China Shock 2.0: l’Europa tra concorrenza, sussidi e protezione

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China Shock 2.0 commercio Ue
Zhang Jingang/Utuku/ROPI

A dieci anni dal primo “China shock” che ha ridisegnato la manifattura delle economie avanzate, è in corso una seconda ondata. Le esportazioni cinesi crescono ancora, spinte da domanda interna debole, politica industriale e rapido salto tecnologico, ma stavolta vanno a erodere i settori sofisticati al centro dell’industria europea. Questo il macro-problema vivisezionato nel corso di un evento del think tank Bruegel, in un momento in cui l’Ue sembra aver compreso appieno il rischio di deindustrializzazione e si sta muovendo per proteggere la propria industria.

Bencivelli (Banca d’Italia): uno shock nato in Cina

Nel 2025 il surplus commerciale cinese ha toccato 1,2 trilioni di dollari, e nel 2026 sarà probabilmente più alto. Secondo lo studio della Banca d’Italia presentato da Lorenzo Bencivelli, economista senior dell’istituzione, circa tre quarti del boom delle esportazioni hanno origine interna: pesano per il 58% la domanda debole delle famiglie cinesi, per il 22% i sussidi industriali, per il 13% le tecnologie verdi e solo per il 7% i dazi americani. La Cina esporta quindi ciò che non assorbe in casa, compresi molti prodotti per la transizione verde richiesti nel mondo. La sua quota sulle importazioni mondiali, al netto del commercio interno all’area euro, è arrivata vicino al 20% e ha superato quella dell’area euro.

Per l’Europa lo shock ha due facce. I prezzi più bassi frenano l’inflazione: la stima è di circa un punto percentuale in meno sui prezzi dei beni industriali non energetici in tre anni. La concorrenza cinese però pesa su investimenti, innovazione ed export. Quando i prezzi all’import cinese calano, gli investimenti in proprietà intellettuale delle imprese europee scendono di circa l’1%, e l’effetto dura anni. È il cosiddetto crowding out: i beni a buon mercato riducono lo spazio per innovare.

Il problema è maggiore dove i due sistemi produttivi iniziano a coincidere: dopo anni di sviluppo i beni cinesi assomigliano sempre più a quelli europei, con Italia e Germania tra i Paesi più esposti, e per tutti i grandi Paesi la crescita dell’export ne risente. La ricetta di Bencivelli è restare competitivi, non solo proteggersi: rimanere aperti dove le importazioni cinesi portano vantaggi, ridurre i rischi in modo selettivo e investire di più in casa.

Fornaro (Crei): il paradosso dei capitali facili

Luca Fornaro, ricercatore senior del Centre de Recerca en Economia Internacional di Barcellona, parte da una premessa: i beni che si possono vendere all’estero, come i prodotti industriali, sono il motore dell’innovazione. La forza dell’industria cinese nasce dalla scelta di sussidiare questi settori, spostando risorse verso l’industria, generando più innovazione e aumentando la produttività. Il reddito cresce, ma la domanda di asset sicuri, che il governo cinese non offre in quantità sufficiente, spinge il risparmio verso l’estero: così nascono capitali in uscita e surplus commerciali.

Quei capitali arrivano in Occidente, fanno scendere i tassi d’interesse e finanziano consumi e deficit commerciali. Qui l’economia si orienta verso settori protetti dalla concorrenza internazionale, come edilizia e servizi, mentre l’industria si contrae e con lei l’innovazione. Per Fornaro è l’equivalente finanziario della “maledizione delle risorse” di cui soffrono i Paesi petroliferi che vivono di rendita e trascurano l’industria. I dati presentati dal Crei sembrano confermarlo: i Paesi con più politiche industriali hanno perso meno occupazione manifatturiera e guadagnato più produttività, mentre grandi afflussi di capitali sono seguiti da un rallentamento della produttività. Il risultato è uno spostamento del potere tecnologico da Ovest a Est.

Ottenere un vantaggio immediato, sotto forma di consumi più alti, non basta a tranquillizzare: senza regole, i capitali tendono ad aggravare il sotto-investimento in innovazione, e nel medio periodo possono ridurre il reddito nazionale, sottolinea Fornaro. Su un piano diverso, l’alta tecnologia è anche questione di sicurezza. Per questo l’economista avverte che i dazi generalizzati sono uno strumento grossolano, destinato a ritorcersi contro perché limita l’accesso agli input necessari per innovare. Meglio, a suo avviso, orientare il credito verso l’alta tecnologia con sussidi alla ricerca, specie quella pubblica, e politiche industriali, valutando al più dazi mirati sulle industrie strategiche.

Ruta (Fmi): sussidi che fanno crescere le quote di mercato

L’analisi di Michele Ruta, capo della divisione Politica esterna del Dipartimento Strategia e revisione delle politiche del Fondo monetario internazionale, stima i sussidi di molti Paesi dal 2015 e li inserisce in un modello del commercio mondiale. I risultati: tutti sussidiano, ma la Cina molto di più di Ue e Stati Uniti, e con un sostegno sempre più concentrato nei settori strategici, cioè quelli ad alta tecnologia come elettronica, semiconduttori, celle solari, robotica e biotech. Il supporto cinese a questi settori supera il 3% del loro valore aggiunto, molto più di ogni altro Paese.

L’effetto, spiega l’economista, va oltre un semplice calo dei prezzi. I sussidi spostano risorse verso il settore sostenuto, che cresce, impara a produrre meglio e diventa più competitivo, mentre la maggiore scala – anche fisiologica per un Paese delle dimensioni della Cina – porta più produttività e prezzi più bassi. Il risultato è che i prodotti cinesi guadagnano quote a spese degli altri, deprimendo l’export dei Paesi che sussidiano meno.

Anche per Ruta i dazi hanno un effetto limitato. Quelli Usa, concentrati sui settori strategici, riducono l’export cinese ma non rendono più competitiva l’industria statunitense, osserva, aggiungendo che l’insieme di sussidi e dazi non coordinati riduce efficienza e benessere globali. La conclusione dello studio: lo shock cinese non è solo commerciale ma di produttività, e le risposte devono guardare alle dinamiche di produttività, non solo agli squilibri commerciali.

Zettelmeyer (Bruegel): una tendenza, non uno shock

Il direttore di Bruegel, Jeromin Zettelmeyer ha riassunto i dati dei colleghi. I sussidi cinesi valgono in media l’1,8% del pil, una quota non estrema, ma sono molto concentrati nei settori strategici e lì sono cresciuti in modo sproporzionato dal 2015. Ha poi messo a confronto le spiegazioni di Fornaro, secondo cui sussidi fanno crescere l’innovazione e producono surplus solo se si accompagnano a politiche che frenano i consumi, e di Ruta, in cui contano la dimensione del settore e le economie di scala.

Il suo punto centrale riguarda ciò che i tre studi, a suo avviso, non vedono: la Cina non sta vivendo uno shock ma una tendenza di lungo periodo. Da decenni segue una strategia di crescita trainata dall’export, come Giappone, Taiwan e Corea prima di lei, e i sussidi ne sono solo una parte, sottolinea Zettelmeyer, aggiungendo che il recupero tecnologico è permanente e la Cina è enorme. In chimica, macchinari, apparecchi elettrici e veicoli le sue quote crescono. “È la nuova Germania”, ha sintetizzato.

Per l’Ue riequilibrio e protezione sono necessari ma non bastano: serve adattarsi a un cambiamento duraturo, individuare e promuovere le attività in cui l’Europa ha un vantaggio comparato, con politiche orizzontali su istruzione e mobilità e politiche industriali regionali. Motivo per cui il direttore di Bruegel ha criticato l’Industry Accelerator Act, che si pone l’obiettivo di proteggere le industrie tradizionali dell’Ue: secondo lui va nella direzione sbagliata.