Bilancio Ue 2028-2034, Berlino vuole una ‘sforbiciata’ da 400 miliardi

Dal compromesso cipriota alle pressioni del Parlamento europeo, la trattativa sul prossimo quadro finanziario parte già tra veti, tagli e nuove priorità
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Bandiere germania ue canva
Bandiere di Germania e Ue, immagine di repertorio (Canva)

Quattrocento miliardi in meno. È questa la richiesta con cui la Germania entra nel negoziato sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea, quello che coprirà il periodo 2028-2034. Una sforbiciata pesante alla proposta della Commissione europea, che nel luglio 2025 aveva messo sul tavolo un piano da quasi 2.000 miliardi di euro, pari in media all’1,26% del Reddito nazionale lordo dell’Ue.

Tradotto: Bruxelles vorrebbe un bilancio più grande, capace di finanziare non solo le politiche tradizionali, come agricoltura e coesione, ma anche le nuove priorità dell’Unione: difesa, competitività, migrazione, resilienza, strumenti anticrisi, sostegno all’Ucraina. Berlino, invece, dice che così il conto è troppo alto.

La posizione tedesca non è ancora una decisione finale, ma pesa molto. Il Quadro finanziario pluriennale deve essere approvato all’unanimità dai 27 Stati membri. E quando a frenare è la Germania, primo contributore netto al bilancio europeo, il messaggio arriva forte a Bruxelles e nelle altre capitali.

Secondo un documento interno del governo tedesco, Berlino considera la proposta attuale “insostenibile” e ritiene impossibile un accordo “così com’è”. L’obiettivo sarebbe portare il piano da circa 2.000 a 1.600 miliardi. La Germania sottolinea che, anche con questo taglio, il nuovo bilancio resterebbe comunque più alto dell’attuale ciclo 2021-2027, che vale circa 1.300 miliardi.

Perché Berlino vuole spendere meno

La richiesta tedesca nasce da una domanda molto semplice: chi paga? Per la Germania, la proposta della Commissione aumenterebbe troppo il peso sui bilanci nazionali. Senza tagli, il contributo annuo tedesco potrebbe salire oltre i 50 miliardi di euro. Una cifra politicamente difficile da difendere in una fase in cui il governo di Friedrich Merz deve già fare i conti con vincoli di bilancio interni, spesa per la difesa, rallentamento economico e pressione dell’opinione pubblica.

Il punto, però, non è solo tedesco. I Paesi contributori netti guardano con preoccupazione a un bilancio europeo più grande, mentre molti Paesi beneficiari temono l’effetto opposto: meno fondi per coesione, agricoltura e investimenti territoriali. È il classico scontro del bilancio Ue, ma in una versione aggiornata alle crisi degli ultimi anni.

Dal 2021 a oggi, infatti, l’Europa è cambiata molto. Il bilancio in corso era stato chiuso nel 2020, in piena pandemia, insieme a Next Generation EU, il piano straordinario finanziato con debito comune. Allora l’emergenza sanitaria aveva spinto i governi a un compromesso storico: più spesa europea, più strumenti comuni, più capacità di risposta. Ma quel modello non è mai diventato davvero pacifico.

Per alcuni Paesi, il debito comune deve restare un’eccezione. Per altri, invece, è la strada necessaria per finanziare le nuove sfide dell’Unione. Ed è qui che il negoziato 2028-2034 diventa delicato: Bruxelles chiede più risorse proprio mentre gli Stati membri devono iniziare a fare i conti anche con il rimborso di Next Generation EU.

In altre parole, la Commissione guarda alle nuove emergenze; Berlino guarda al conto finale.

Perché il compromesso cipriota non basta

La linea tedesca è molto più dura del primo tentativo di compromesso arrivato dalla presidenza cipriota del Consiglio Ue. Cipro ha proposto una limatura contenuta, circa il 2% in meno rispetto alla proposta della Commissione: da 1,76 a 1,73 trilioni di euro in stanziamenti di pagamento.

Troppo poco per Berlino e per gli altri Paesi più attenti ai contributi nazionali. Troppo, invece, per chi teme che anche piccoli tagli possano indebolire le priorità europee. Il Parlamento europeo spinge per più risorse, soprattutto su competitività, sicurezza e transizione. Le regioni chiedono di non perdere peso nella gestione dei fondi. Il mondo agricolo osserva con attenzione ogni possibile riduzione della Politica agricola comune. E i governi dell’Est guardano al futuro dei fondi di coesione, decisivi per molti investimenti.

C’è poi un altro punto che rende la partita complicata: la Commissione vuole anche semplificare e riorganizzare la spesa europea, accorpando diversi programmi e rafforzando strumenti più flessibili. L’idea è rendere il bilancio più rapido nelle emergenze e più vicino alle priorità strategiche dell’Ue. Ma questo approccio alimenta il timore di una gestione più centralizzata, con meno spazio per territori, città e regioni.

La trattativa si apre quindi con molte linee di frattura: contributori netti contro beneficiari, Parlamento contro Consiglio, ambizioni comuni contro vincoli nazionali. La richiesta tedesca difficilmente passerà così com’è, ma sposta già l’asticella del negoziato.

Alla fine, come spesso accade nei bilanci europei, il risultato sarà probabilmente un compromesso. Ma la direzione della trattativa dirà molto sull’Europa che i governi vogliono costruire dopo anni di crisi: un’Unione capace di finanziare grandi ambizioni comuni, oppure un bilancio più prudente, fatto di tetti, tagli e priorità selezionate.

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