Droni e flotte ombra, così Mosca avrebbe sorvegliato i siti nucleari europei

Secondo l’IISS, navi riconducibili alla flotta ombra russa sarebbero state usate come piattaforme di lancio o supporto in una campagna durata 18 mesi
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Droni
Drone in volo, immagine di repertorio (Canva)

Una campagna coordinata di sorveglianza con droni avrebbe interessato per 18 mesi siti militari e infrastrutture critiche in Europa, comprese alcune installazioni legate alla deterrenza nucleare. È quanto sostiene un’analisi dell’International Institute for Strategic Studies, secondo cui la Russia avrebbe operato attraverso velivoli senza pilota lanciati anche da navi della cosiddetta shadow fleet, la flotta ombra.

Il rapporto prende in esame 144 episodi avvenuti in più di una dozzina di Paesi a partire dalla fine del 2024. Secondo i ricercatori, le attività sarebbero state condotte con “sostanziale impunità”, evidenziando difficoltà di risposta da parte delle autorità europee e dei sistemi di difesa Nato davanti a droni di piccole dimensioni, a bassa quota e non armati.

Le incursioni avrebbero riguardato basi aeree, aeroporti, installazioni militari e siti nucleari in Regno Unito, Francia, Belgio e Paesi Bassi. I governi europei hanno finora mantenuto cautela nell’attribuire pubblicamente gli episodi a Mosca, ma l’IISS considera “altamente probabile” il coinvolgimento del Cremlino in una campagna coordinata di ricognizione.

I casi indicati dal rapporto

Tra gli episodi analizzati figura quello di RAF Lakenheath, nel Suffolk, base britannica utilizzata dagli Stati Uniti e preparata ad accogliere armi nucleari statunitensi. Nel novembre 2024 droni furono avvistati sopra Lakenheath, RAF Fairford nel Gloucestershire e almeno altre due basi dell’aeronautica Usa in Inghilterra. Secondo il report, i velivoli potrebbero essere stati pilotati da navi presenti nel Mare del Nord, tra cui la petroliera Seasons 1 o il cargo Hav Dolphin, allora attraccato a Hull.

Un altro caso riguarda Île Longue, in Bretagna, sede della componente navale della deterrenza nucleare francese. Nel dicembre 2025 cinque droni sarebbero stati rilevati sopra la base. Nello stesso periodo, secondo la ricostruzione, tre navi riconducibili alla shadow fleet russa si trovavano tra 100 e 200 chilometri dalla costa, mentre la Hav Dolphin era al largo dell’Isola di Wight.

Il rapporto cita inoltre le incursioni registrate tra novembre e dicembre 2025 presso Kleine-Brogel, in Belgio, e Volkel, nei Paesi Bassi, basi associate alla presenza di armi nucleari aerotrasportate statunitensi in Europa. Anche in questi casi, l’IISS segnala la presenza di navi collegate alla flotta ombra russa in acque internazionali nel Mare del Nord.

Altri episodi hanno riguardato la Danimarca, dove nel settembre 2025 una serie di avvistamenti portò alla chiusura temporanea dell’aeroporto di Copenaghen e di altri scali. In quei giorni quattro petroliere della shadow fleet navigavano nei pressi del Paese. Una di queste, la Boracay, fu fermata alcuni giorni dopo da commandos francesi. A bordo sarebbero stati identificati un capitano cinese e due cittadini russi collegati al Moran Security Group, società militare privata russa.

Nel rapporto compare anche un episodio avvenuto in Irlanda nel dicembre 2025, quando quattro droni sarebbero stati avvistati sopra una nave della marina irlandese diretti verso la costa. Nelle vicinanze navigava la Vezhen, battente bandiera maltese, già fermata dalle autorità svedesi nel gennaio 2025 per un’indagine su un cavo sottomarino danneggiato e poi rilasciata dopo che l’episodio era stato giudicato accidentale.

Flotta ombra e difesa anti-drone

Secondo l’IISS, le navi della flotta ombra avrebbero avuto un ruolo operativo nella campagna. Alcune avrebbero potuto funzionare da piattaforme di lancio, altre da mezzi di recupero o da ripetitori di segnale. Il report indica anche il possibile utilizzo di tecniche di controllo dei droni sviluppate o perfezionate nel contesto della guerra in Ucraina.

La flotta ombra è composta da imbarcazioni con proprietà opaca o difficilmente tracciabile, utilizzate dalla Russia per aggirare le sanzioni sul petrolio e continuare le esportazioni di greggio. Nel contesto descritto dal rapporto, queste navi sarebbero state impiegate anche come infrastrutture mobili per attività di intelligence e ricognizione.

Per gli analisti, gli obiettivi della campagna sarebbero stati diversi: raccolta di informazioni su siti nucleari e militari, osservazione delle procedure di risposta, mappatura di infrastrutture logistiche e pressione psicologica su autorità e opinione pubblica. Le incursioni non avrebbero avuto finalità offensive immediate, ma avrebbero permesso di testare vulnerabilità e tempi di reazione.

Il rapporto evidenzia anche una criticità tecnica. Le difese aeree europee sono state progettate principalmente per minacce convenzionali, come aerei, missili o velivoli ad alta quota. I droni di piccole dimensioni, invece, possono volare bassi, muoversi lentamente e avere una firma radar ridotta. In aree civili o densamente popolate, l’abbattimento può inoltre comportare rischi collaterali.

A questo si aggiunge un problema di coordinamento. La risposta a un’incursione può coinvolgere forze armate, polizia, autorità aeroportuali, intelligence, guardia costiera e governi locali. In diversi casi, secondo il report, le procedure non hanno consentito di intervenire in tempo utile. Nessuno dei droni analizzati sarebbe stato catturato o abbattuto dalle forze occidentali.

L’IISS segnala che gli avvistamenti più significativi hanno raggiunto un picco nel 2025, con oltre 30 episodi sia a settembre sia a novembre, soprattutto in Germania. La frequenza sarebbe poi diminuita nel 2026, dopo l’aumento delle ispezioni e dei sequestri di navi riconducibili alla shadow fleet.

Il quadro delineato dal report inserisce il tema dei droni nel più ampio dossier della sicurezza europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Per la Nato e per l’Unione europea, le priorità indicate dagli analisti riguardano il rafforzamento della sorveglianza marittima, l’integrazione dei sistemi anti-drone, la condivisione più rapida delle informazioni e regole di ingaggio più chiare in caso di sorvoli sospetti.

La questione resta anche politica. Attribuire formalmente a Mosca una campagna di questo tipo richiede prove solide e può comportare conseguenze diplomatiche. Per questo molti governi hanno scelto finora una comunicazione prudente. L’IISS, tuttavia, sostiene che la sequenza degli episodi, la selezione degli obiettivi e la presenza ricorrente di navi sospette configurino una campagna organizzata, riconducibile con alta probabilità all’intelligence militare russa.