Tra Trump e Xi, l’Europa cerca una terza rete di alleanze: chi sono i “Partners for Multilateralism”

Unione europea, India, Brasile, Canada, Australia, Kenya e Barbados hanno lanciato a New York una nuova iniziativa per rafforzare il multilateralismo e riformare le istituzioni internazionali
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Summit Partners for multilateralism summit European Council
Partners for multilateralism (European Council)

Unione europea, India, Brasile, Canada, Australia, Kenya e Barbados insieme attorno allo stesso tavolo. Non per creare una nuova alleanza militare o commerciale, ma per costruire una rete di cooperazione tra Paesi che, pur avendo interessi e collocazioni geopolitiche molto diverse, condividono una preoccupazione: evitare che il sistema internazionale venga progressivamente assorbito dalla logica dei rapporti di forza tra le maggiori potenze.

È nato così, a New York, a margine dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Partners for Multilateralism, abbreviato in P4M. Australia, Barbados, Brasile, Canada, Unione europea, India e Kenya sono i promotori iniziali dell’iniziativa, concepita come una piattaforma aperta alla partecipazione di altri Paesi.

Alla dichiarazione hanno aderito anche Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Cipro, Finlandia, Guatemala, Liechtenstein, Lussemburgo, Moldova, Norvegia, San Marino, Slovacchia, Spagna, Turchia e Uruguay. Il perimetro del P4M è quindi già più ampio dei sette promotori originari e comprende Paesi europei ed extraeuropei con interessi strategici molto differenti.

L’obiettivo dichiarato è difendere e rafforzare un sistema multilaterale sottoposto a pressioni crescenti, lavorando su pace e sicurezza, diritto internazionale, commercio, sviluppo, cambiamento climatico, salute globale, intelligenza artificiale e riforma delle istituzioni internazionali. António Costa ha definito P4M una rete destinata al dialogo, alla costruzione di coalizioni e alla cooperazione pratica tra regioni diverse.

Ma il progetto contiene anche una critica all’ordine internazionale attuale. I promotori non sostengono semplicemente che le istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale vadano preservate: affermano che devono essere rinnovate per diventare più rappresentative, inclusive ed efficaci in un mondo definito dalla stessa dichiarazione come più complesso, più conteso e più multipolare.

Perché il P4M non è né un nuovo G7 né un’alternativa ai Brics

Il P4M nasce mentre la politica internazionale si organizza sempre più attraverso alleanze e coalizioni sovrapposte. Da una parte restano le strutture occidentali tradizionali, dalla Nato al G7. Dall’altra sono cresciuti i Brics e altre piattaforme nelle quali Cina, Russia e grandi economie emergenti cercano maggiore peso rispetto agli equilibri costruiti dopo la Seconda guerra mondiale.

Partners for Multilateralism prova a muoversi su un terreno differente. La dichiarazione non individua nemici e non cita direttamente né gli Stati Uniti né la Cina. Segnala però una serie di fenomeni che, secondo i firmatari, stanno indebolendo la cooperazione internazionale: polarizzazione, diffusione dei conflitti, violazioni del diritto internazionale, protezionismo, coercizione e crescente ricorso alla politica di potenza.

Costa, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente keniano William Ruto e il primo ministro canadese Mark Carney hanno spiegato il razionale dell’iniziativa in un intervento congiunto. Il punto di partenza è un paradosso: l’economia mondiale non è mai stata così interconnessa, mentre la politica internazionale è sempre più frammentata. Nel 2025, ricordano i quattro leader, il commercio mondiale ha raggiunto 35 mila miliardi di dollari e circa sei miliardi di persone erano connesse a Internet; nello stesso anno i conflitti armati tra Stati hanno raggiunto il livello più alto dal 1946 e la spesa militare mondiale è salita a 2.900 miliardi di dollari.

È su questa contraddizione che P4M prova a intervenire. Non costruendo un’altra organizzazione internazionale, ma una struttura volutamente più leggera. Gli stessi promotori precisano che l’obiettivo non è creare “un altro blocco esclusivo” né “un’altra burocrazia internazionale”, bensì un quadro flessibile nel quale Paesi che divergono su diversi dossier possano formare coalizioni su quelli nei quali condividono interessi e principi.

Un passaggio della dichiarazione riguarda direttamente l’economia. I firmatari osservano che l’interdipendenza economica viene sempre più utilizzata come leva di pressione, con conseguenze su commercio, catene di approvvigionamento, investimenti e finanziamenti allo sviluppo.

È un problema che l’Europa conosce bene. La dipendenza da singoli fornitori in settori strategici ha assunto negli ultimi anni una dimensione geopolitica, dalle forniture energetiche alle materie prime critiche. La Cina, in particolare, mantiene una posizione dominante in numerose filiere indispensabili per tecnologie digitali, transizione energetica e industria. L’Ue sta cercando per questo di ridurre la propria dipendenza da Pechino sulle terre rare attraverso scorte, acquisti comuni e una maggiore diversificazione dei fornitori.

Il P4M inserisce questa esigenza in un quadro più ampio. Tra gli impegni compaiono catene globali di approvvigionamento più diversificate e resilienti, la riforma del sistema commerciale multilaterale e il miglioramento dell’architettura finanziaria internazionale. I firmatari vogliono inoltre rafforzare il coordinamento su finanza internazionale, trasformazione digitale, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e salute globale.

Questi dossier mostrano anche perché il P4M non possa essere ridotto a una generica dichiarazione in favore delle Nazioni Unite. L’idea è provare a costruire cooperazione su problemi nei quali le decisioni prese da una grande potenza possono produrre effetti molto oltre i propri confini: regole dell’AI, flussi finanziari, shock sanitari, cambiamento climatico, accesso alle materie prime e funzionamento delle catene produttive.

Questo non significa che India, Brasile o Kenya abbiano deciso di allinearsi alle posizioni europee. L’India continua a perseguire una politica estera autonoma, partecipa ai Brics e intrattiene rapporti economici e politici con Stati Uniti, Europa, Russia e Cina. Allo stesso tempo, il rapporto con Bruxelles si è approfondito anche sul piano commerciale e strategico, con la chiusura nel 2026 di un negoziato commerciale avviato quasi vent’anni prima.

Il Brasile rivendica a sua volta una maggiore rappresentanza delle economie emergenti nelle istituzioni globali e svolge un ruolo centrale nei Brics. L’Australia è invece un alleato stretto degli Stati Uniti, mentre il Canada appartiene sia alla Nato sia al G7.

P4M prova quindi a creare cooperazione senza richiedere ai partecipanti di appartenere allo stesso campo geopolitico. È una differenza sostanziale rispetto alle alleanze tradizionali: la convergenza viene cercata per dossier e principi condivisi, senza presupporre un allineamento complessivo di politica estera.

L’Europa cerca nuovi partner

Per l’Unione europea la questione è particolarmente rilevante. La competizione tra Washington e Pechino sta restringendo gli spazi di manovra delle altre economie. Il problema del ruolo dell’Europa in un sistema sempre più condizionato dal rapporto tra Stati Uniti e Cina riguarda ormai commercio, tecnologia, sicurezza economica, difesa e accesso alle materie prime.

L’Ue dispone di uno dei maggiori mercati mondiali e di una notevole capacità regolatoria, ma non ha la stessa struttura statale e militare degli Stati Uniti o della Cina. Una parte importante della sua capacità d’azione internazionale passa quindi dalla costruzione di accordi e coalizioni con altri Paesi. P4M si inserisce in questa strategia, pur non essendo un’iniziativa esclusivamente europea.

Il collegamento con la strategia europea alle Nazioni Unite è esplicito. Tra le priorità dell’Ue per la sessione 2026-2027 dell’Assemblea generale figurano la difesa di un sistema multilaterale più efficace e inclusivo, la riforma dell’Onu, il rafforzamento della sua architettura di pace e sicurezza e il sostegno allo sviluppo sostenibile.

P4M aggiunge però un elemento ulteriore: non limitarsi a sostenere le istituzioni esistenti, ma costruire coalizioni tra regioni differenti per modificarle. La dichiarazione cita espressamente l’iniziativa UN80, il percorso avviato per adattare le Nazioni Unite a un sistema internazionale molto diverso da quello nel quale furono create.

Questo punto aiuta anche a spiegare la presenza di India, Brasile e Kenya. Una parte consistente del cosiddetto Global South non chiede lo smantellamento del multilateralismo, ma una redistribuzione della rappresentanza e del potere all’interno delle sue istituzioni. P4M tenta di creare un terreno comune tra questa domanda di riforma e l’interesse europeo a preservare un ordine fondato su norme condivise.

Il Canada rappresenta un altro esempio di come le relazioni con alcuni partner stiano andando oltre il tradizionale commercio. Bruxelles e Ottawa cooperano su sicurezza, difesa, energia e materie prime strategiche, mentre il governo canadese sta cercando di diversificare maggiormente le proprie relazioni economiche internazionali.

Il principio è simile a quello che emerge nei rapporti con l’India: non sostituire una dipendenza con un’altra, ma moltiplicare i partner.

Da questo punto di vista, la nascita del P4M arriva in una fase in cui la tradizionale distinzione tra “alleati” e “non alleati” descrive sempre meno bene alcune relazioni internazionali. Uno Stato può cooperare con l’Europa sulla transizione energetica, partecipare ai Brics, acquistare energia dalla Russia, mantenere stretti rapporti tecnologici con gli Stati Uniti e contemporaneamente chiedere una riforma delle Nazioni Unite.

Questa flessibilità può rappresentare una risorsa per il P4M, ma anche uno dei suoi limiti. I partecipanti non condividono necessariamente le stesse posizioni su Russia, Cina, sicurezza, commercio o politica industriale. Il terreno di convergenza scelto è quindi volutamente più ampio: difesa del diritto internazionale, funzionamento delle organizzazioni multilaterali e ricerca di soluzioni comuni per problemi che nessun Paese può gestire completamente da solo.

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