Dimon propone all’Europa il globalismo selettivo, Krugman vede il tramonto Maga. Bini Smaghi avverte: le banche americane possono mangiarsi le europee

Dimon propone un nuovo blocco economico tra Usa, Europa e alleati. Per Krugman il vento è cambiato. Bini Smaghi avverte: senza campioni europei, il mercato unico rischia di favorire i giganti americani
1 ora fa
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Jamie Dimon al World Economic Forum

Jamie Dimon vuole tornare al globalismo? Il premio Nobel Paul Krugman nella sua newsletter ha scherzosamente ribattezzato l’editoriale pubblicato dal numero uno di JPMorgan sul Wall Street Journal “Al diavolo Trump, torniamo al globalismo”. Per Krugman, uno degli uomini più potenti di Wall Street sembra scommettere sul tramonto della stagione Maga e sulla possibilità di ricostruire il vecchio sistema delle alleanze americane.

In realtà Dimon non propone il ritorno agli anni Novanta, ma il passaggio a una specie di globalizzazione selettiva, molto aperta al proprio interno e assai più prudente verso l’esterno. Un grande spazio economico delle democrazie occidentali, costruito non soltanto sul libero commercio ma su sicurezza nazionale, politica industriale, catene di approvvigionamento, tecnologia, difesa e competizione con la Cina.

Il piano Dimon

L’Europa dovrebbe finalmente fare ciò che Mario Draghi ed Enrico Letta le chiedono dal 2024: completare il mercato unico, integrare davvero i mercati dei capitali e quello bancario, creare aziende capaci di raggiungere dimensioni continentali, ridurre la frammentazione normativa, consolidare l’industria della difesa e rafforzare la propria capacità militare.

In cambio, Washington dovrebbe offrire un grande accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea. E poi estenderlo, secondo Dimon, a Canada, Messico, Giappone, Corea del Sud, Australia, Filippine e altre economie amiche.

Il risultato sarebbe qualcosa di più ambizioso di un Ttip riesumato dal congelatore: un enorme mercato occidentale capace di fissare standard tecnologici, commerciali e industriali e di ridurre la vulnerabilità collettiva nei confronti della Cina.

Dimon praticamente dice all’Europa: diventate abbastanza forti da poter essere nuovamente un partner strategico degli Stati Uniti.

Il sassolino nell’ingranaggio: Bini Smaghi

Eppure non tutto fila nel discorso, almeno dalla prospettiva europea: Lorenzo Bini Smaghi, alla presentazione del libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella, si è chiesto se la frammentazione che impedisce alle banche europee di raggiungere la scala dei concorrenti americani non sia anche una forma di protezione. Se domani si realizzasse davvero un mercato dei capitali europeo completamente aperto, con la possibilità di operare ovunque senza barriere nazionali, “le prime tre o quattro banche americane si comprerebbero le prime tre o quattro banche europee”, ha detto l’ex membro del comitato esecutivo della Bce. JPMorgan genera quasi 87 miliardi di dollari di risultato prima degli accantonamenti, una cifra dello stesso ordine di grandezza della capitalizzazione di Intesa Sanpaolo.

Abbattere le barriere interne è indispensabile per creare campioni finanziari europei, ma se l’Europa apre il proprio mercato senza riuscire contemporaneamente a far crescere quei campioni, rischia di consegnarlo agli operatori americani che partono da una scala enormemente superiore. Bini Smaghi propone degli Airbus europei nei settori del credito, del risparmio, del private equity e del venture capital.

Krguman e la lettura elettorale

Krugman nella sua newsletter sostiene che un banchiere (e political operator) sofisticato come Dimon difficilmente avrebbe pubblicato un intervento del genere senza vedere cambiare il vento a Washington. Scrivere un editoriale così “anti-Maga” equivale alla scommessa che la dottrina politica della chiusura verso l’esterno, e in particolare verso l’Europa, è al tramonto.

In realtà il banchiere, vicino al mondo democratico e più volte infilato in toto-nomine per la Casa Bianca e il Tesoro, non ha fatto una svolta improvvisa: ha detto cose simili a Davos (più Europa, più Nato, più Draghi), e pure nella lettera annuale agli azionisti: rafforzare economicamente gli alleati, legarli maggiormente agli Stati Uniti, usare la politica industriale per la sicurezza nazionale e firmare “one big, beautiful trade deal for Europe”, prendendo in giro i big beautiful bill trumpiani.

Qualcosa nel business americano si sta muovendo

Sempre a Davos Ken Griffin, fondatore di Citadel, repubblicano e sostenitore di Trump nel 2024, ha detto che gli Stati Uniti avevano “sfilacciato” il rapporto con gli alleati europei in un modo che non riusciva “a capire o apprezzare”.

A febbraio la Business Roundtable, che rappresenta i vertici delle maggiori aziende americane, ha invitato l’amministrazione a ricalibrare la politica commerciale verso dazi più mirati e, soprattutto, a coordinarsi con gli alleati per affrontare le economie non di mercato. Un mese fa ha nuovamente chiesto di eliminare i dazi dannosi imposti al Canada.

Insomma si vede l’insofferenza di una parte della corporate America verso una politica commerciale basata sulle mazzate agli alleati. Ma da qui a parlare di abbandono del Maga ce ne passa: a partire dalle Big Tech, Il mondo imprenditoriale statunitense continua a essere ben felice dell’approccio trumpiano su tasse, deregulation e altri strumenti che consentono di gonfiare i conti senza troppi riguardi per lo stato sociale o la redistribuzione delle ricchezze.

Dimon non è per uno Stato “light”

Colui che da vent’anni guida JP Morgan non propone di cancellare la politica industriale: la considera necessaria in settori strategici. Vuole ridurre la dipendenza cinese, privilegiare alleati e paesi affidabili, puntare sul friendshoring.

Attenzione: quello che dice nei comizi davanti alla sua base è molto diverso da quello che Trump concretamente fa sul piano della politica commerciale: l’obiettivo (vedi la Pax Silica) è costruire con gli alleati una rete di regole su investimenti, export control, origine delle merci e catene produttive per ridurre indirettamente lo spazio della Cina. Solo che lo fa con il bastone invece della carota di Dimon.

Carney e le “medie potenze”

Dall’altra parte dell’Atlantico, però, sta nascendo un progetto speculare che non prevede necessariamente Washington al centro.

Mark Carney a Davos ha proposto di collegare l’Unione europea al Cptpp, l’accordo commerciale transpacifico, formando un’area da circa 1,5 miliardi di persone. La sua idea è creare coalizioni variabili tra “medie potenze” in commercio, minerali critici, AI e sicurezza, proprio per ridurre la dipendenza dai grandi. Von der Leyen lo ha accolto con tutti gli onori a Strasburgo nel giorno dello Stato dell’Unione e gli ha proposto di diventare il primo membro associato dell’Ue.

L’Occidente di oggi e di domani

Si può davvero ricostruire il vecchio Occidente? Kurt Campbell e Rush Doshi sostengono che il sistema delle alleanze americane possa sopravvivere a Trump ed essere ricostruito in una forma persino più adatta alla competizione con la Cina. Mark Leonard, direttore dell’European Council on Foreign Relations, sostiene invece che gli alleati dovrebbero partire dal presupposto opposto: l’America è cambiata strutturalmente e non si può semplicemente aspettare il ritorno del vecchio ordine.

Dimon sta un po’ nel mezzo e manda un messaggio che è soprattutto politico: America ed Europa decidono nuovamente di considerare la reciproca forza non come un problema ma come un vantaggio.

Il globalismo dopo il globalismo

La globalizzazione universale che aveva caratterizzato gli anni successivi alla Guerra fredda (produzione dove costa meno, commercio con quasi tutti, sicurezza ed economia trattate come compartimenti separati) difficilmente tornerà nelle stesse forme. Persino i più convinti “aperturisti” oggi parlano di resilienza, sicurezza economica e dipendenze strategiche.

La battaglia riguarda piuttosto quale sistema prenderà il suo posto.

Uno fatto di grandi “pre-potenze” (per usare la definizione di Dassù) che utilizzano mercato, tecnologia e dazi come strumenti di coercizione.

Uno organizzato intorno a un’America che costruisce una propria area economica privilegiata con gli alleati.

Oppure una rete più policentrica di Europa, Canada, Giappone, Australia e altre middle powers, capaci di cooperare tra loro senza dipendere completamente né da Washington né da Pechino.