Spie ungheresi a Bruxelles, la Commissione conferma: la rete c’era

L'indagine affidata al commissario Piotr Serafin ricostruisce le attività di ufficiali ungheresi e i tentativi di avvicinare funzionari delle istituzioni per ottenere informazioni
4 ore fa
2 minuti di lettura
Olivér Várhelyi
Olivér Várhelyi in un'immagine di repertorio (Ipa/Fotogramma)

Una rete di spie ungheresi avrebbe operato per anni da Bruxelles, usando come base la rappresentanza permanente dell’Ungheria presso l’Unione europea. È quanto conferma un documento della Commissione europea, datato aprile, che riassume i risultati dell’indagine interna affidata a Piotr Serafin, commissario europeo con delega antifrode.

L’inchiesta era stata avviata dopo la pubblicazione di un’inchiesta congiunta del quotidiano tedesco Der Spiegel, del quotidiano belga De Tijd, della testata ungherese Direkt36, dell’austriaco Der Standard e della start-up investigativa con sede a Monaco ‘Paper Trail Media’, che lanciava l’allarme su una rete di funzionari dei servizi segreti ungheresi, formalmente in servizio nella sede diplomatica del Paese presso l’Ue. Le spie, tra cui il fantomatico ‘V.’, avrebbero tentato di avvicinare e reclutare funzionari delle istituzioni europee nella metà degli anni Dieci.

Un’attività sempre meno segreta

Secondo il documento della Commissione, visionato da Politico, tra il 2013 e il 2016 diversi ufficiali dell’intelligence di Budapest furono inviati a lavorare nella rappresentanza permanente ungherese a Bruxelles.

La loro attività, inizialmente condotta con cautela, sarebbe diventata progressivamente più visibile a partire dal 2015. Anno in cui Olivér Várhelyi assunse l’incarico di ambasciatore ungherese presso l’Ue, guidando l’ufficio di Bruxelles. Várhelyi, oggi commissario europeo alla Salute e al benessere animale, lavorava già nella rappresentanza permanente dal 2011.

Secondo la ricostruzione contenuta nel documento, l’intensificarsi delle operazioni rese la presenza della rete nota negli ambienti dei funzionari ungheresi attivi nelle istituzioni europee. Una circostanza che chiaramente avrebbe finito per ridurre l’efficacia dell’azione degli agenti. Le attività, per quanto ricostruito dalla Commissione, sarebbero poi cessate nel 2016.

Nessuna responsabilità individuale accertata

Il rapporto non attribuisce responsabilità individuali al di fuori degli stessi ufficiali dell’intelligence. La Commissione sottolinea infatti che, sulla base delle informazioni raccolte e degli strumenti limitati a sua disposizione, non è stato possibile stabilire ulteriori coinvolgimenti personali. Allo stesso tempo, il documento conferma per la prima volta l’esistenza della rete e il suo obiettivo: avvicinare funzionari dell’Ue, in particolare di nazionalità ungherese, per ottenere informazioni sul lavoro interno della Commissione su questioni considerate di interesse per il governo di Budapest, guidato da Viktor Orbán.

Gli agenti, secondo la ricostruzione, avrebbero sfruttato la copertura diplomatica per svolgere attività che andavano oltre le normali funzioni di una rappresentanza permanente.

Várhelyi nega ogni coinvolgimento

Il caso investe anche la posizione di Várhelyi, che ha sempre negato di essere stato a conoscenza delle attività di intelligence. Dopo le prime rivelazioni di stampa, l’attuale commissario europeo alla Salute aveva riferito alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di non sapere nulla della rete. A gennaio, davanti agli eurodeputati, aveva ribadito di non essere mai stato contattato dai servizi segreti ungheresi, né da altri servizi, per trasmettere informazioni riservate.

E se non c’è nessuna prova di un suo coinvolgimento, rimane un fatto: un documento della Commissione riconosce che la rete esisteva.