Novi Sad.

Le proteste proseguirono durante l’estate, con nuove manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine. Le autorità accusarono ripetutamente gli organizzatori di voler destabilizzare il Paese e favorire interessi stranieri, mentre il movimento denunciò arresti, intimidazioni e pressioni sui dipendenti pubblici e sul personale universitario che aveva sostenuto la mobilitazione. Parallelamente, gli studenti ampliarono la propria presenza fuori dalle grandi città, organizzando incontri nei piccoli centri e costruendo una rete di contatti che si sarebbe rivelata decisiva nella successiva campagna elettorale.

La mobilitazione continuò anche nel 2026, quando l’ipotesi di una partecipazione diretta alle elezioni divenne progressivamente concreta. Vučić, che aveva costruito il proprio predominio politico prima come primo ministro, dal 2014 al 2017, e successivamente come presidente della Repubblica, scelse infine di convocare elezioni anticipate per il 25 ottobre, dopo essersi dimesso dalla presidenza nel settembre 2026 per candidarsi alla guida del governo.

La Lista Studentesca, presentata ufficialmente nel settembre 2026 con il nome ‘Studenti pobeđuju’ (‘Gli studenti vincono’), rappresentò il risultato di questa trasformazione. La formazione depositò 250 candidature, selezionate attraverso un processo di confronto interno al movimento, e raccolse decine di migliaia di firme per partecipare al voto. Non si trattava di un partito tradizionale, né di un’organizzazione costruita intorno a un leader: accanto agli studenti figuravano professori universitari, medici, ingegneri, lavoratori e personalità del mondo culturale e sportivo, unite soprattutto dalla volontà di interrompere il sistema di potere del Partito progressista serbo (Sns).

La scelta di mantenere una struttura collettiva consentì al movimento di raccogliere consensi trasversali, ma portò anche nella stessa lista sensibilità politiche differenti, comprese posizioni liberali, conservatrici e nazionaliste. Diversi partiti dell’opposizione tradizionale rinunciarono a presentare candidature autonome, favorendo la concentrazione del voto contrario a Vučić.

La campagna elettorale si svolse in un clima segnato dalle accuse di squilibrio nell’accesso ai mezzi d’informazione e dalle tensioni tra il governo e le redazioni indipendenti. La crisi del gruppo United Media e le dimissioni di giornalisti dell’emittente N1 alimentarono ulteriori preoccupazioni sul pluralismo, mentre la rimozione dal palinsesto del programma satirico di Zoran Kesić divenne uno dei casi più discussi delle settimane precedenti al voto. Secondo l’organizzazione indipendente Crta, un comizio dell’Sns fu trasmesso in diretta da 46 emittenti televisive, un dato significativo della sproporzione nell’accesso ai media denunciata dagli osservatori.

Il 25 ottobre, un’affluenza del 68,78%, pari a oltre 4,2 milioni di elettori, contribuì a trasformare la lunga mobilitazione in una vittoria parlamentare. La Lista Studentesca conquistò più della metà dei voti, superando nettamente la coalizione dell’ex presidente, che riconobbe la sconfitta nella serata di domenica. Le immagini delle strade di Belgrado gremite di manifestanti in festa richiamarono inevitabilmente quelle dell’ottobre 2000, quando una grande mobilitazione popolare aveva costretto Slobodan Milošević ad accettare la sconfitta elettorale e ad abbandonare il potere.

SERBIA POLITICS VOTE ELECTION
I sostenitori della Lista degli Studenti si riuniscono presso l’edificio dell’assemblea Nazionale mentre celebrano la loro vittoria nelle elezioni parlamentari serbe, a Belgrado nelle prime ore del 26 ottobre 2026 (Afp)

Chi sono gli studenti che hanno sconfitto Vučić

Il carattere eterogeneo della Lista Studentesca rappresenta uno degli aspetti più originali della vittoria elettorale. I suoi candidati sono stati individuati attraverso assemblee universitarie e consultazioni nazionali, con l’obiettivo dichiarato di evitare la riproduzione di quelle gerarchie personali che hanno caratterizzato per decenni la politica serba. Il criterio fondamentale per la selezione era l’assenza di precedenti incarichi di vertice nelle formazioni politiche tradizionali, nella convinzione che il cambiamento dovesse passare anche attraverso una nuova classe dirigente.

Il primo nome della lista è quello di Ilija Srdanović, cardiologa e docente universitario di 56 anni, che ha rifiutato di essere considerato la leader del movimento. Tra i candidati figurano anche personalità provenienti dal mondo della cultura e dello sport, compreso Dejan Bodiroga, ex campione di basket e presidente di EuroLeague Basketball. Una composizione che riflette il tentativo di rappresentare settori differenti della società, senza adottare una collocazione ideologica rigidamente definita.

La piattaforma politica è costruita soprattutto attorno alla lotta alla corruzione e alla necessità di restituire indipendenza alle istituzioni. Tra le proposte figurano la creazione di strutture investigative autonome, il sequestro dei patrimoni acquisiti illegalmente, una maggiore trasparenza nella gestione degli appalti pubblici e procedure di selezione del personale amministrativo sottratte all’influenza dei partiti.

Accanto alle riforme istituzionali compaiono misure economiche e sociali, dalla riduzione dei prezzi dei medicinali alla distribuzione gratuita dei libri scolastici, fino al contrasto dei monopoli nella grande distribuzione. Il programma cerca così di intercettare non soltanto la domanda di cambiamento democratico, ma anche le difficoltà economiche di una popolazione che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con l’aumento del costo della vita e con persistenti disuguaglianze territoriali.

La Serbia cambia governo, ma non necessariamente politica estera

La sconfitta di Vučić è stata accolta favorevolmente dalle principali istituzioni europee, che da anni sollecitano Belgrado a rafforzare lo Stato di diritto, garantire l’indipendenza della magistratura e tutelare il pluralismo dell’informazione. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha offerto sostegno alle riforme democratiche, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito l’appoggio al percorso europeo della Serbia e il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha confermato l’importanza strategica dell’allargamento ai Balcani occidentali.

L’orientamento internazionale dei vincitori, tuttavia, non coincide necessariamente con le aspettative di Bruxelles. Nel programma presentato durante la campagna elettorale, la Lista Studentesca ha rivendicato il mantenimento di una politica estera fondata sulla tutela degli interessi nazionali, rifiutando l’introduzione di sanzioni contro la Russia e confermando l’interesse a conservare relazioni stabili con Mosca.

La posizione appare particolarmente significativa alla luce delle pressioni esercitate dall’Unione europea sui Paesi candidati affinché si allineino progressivamente alla politica estera e di sicurezza comune. La Serbia, pur avendo riconosciuto l’integrità territoriale dell’Ucraina, ha finora evitato di aderire alle misure restrittive europee contro il Cremlino, distinguendosi dalla maggior parte degli altri Paesi impegnati nel processo di adesione.

Gli studenti intendono mantenere questa impostazione, richiamando la necessità di preservare l’autonomia diplomatica di Belgrado e gli interessi economici nazionali. Si tratta di una posizione che riflette anche l’orientamento di una parte consistente dell’opinione pubblica serba, nella quale la diffidenza nei confronti delle sanzioni economiche internazionali continua a essere alimentata dall’esperienza storica degli anni Novanta.

La questione non è soltanto diplomatica. La Serbia conserva importanti legami energetici con la Russia, dai contratti per la fornitura di gas alla partecipazione russa nella compagnia petrolifera NIS, coinvolta nelle sanzioni statunitensi e oggetto di una complessa trattativa per il riassetto proprietario. Il sistema di collegamenti energetici con l’Ungheria conferma inoltre quanto le infrastrutture dei Balcani siano intrecciate con gli interessi di Mosca e con le strategie degli Stati membri dell’Ue.

Durante la campagna elettorale Vučić aveva sostenuto che i suoi avversari, una volta arrivati al governo, avrebbero finito per modificare la propria posizione e introdurre sanzioni contro la Russia entro la primavera del 2027. La previsione dell’ex presidente non trova però riscontro negli impegni ufficiali assunti dalla Lista Studentesca, che ha continuato a escludere questa possibilità.

La continuità riguarda anche le relazioni con la Cina, diventata negli ultimi anni uno dei principali partner economici asiatici della Serbia attraverso investimenti industriali, infrastrutturali e commerciali. Le imprese cinesi sono presenti in settori strategici dell’economia nazionale e Pechino considera il Paese un importante punto di collegamento con i mercati dell’Europa centrale e orientale.

Il nuovo movimento non intende interrompere questa cooperazione, ma semmai ampliarla ad altri settori, compreso quello tecnologico. Una scelta che conferma come il cambiamento politico interno non coincida necessariamente con un riallineamento internazionale: la Serbia uscita dalle urne vuole riformare il funzionamento dello Stato, ma non sembra intenzionata ad abbandonare la tradizionale politica di equilibrio tra le grandi potenze.

Il Kosovo rimane il principale ostacolo all’integrazione europea

Un’altra questione destinata a condizionare i rapporti tra Belgrado e Bruxelles è il Kosovo, che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza nel 2008 e che la Serbia continua a considerare parte del proprio territorio. La Lista Studentesca condivide questa posizione, richiamandosi alla Costituzione serba e alla necessità di tutelare le comunità serbe residenti nella regione, soprattutto nelle municipalità settentrionali.

Il programma del movimento prevede il rafforzamento delle istituzioni scolastiche e sanitarie sostenute economicamente dalla Serbia, la tutela dei diritti della popolazione serba e il mantenimento di legami amministrativi con Belgrado. Alcuni esponenti della nuova maggioranza hanno inoltre contestato gli accordi raggiunti negli ultimi anni con Pristina su questioni concrete, dall’energia alle targhe automobilistiche fino alla circolazione della valuta serba.

Su questo terreno il nuovo governo si colloca sostanzialmente nel solco della politica estera tradizionale di Belgrado, mentre Bruxelles continua a considerare la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo una condizione indispensabile per far avanzare il processo di adesione all’Unione europea.

Le difficoltà non riguardano soltanto il rapporto tra i due governi. Nel rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 ottobre, il rappresentante speciale del segretario generale Peter Due ha richiamato l’attenzione sulle persistenti tensioni tra le comunità, sulle controversie relative ai diritti di proprietà e sulle difficoltà di reintegrazione dei magistrati serbi nelle istituzioni kosovare.

Il rappresentante delle Nazioni Unite ha inoltre segnalato i problemi legati alla chiusura di istituzioni sanitarie e scolastiche sostenute da Belgrado e le preoccupazioni delle comunità serbe riguardo al trattamento delle minoranze. Allo stesso tempo, ha preso atto dei progressi nella formazione delle istituzioni kosovare dopo una lunga fase di incertezza politica, invitando entrambe le parti a riprendere il dialogo e ad applicare gli accordi già sottoscritti.

Il nuovo governo serbo dovrà quindi confrontarsi con una situazione nella quale le tensioni restano elevate e il percorso diplomatico procede lentamente. La vittoria degli studenti non garantisce un cambiamento di posizione sul riconoscimento del Kosovo, né offre automaticamente una soluzione alle controversie territoriali e amministrative che da anni ostacolano la normalizzazione delle relazioni con Pristina.

Il problema assume un rilievo particolare per l’Unione europea, che negli ultimi anni ha cercato di rilanciare il dialogo attraverso accordi destinati a migliorare le condizioni delle comunità locali e a ridurre il rischio di nuove crisi. La difficoltà di ottenere risultati concreti dimostra quanto la questione kosovara continui a rappresentare uno degli ostacoli più complessi all’integrazione europea della Serbia, indipendentemente dall’identità del governo in carica a Belgrado.

Perché la vittoria degli studenti non basta ad aprire le porte dell’Unione europea

La Serbia ha ottenuto lo status di Paese candidato all’adesione all’Unione europea nel 2012 e ha aperto i negoziati nel 2014, ma il percorso si è progressivamente rallentato a causa delle criticità relative al funzionamento delle istituzioni democratiche, alla libertà dell’informazione e ai rapporti con il Kosovo. Il governo di Vučić ha continuato a presentare l’integrazione europea come un obiettivo strategico, senza però abbandonare quella politica di equilibrio tra Occidente e Russia che ne ha caratterizzato l’intera esperienza al potere.

La vittoria della Lista Studentesca modifica profondamente gli interlocutori di Bruxelles e potrebbe favorire una maggiore collaborazione sulle riforme interne, soprattutto perché il nuovo movimento ha costruito il proprio consenso sulla lotta alla corruzione e sul ripristino della credibilità delle istituzioni. Il programma elettorale, tuttavia, non contiene un impegno esplicito ad accelerare l’adesione all’Ue, preferendo valorizzare i benefici degli accordi economici già in vigore e rafforzare i rapporti bilaterali con alcuni Paesi europei.

È una posizione che potrebbe consentire al futuro esecutivo di sviluppare le relazioni commerciali con l’Europa mantenendo un margine di autonomia nelle scelte diplomatiche, ma che difficilmente basterebbe a superare le condizioni politiche poste dalle istituzioni comunitarie.

Nel luglio 2026 il Parlamento europeo ha ribadito che l’avanzamento dei negoziati di adesione deve essere accompagnato da progressi verificabili sullo Stato di diritto, sulla libertà dei media e sull’indipendenza della magistratura, oltre che da un maggiore allineamento alla politica estera europea, comprese le sanzioni nei confronti della Russia.

Per Bruxelles, quindi, il problema non sarà soltanto verificare se il nuovo governo serbo riuscirà a smantellare le strutture di potere consolidate durante gli anni di Vučić, ma anche capire quanto sarà disposto ad avvicinarsi alle posizioni dell’Unione nelle principali questioni internazionali.

Nell’ambito del più ampio processo di allargamento ai Balcani occidentali, l’Ue sta cercando di accelerare l’integrazione economica dei Paesi candidati attraverso un accesso graduale ad alcuni benefici del mercato unico e nuovi strumenti di sostegno finanziario. Per la Serbia, che intrattiene con l’Unione europea la parte principale dei propri scambi commerciali, si tratta di una prospettiva rilevante, soprattutto in una fase in cui il nuovo governo dovrà dimostrare di saper trasformare il consenso elettorale in risultati concreti.

Non è escluso, dunque, che il rapporto tra Belgrado e Bruxelles possa migliorare sul piano delle riforme democratiche e della cooperazione economica senza tradursi immediatamente in un’accelerazione dei negoziati di adesione. Una prospettiva che obbligherebbe l’Unione europea a confrontarsi con un interlocutore politicamente diverso da Vučić, ma intenzionato a conservare una propria autonomia nelle relazioni con Mosca, Pechino e i Paesi vicini.

Le difficoltà del nuovo governo e il futuro politico di Vučić

La maggioranza parlamentare conquistata dalla Lista Studentesca offre al movimento la possibilità di avviare un programma di riforme senza dipendere dai tradizionali partiti di opposizione, ma il passaggio dalla protesta al governo rappresenta una sfida di dimensioni considerevoli. La composizione eterogenea della nuova maggioranza e la limitata esperienza amministrativa di molti candidati potrebbero rendere complessa la definizione di una linea politica condivisa, soprattutto nei settori in cui emergono differenze ideologiche più marcate.

Le prime difficoltà potrebbero manifestarsi nella scelta del presidente del Consiglio e nella distribuzione degli incarichi ministeriali. Il movimento, che ha deliberatamente evitato di individuare un leader durante le proteste e la campagna elettorale, dovrà ora costruire una struttura di governo capace di assumere decisioni rapide e mantenere la coesione parlamentare.

La questione assume un rilievo particolare per le riforme della magistratura, della pubblica amministrazione e delle aziende pubbliche, settori nei quali il Partito progressista serbo ha esercitato un’influenza determinante per oltre un decennio. La sostituzione della classe dirigente politica non comporterà automaticamente il cambiamento degli apparati amministrativi e delle reti di potere consolidate durante gli anni di governo dell’Sns.

Vučić, da parte sua, ha già annunciato l’intenzione di continuare l’attività politica dall’opposizione, potendo contare su una consistente rappresentanza parlamentare e su una struttura organizzativa ancora radicata nel territorio. La sconfitta elettorale segna quindi la fine del suo predominio sulle istituzioni nazionali, ma non necessariamente la sua uscita definitiva dalla scena politica.

Il risultato del 25 ottobre potrebbe invece rappresentare un passaggio storico per il Partito socialista serbo, erede della formazione guidata da Slobodan Milošević. Secondo i risultati preliminari, il partito non avrebbe superato la soglia del 3% necessaria per accedere alla ripartizione ordinaria dei seggi parlamentari, interrompendo una presenza nell’Assemblea nazionale che risaliva al ritorno del multipartitismo nel 1990.

Nei prossimi mesi la Serbia dovrà inoltre affrontare le elezioni presidenziali previste per dicembre, necessarie dopo le dimissioni anticipate di Vučić. La formazione del nuovo governo si inserirà quindi in una transizione istituzionale più ampia, destinata a ridefinire i rapporti tra Parlamento, esecutivo e presidenza della Repubblica.