Erasmus, più fondi e nuove borse legate al costo della vita: dal 2027 torna anche il Regno Unito

Il Parlamento europeo chiede 47,39 miliardi per il programma 2028-2034 e contributi più aderenti ad affitti e inflazione
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Studenti Erasmus
Studenti in Erasmus (Canva)

Più fondi, borse calibrate meglio sul costo reale della vita nelle città di destinazione e maggiore accesso per chi oggi incontra più difficoltà a partire. E, già dal 2027, il ritorno del Regno Unito nel programma. Il nuovo Erasmus+ sta prendendo forma a Bruxelles e il voto arrivato il 29 settembre dalla commissione Cultura e istruzione (Cult) del Parlamento europeo aggiunge elementi concreti alla proposta presentata dalla Commissione per il periodo 2028-2034.

Gli eurodeputati hanno approvato la propria posizione con 24 voti favorevoli, uno contrario e un’astensione, chiedendo una dotazione di 47,39 miliardi di euro, superiore ai 40,8 miliardi proposti dalla Commissione. Ma il confronto non riguarda soltanto quanto spendere. La Cult vuole modificare anche il modo in cui vengono distribuiti i contributi, tenendo maggiormente conto di affitti, inflazione, costo della vita e potere d’acquisto nelle destinazioni Erasmus.

Una borsa che consente di sostenere buona parte delle spese in una città può risultare insufficiente in un’altra, soprattutto dove trovare una stanza assorbe una quota elevata del budget mensile. È su questa differenza che il Parlamento vuole intervenire, per ridurre il peso delle risorse familiari sulla possibilità concreta di partecipare al programma.

Il voto della commissione parlamentare non è ancora l’ultima parola. La posizione dovrà passare dall’Eurocamera e poi confrontarsi con quella del Consiglio, che l’11 maggio ha già approvato il proprio mandato negoziale parziale. La parte finanziaria resta inoltre legata al più ampio negoziato sul bilancio pluriennale dell’Unione per il 2028-2034.

Borse Erasmus più legate al costo reale della vita

La questione economica è uno dei punti sui quali Parlamento e Commissione cercano di intervenire con maggiore decisione. Il sistema attuale distingue già i Paesi in base al livello del costo della vita, ma gli eurodeputati chiedono un meccanismo capace di rappresentare meglio le differenze effettive tra territori e città.

La distanza può essere considerevole. Vivere per alcuni mesi in una capitale o in un grande polo universitario non comporta le stesse spese di una destinazione più piccola, anche quando entrambe si trovano nello stesso Paese. Prezzo degli alloggi, inflazione e potere d’acquisto dovrebbero quindi entrare più direttamente nel calcolo del sostegno.

Il problema non riguarda una minoranza di studenti. Il 3 settembre la Commissione europea ha pubblicato uno studio dedicato proprio agli squilibri della mobilità per l’apprendimento. L’analisi prende in considerazione 29 Paesi e mostra come non basti confrontare il numero di studenti che entrano ed escono da ciascuno Stato: costi e benefici della mobilità sono distribuiti in maniera diversa tra studenti, università, regioni e sistemi nazionali. Lo studio segnala inoltre la necessità di rendere queste opportunità più accessibili alle persone con minori possibilità.

È anche per questo che la Cult vuole portare ad almeno il 20% la quota di partecipanti con minori opportunità. La definizione europea non riguarda esclusivamente il reddito, comprendendo anche ostacoli economici, sociali, geografici, culturali, sanitari, legati alla disabilità o ai sistemi educativi. La disponibilità di risorse proprie resta però uno degli elementi che possono determinare la scelta di partire o rinunciare.

Nel frattempo, Erasmus ha raggiunto dimensioni molto diverse da quelle del programma nato nel 1987. Secondo il Consiglio dell’Ue, in quasi quarant’anni sono state coinvolte oltre 16 milioni di persone. E già da tempo non si tratta soltanto di studenti universitari: il programma comprende formazione professionale, scuole, educazione degli adulti, docenti, giovani e sport.

Il Parlamento vuole anche stabilire più chiaramente dove finiranno i fondi, destinando il 74,6% a istruzione e formazione, il 15% a giovani e volontariato e il 4,1% allo sport. È una scelta diversa da quella della Commissione, che aveva lasciato maggiore flessibilità nella distribuzione delle risorse. Per l’Eurocamera fissare le percentuali serve a evitare che l’ampliamento del programma metta i diversi settori in competizione per gli stessi finanziamenti.

Dal 2028 dentro Erasmus anche il volontariato

La trasformazione più strutturale arriverà con l’avvio del nuovo ciclo nel 2028. La proposta della Commissione riunisce sotto Erasmus+ attività che oggi appartengono a programmi diversi, a partire dal Corpo europeo di solidarietà, destinato a confluire nel nuovo assetto.

Significa che accanto a studio, formazione e scambi troveranno spazio anche attività di volontariato, partecipazione giovanile e iniziative di aiuto umanitario. L’obiettivo della Commissione è creare un unico accesso alle opportunità europee rivolte ai giovani, riducendo la frammentazione dei diversi strumenti.

Il programma sarà costruito attorno a due grandi aree. La prima raccoglierà le opportunità di apprendimento per tutti; la seconda riguarderà lo sviluppo delle capacità, attraverso la cooperazione tra organizzazioni e istituti e il sostegno alle politiche in materia di istruzione, formazione, giovani e sport.

L’aumento del budget proposto dalla Commissione (dai 26,2 miliardi dell’attuale Erasmus+ ai 40,8 miliardi del 2028-2034) va quindi letto anche alla luce di questo ampliamento. Il confronto diretto tra le due cifre non restituisce da solo l’aumento effettivo delle risorse disponibili per le attività oggi finanziate da Erasmus, perché il programma futuro assorbirà funzioni attualmente coperte dal Corpo europeo di solidarietà.

La fusione, infatti, ha aperto anche una questione di identità e governance. Il Consiglio ha chiesto che all’interno del nuovo contenitore restino chiaramente riconoscibili le attività dedicate a gioventù, sport e solidarietà. Ha inoltre ripristinato il comitato di programma previsto nell’attuale Erasmus+, rafforzando il controllo degli Stati membri sull’attuazione delle politiche decise a Bruxelles.

La direzione scelta dalla Commissione è quella della semplificazione; i governi chiedono che questa non si traduca in una perdita di capacità di intervento nazionale o nella scomparsa delle specificità dei programmi assorbiti. È uno dei temi che accompagneranno il negoziato con il Parlamento insieme alla dotazione finanziaria.

Il Regno Unito torna in Erasmus (e la Svizzera segue)

Una parte dei cambiamenti arriverà prima del nuovo programma. Dal 2027 il Regno Unito tornerà a essere associato a Erasmus+, dopo l’uscita seguita alla Brexit.

Il 15 aprile 2026 Bruxelles e Londra hanno modificato il protocollo dell’Accordo sugli scambi commerciali e la cooperazione, rendendo possibile la partecipazione britannica ai progetti finanziati con la Call Erasmus+ 2027. Università, enti di formazione e organizzazioni britanniche torneranno così sullo stesso piano di quelle dei 27 Stati membri e degli altri Paesi associati.

La Commissione prevede la pubblicazione della Call 2027 nell’autunno di quest’anno e precisa che le opportunità individuali collegate ai progetti selezionati diventeranno disponibili non prima della seconda metà del 2027.

Il ritorno a Erasmus rientra in un riavvicinamento più ampio avviato da Londra e Bruxelles dopo gli anni più conflittuali del post-Brexit. A dieci anni dal referendum del 2016, il rapporto tra Regno Unito e Unione europea sta attraversando una nuova fase, nella quale ricerca, formazione e scambi tra cittadini sono diventati alcuni dei terreni più concreti sui quali ricostruire la cooperazione.

Più complicato resta il negoziato sullo Youth Mobility Scheme, lo schema che dovrebbe consentire ai giovani europei e britannici di trascorrere un periodo dall’altra parte della Manica per studiare o lavorare. Tra Bruxelles e Londra restano distanze sul numero di ingressi e sulle rette universitarie. Erasmus segue invece un percorso separato e l’associazione britannica per il 2027 è già stata formalizzata.

Anche la Svizzera punta al rientro nel 2027, dopo essere rimasta fuori dall’associazione piena a Erasmus per oltre un decennio. L’accordo sui programmi tra Berna e Bruxelles, firmato il 10 novembre 2025, ha definito i parametri necessari, ma resta un passaggio interno: il Consiglio federale deve ottenere dal Parlamento il finanziamento per la partecipazione.

Nel frattempo, la Svizzera ha finanziato direttamente una soluzione alternativa costruita in larga parte sul modello Erasmus. Nel 2024 ha consentito a oltre 17 mila partecipanti svizzeri ed europei di svolgere periodi di formazione all’estero e sostenuto 40 progetti di cooperazione internazionale.

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