La Commissione europea ha adottato l’8 ottobre 2026 nuove regole per ridurre l’inquinamento prodotto dagli allevamenti di polli e suini. Nel mirino c’è soprattutto l’ammoniaca, un gas che si libera dalle deiezioni animali e contribuisce alla formazione delle polveri sottili, anche lontano dalle aziende agricole. Il provvedimento interviene inoltre sulle quantità di azoto e fosforo eliminate dagli animali, nutrienti che, se dispersi in eccesso nell’ambiente, possono compromettere la qualità delle acque e degli ecosistemi.
La decisione interessa da vicino l’Italia, soprattutto la Pianura Padana, dove si concentra una parte importante degli allevamenti nazionali e dove l’inquinamento atmosferico rimane un problema persistente. Qui le emissioni agricole si combinano con quelle del traffico, delle industrie e del riscaldamento, contribuendo ai processi chimici che portano alla formazione del particolato.
Le nuove disposizioni, adottate nell’ambito della direttiva europea sulle emissioni industriali e degli allevamenti, riguarderanno le aziende suinicole e avicole di maggiori dimensioni. Circa il 70% degli allevamenti europei di queste categorie, costituito dalle strutture più piccole, resterà escluso dai nuovi obblighi, così come gli allevamenti biologici di suini. L’applicazione sarà progressiva, tra il 2030 e il 2032, in funzione delle dimensioni delle aziende.
Perché l’ammoniaca degli allevamenti contribuisce allo smog
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’agricoltura è responsabile di oltre il 90% delle emissioni di ammoniaca nell’Unione europea. Il gas si sviluppa soprattutto durante la gestione dei liquami e del letame, ma può provenire anche dall’impiego di fertilizzanti azotati.
Una volta dispersa nell’atmosfera, l’ammoniaca può reagire con sostanze derivanti dai processi di combustione, tra cui quelli del traffico e dell’industria, contribuendo alla formazione di particolato secondario. Una parte di queste particelle rientra nel Pm2,5, le polveri più fini associate a maggiori rischi per la salute respiratoria e cardiovascolare.
Il collegamento tra allevamenti e inquinamento urbano è particolarmente importante nella Pianura Padana. Le caratteristiche geografiche del territorio e le frequenti condizioni di stabilità atmosferica, soprattutto nei mesi freddi, ostacolano la dispersione degli inquinanti. Non è un fenomeno considerato soltanto nelle analisi scientifiche. Durante alcuni episodi di elevato inquinamento, le misure antismog adottate in Lombardia prevedono anche il divieto di spandimento dei liquami zootecnici, salvo l’utilizzo di tecniche come l’iniezione diretta nel terreno o l’interramento immediato. Limitare questa attività nei periodi critici serve a contenere una delle fonti agricole di ammoniaca.
Tra il 2005 e il 2023 le emissioni di ammoniaca nell’Ue sono diminuite del 17%, una riduzione molto più contenuta rispetto a quella degli ossidi di azoto, scesi del 53%, e degli ossidi di zolfo, diminuiti dell’84%. Il divario evidenzia quanto sia complesso ridurre le emissioni agricole rispetto a quelle di altri settori, nei quali standard tecnologici e sistemi di abbattimento hanno consentito progressi più consistenti.
L’ammoniaca rimane quindi una componente importante delle strategie per migliorare la qualità dell’aria. In Italia, secondo il bilancio sulla qualità dell’aria nel 2025 elaborato dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, i livelli di inquinamento risultano in generale in miglioramento, ma per rispettare i nuovi limiti europei previsti dal 2030 saranno necessari ulteriori interventi. Tra le aree che presentano criticità persistenti figura proprio il bacino padano.
Cosa cambia per gli allevamenti italiani
Le nuove condizioni operative, stabiliscono requisiti ambientali comuni per gli allevamenti suinicoli e avicoli interessati dalla direttiva europea. Gli interventi riguardano soprattutto l’alimentazione degli animali, la gestione delle deiezioni e le condizioni delle strutture di allevamento.
Una formulazione più precisa dei mangimi, per esempio, può ridurre la quantità di azoto eliminata dagli animali, diminuendo così il potenziale di formazione dell’ammoniaca. Anche le modalità di raccolta e conservazione dei liquami e del letame incidono sulle emissioni, così come le tecniche utilizzate per distribuirli sui terreni agricoli.
Le aziende potranno scegliere tra diverse soluzioni, purché rispettino gli standard ambientali previsti. Sarà inoltre possibile adottare tecniche innovative non espressamente indicate nelle nuove disposizioni, se le autorità nazionali ne avranno verificato l’efficacia equivalente sulla base di evidenze scientifiche.
Bruxelles punta anche a semplificare gli adempimenti amministrativi. Gli Stati membri potranno prevedere procedure di registrazione degli allevamenti interessati, invece di richiedere necessariamente un’autorizzazione ambientale individuale completa come avviene per i grandi impianti industriali.
Per l’Italia, il provvedimento riguarda soprattutto i distretti zootecnici del Nord. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte concentrano una parte consistente degli allevamenti suinicoli nazionali, circa l’80% dei suini allevati nel Paese.
La nuova normativa lascia però fuori una componente importante della zootecnia: gli allevamenti bovini. Secondo la Commissione europea, questo comparto è responsabile di circa il 25% delle emissioni complessive di ammoniaca e del 50% di quelle di metano nell’Ue. Bruxelles ha previsto di pubblicare entro la fine del 2026 una valutazione sulle possibili misure per affrontarne l’impatto ambientale.

