Quando ‘il campo di battaglia’ è la mente umana. Gen.Masiello: “Presto ai soldati un vademecum sulla guerra cognitiva”

Disinformazione, social e IA possono influenzare percezioni e comportamenti
1 ora fa
2 minuti di lettura
Guerra cognitiva
Guerra cognitiva (Immagine generata con l'aiuto dell'Ai)

“Fra le diverse forme di guerra ibrida” c’è anche “la parte cognitiva. Mi devo preoccupare degli attacchi verso i nostri soldati, che ci sono. Io stesso ho ricevuto alcune email di sedicenti soldati russi, che dal fronte dicevano di volere la pace e di combattere per la pace”. Lo ha detto a SkyTG24, durante il Forum Ambrosetti che si è svolto a Cernobbio dal 4 al 6 settembre, il Capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello. “C’è questo tentativo di influenzare le menti. È un problema culturale, abbiamo realizzato un vademecum che distribuiremo presto per far comprendere ai soldati l’importanza di questa guerra cognitiva”.

Per il generale, la guerra ibrida è una realtà “in corso, che si manifesta attraverso i problemi con i gps, con gli sconfinamenti di droni, con attacchi cyber”. E con la guerra cognitiva.

Ma di cosa si parla esattamente?

Cos’è la guerra cognitiva

La cognitive warfare è una forma di conflitto che mira direttamente ai processi mentali delle persone: percezione, giudizio, emozioni, fiducia e capacità di prendere decisioni. A differenza della semplice propaganda o della disinformazione, non fa distinzione tra civili e militari e non punta soltanto a convincere qualcuno che una determinata informazione sia vera o falsa, ma a influenzare il modo in cui individui e gruppi interpretano la realtà e reagiscono agli eventi, rimodellando i processi cognitivi e percettivi di interi popoli.

Secondo il Nato Allied Command Transformation, comprende attività militari e non militari coordinate messe in campo per modificare atteggiamenti e comportamenti, influenzando o compromettendo la cognizione di individui, gruppi o intere popolazioni. Internet, social network, algoritmi, intelligenza artificiale, campagne di disinformazione, propaganda e tecniche di manipolazione psicologica possono essere utilizzati per sfruttare emozioni, pregiudizi cognitivi e divisioni sociali, erodere la fiducia nelle istituzioni e nei media, polarizzare l’opinione pubblica o condizionare decisioni politiche e strategiche.

“Come per altre minacce ibride, i nostri avversari conducono la guerra cognitiva lungo tutto il continuum del conflitto, con l’obiettivo di rimanere nella ‘zona grigia’, al di sotto della soglia del conflitto armato”, spiega ancora il Nato Allied Command Transformation.

Mente umana come “sesto dominio della guerra”

In questo senso, nella guerra cognitiva “il campo di battaglia” diventa la mente umana: il cervello è al tempo stesso bersaglio e arma nella battaglia per la superiorità cognitiva.

L’obiettivo ultimo può essere indebolire la capacità di una società di distinguere informazioni affidabili da manipolazioni, prendere decisioni razionali e mantenere una volontà collettiva di resistenza, anche senza ricorrere direttamente alla forza militare. Inoltre la guerra cognitiva è continua e sistemica: a differenza della tradizionale guerra psicologica, limitata nel tempo e negli obiettivi, è un’azione persistente di logoramento del pensiero critico.

La Nato ha formalmente riconosciuto la mente umana come il “sesto dominio della guerra” (dopo terra, mare, cielo, spazio e cyberspazio).

Ai moltiplicatore della guerra cognitiva

Se questo è il quadro, l’Intelligenza Artificiale è il vero moltiplicatore di forza. Se in passato manipolare l’opinione pubblica richiedeva tempo e grandi risorse umane, oggi l’Ai permette di farlo su una scala senza precedenti e con precisione chirurgica. Tanto per cominciare, algoritmi avanzati analizzano le ‘impronte digitali’ degli utenti (like, commenti, acquisti) per mappare la personalità di milioni di individui. Questo permette di inviare messaggi personalizzati che colpiscono esattamente le paure e i pregiudizi di ogni singola persona.

Poi, l’Ai generativa crea testi, immagini e deepfake (video o audio falsi ma realistici) in pochi secondi e a bassissimo costo. Questi contenuti artificiali erodono la fiducia dei cittadini nei media tradizionali e nelle istituzioni, rendendo difficile distinguere il vero dal falso. Infine, reti di profili automatizzati (bot) simulano conversazioni umane reali sui social media per amplificare artificialmente una narrazione, creando l’illusione che una determinata opinione sia condivisa dalla maggioranza.

Difendersi dalla guerra cognitiva

Poiché le democrazie occidentali si basano sulla libertà di espressione, la difesa non può basarsi sulla censura, ma su strategie strutturali. Rimanendo in ambito Nato, l’Alleanza finanzia programmi per addestrare i cittadini e il personale militare a riconoscere le tecniche di manipolazione. L’obiettivo è sviluppare il pensiero critico e la media literacy (alfabetizzazione ai media) per rendere la popolazione meno vulnerabile.

Un’altra strategia consiste nell’avvisare preventivamente il pubblico sulle narrazioni manipolatorie che l’avversario sta per lanciare, neutralizzandone l’impatto emotivo. Infine, come l’AI viene usata per attaccare, così gli alleati sviluppano algoritmi difensivi capaci di individuare in tempo reale le campagne di disinformazione e i deepfake prima che diventino virali.