Sánchez rivendica il “cammino proprio” della Spagna

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Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez in conferenza stampa dopo l'ultima riunione di gabinetto prima delle vacanze estive, al Palazzo La Moncloa di Madrid (Afp)

La Spagna vuole continuare a governare, crescere e distinguersi dal resto d’Europa. Pedro Sánchez lo ha chiarito alla Moncloa, durante il tradizionale bilancio di fine corso politico: nessuna intenzione di anticipare le elezioni, un altro anno per completare la legislatura e la rivendicazione di un “cammino proprio” capace di conciliare sviluppo economico, protezione sociale e autonomia internazionale.

“Resta un anno per completare questa legislatura”, ha detto il presidente del governo. Dodici mesi nei quali l’esecutivo dovrà chiudere le riforme ancora aperte, tenere insieme una maggioranza parlamentare fragile e dimostrare che la buona fase dell’economia spagnola non dipende soltanto dalla spinta dei fondi europei.

Il messaggio guarda oltre Madrid. Sánchez presenta il proprio governo come la prova che un grande Paese dell’Unione può rafforzare il welfare, investire nella transizione energetica, accogliere lavoratori stranieri e mantenere una posizione critica verso gli Stati Uniti senza rinunciare alla crescita. È la risposta spagnola a un’Europa segnata dal rallentamento economico, dal riarmo e da maggioranze sempre più condizionate dalle destre nazionaliste.

Il bilancio arriva però nel momento più delicato della legislatura. La coalizione progressista governa con i conti pubblici del 2023 prorogati, non dispone di una maggioranza stabile e affronta le conseguenze delle inchieste che hanno coinvolto il Partito socialista e persone vicine ai suoi vertici. Sánchez risponde con i numeri dell’economia e dell’occupazione.

La Spagna cresce più delle grandi economie europee (ma restano i divari)

Secondo le previsioni della Commissione europea, il Pil spagnolo dovrebbe aumentare del 2,4% nel 2026, più del doppio rispetto all’1,1% atteso per l’intera Unione. Francia, Germania e Italia si fermerebbero rispettivamente allo 0,8%, allo 0,6% e allo 0,5%. Da qui la rivendicazione di Sánchez: la Spagna, ha detto, chiuderà l’anno crescendo “cinque volte più dell’Italia, quattro volte più della Germania e tre volte più della Francia”.

Madrid beneficia della tenuta dei consumi, dell’aumento della popolazione attiva, dell’immigrazione e degli investimenti sostenuti dalle risorse comunitarie. La fase più dinamica potrebbe però avvicinarsi alla conclusione. Bruxelles prevede un rallentamento all’1,9% nel 2027, quando verrà meno buona parte dell’impulso straordinario del Piano europeo di ripresa.

Anche il mercato del lavoro offre al governo risultati da rivendicare. Nel secondo trimestre del 2026 gli occupati hanno raggiunto quota 22,779 milioni, 486 mila in più rispetto ai primi tre mesi dell’anno. I disoccupati sono diminuiti di oltre 213 mila unità e il tasso di disoccupazione è sceso al 9,87%, sotto il 10% per la prima volta dal 2008.

Il confronto con l’Unione ridimensiona però il successo. Nei dati armonizzati di Eurostat, la Spagna continua a registrare una disoccupazione nettamente superiore alla media europea. Tra gli under 25 il tasso resta oltre il 23%, contro una media comunitaria prossima al 15%.

La creazione di posti di lavoro è sostenuta anche dall’aumento della popolazione straniera. L’immigrazione amplia la base contributiva e attenua gli effetti dell’invecchiamento demografico, ma rende ancora più urgente rafforzare salari, servizi pubblici e produttività.

Proprio la produttività resta una delle debolezze strutturali del Paese. L’economia spagnola cresce soprattutto attraverso l’aumento degli occupati, mentre la produzione per lavoratore e per ora lavorata avanza più lentamente. Germania e Francia conservano livelli superiori di reddito pro capite, specializzazione industriale e capacità innovativa.

Fondi Ue, casa e Bilancio: i nodi aperti

Sánchez ha attribuito ai fondi Next Generation un ruolo decisivo nella trasformazione del Paese, parlando di 100 miliardi di euro già erogati. La cifra comprende un perimetro più ampio rispetto al solo Meccanismo europeo per la ripresa e la resilienza, dal quale la Spagna ha ricevuto oltre 77 miliardi dopo l’approvazione della sesta rata.

Le risorse hanno finanziato infrastrutture, digitalizzazione, mobilità elettrica, formazione ed energie pulite. Resta però da capire quanto di questo impulso diventerà strutturale dopo la conclusione del Recovery Fund. Il governo ha rinunciato a una parte dei prestiti inizialmente disponibili e deve accelerare l’attuazione dei progetti ancora aperti.

La maggiore contraddizione politica riguarda i conti pubblici. La Spagna non è senza Bilancio, ma continua a utilizzare quello approvato nel 2023 e successivamente prorogato. L’esecutivo non è riuscito a varare nuovi conti durante la legislatura e il Parlamento ha respinto anche il quadro di spesa per il 2027.

Sánchez ha ricordato le 26 norme con rango di legge approvate nell’ultimo periodo di sessione, portando a 74 quelle promosse dall’inizio del mandato. Il dato dimostra che il governo riesce ancora a costruire maggioranze su singoli provvedimenti. Non risolve però il problema di fondo: l’assenza di un accordo parlamentare sulle principali scelte economiche.

Anche il debito impone cautela. La Commissione prevede una discesa sotto il 100% del Pil entro la fine dell’anno, ma nel primo trimestre Eurostat lo collocava ancora al 101,6%, il quinto livello più alto dell’Unione.

Sul piano sociale, la casa resta il principale punto debole. Sánchez ha difeso la legge sugli affitti e i limiti applicati nelle aree sotto pressione, citando Barcellona e A Coruña. La regolazione può rallentare l’aumento dei canoni, ma non sostituisce la costruzione di nuovi alloggi. Le case sociali rappresentano meno del 2% del patrimonio spagnolo, contro una media europea vicina al 7%.

La politica estera del “cammino proprio”

Sánchez ha, poi, esteso la rivendicazione della specificità spagnola alla politica internazionale. “Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Non vogliamo genocidi, vogliamo i diritti umani. Non vogliamo la legge della giungla, vogliamo un multilateralismo rafforzato e riformato”, ha dichiarato.

Madrid ha assunto una delle posizioni più nette in Europa contro l’attacco statunitense e israeliano all’Iran. Sánchez lo ha definito un intervento unilaterale contrario al diritto internazionale e ha ribadito che la Spagna non sarebbe stata “complice di guerre illegali che causano molto dolore”.

Il governo ha escluso l’utilizzo delle basi di Rota e Morón e dello spazio aereo spagnolo per operazioni offensive, pur condannando gli attacchi iraniani contro altri Paesi della regione. La distinzione proposta dalla Moncloa è tra la difesa di un alleato e la partecipazione a una guerra priva di una cornice giuridica condivisa.

Non è neutralità. La Spagna continua a sostenere l’Ucraina e resta dentro la Nato. Rivendica però la possibilità di non seguire automaticamente ogni scelta di Washington e di difendere il diritto internazionale anche quando a metterlo in discussione sono partner storici.

La linea estera diventa così il prolungamento del modello interno. Sánchez vuole rappresentare un’Europa capace di difendersi senza smantellare il welfare, di sostenere Kiev senza applicare criteri diversi a Gaza o all’Iran e di rafforzarsi senza abbandonare il multilateralismo.

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