L’appello dei campioni europei: meno regole, più scala per salvare la sovranità tecnologica

Sette Ceo, tra cui quelli di Ericsson, Airbus, Sap, chiedono a Bruxelles un cambio di passo: semplificazione normativa, capitali e consolidamento per competere con Stati Uniti e Cina. Sullo sfondo, l’incontro con Ursula von der Leyen e la partita decisiva sull’AI industriale
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Von der leyen e i ceos

C’è una forma di inquietudine, più che di polemica, nell’appello firmato dai vertici di Airbus, Asml, Ericsson, Mistral AI, Nokia, Sap e Siemens. Non è la consueta richiesta di alleggerimento normativo, né l’ennesimo documento di lobbying settoriale. È piuttosto la presa d’atto di un ritardo che rischia di diventare strutturale.

Il contesto è quello dell’incontro avvenuto a Bruxelles, nei giorni scorsi, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un confronto che ha dato forma a un messaggio politico preciso: l’Europa dispone delle competenze, del capitale umano e della base industriale per guidare la nuova fase tecnologica, ma continua a non trasformare questi asset in potenza economica su larga scala.

Nel testo, i firmatari insistono su un punto che negli ultimi anni è emerso con crescente chiarezza anche nei lavori di Mario Draghi e Enrico Letta: il problema europeo non è l’assenza di innovazione, bensì la difficoltà di farla crescere. Il continente eccelle nella ricerca, produce tecnologie di frontiera e detiene quote rilevanti in segmenti chiave – dai semiconduttori alla connettività, dall’aerospazio all’AI – ma si arresta quando si tratta di scalare.

È in questo scarto che si inserisce la critica più netta: un mercato ancora frammentato, un contesto competitivo globale segnato da massicci interventi pubblici e, soprattutto, un impianto regolatorio che appare sempre più inadatto a tenere il passo dell’innovazione. La questione non è tanto la quantità delle norme, quanto la loro qualità e la loro tempistica. L’Europa, osservano i Ceo, tende a normare prima ancora che le tecnologie abbiano trovato una piena applicazione industriale.

Il riferimento, neanche troppo implicito, è alla stagione aperta dall’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa. A distanza di anni da quel passaggio, mentre negli Stati Uniti e in Asia si sperimentano applicazioni sempre più integrate nei sistemi produttivi e nelle infrastrutture fisiche, il dibattito europeo resta in larga misura ancorato alla regolazione. Il rischio, sottolineato nell’editoriale, è quello di consolidare una posizione di retroguardia proprio nel momento in cui la tecnologia esce dalla dimensione puramente digitale per innervare l’industria.

Da qui la richiesta di un cambio di impostazione: meno norme prescrittive e più principi capaci di accompagnare l’evoluzione tecnologica. Non si tratta di smantellare le tutele, ma di evitare che la stratificazione regolatoria diventi un ostacolo sistemico. In gioco, oltre alla competitività, c’è la possibilità stessa di sviluppare applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale, proteggere la proprietà intellettuale e costruire spazi di dati realmente operativi.

L’altro nodo riguarda il capitale. L’Europa, ricordano i firmatari, dispone di risorse rilevanti ma fatica a indirizzarle verso l’innovazione su larga scala. La piena attuazione della cosiddetta “Savings and Investments Union” viene indicata come uno snodo decisivo, così come la necessità di rivedere le regole sulla concorrenza e sulle operazioni di fusione. È un terreno delicato, perché implica la possibilità di favorire processi di consolidamento industriale che in passato Bruxelles ha spesso guardato con diffidenza.

Eppure, è proprio la dimensione a fare la differenza in una competizione globale sempre più concentrata. Senza massa critica, anche le eccellenze rischiano di restare periferiche. Il tema dei “campioni europei” torna così al centro del dibattito, non più come opzione teorica ma come esigenza concreta.

Sul fondo, si intravede anche una ridefinizione del rapporto tra tecnologia e sicurezza. L’editoriale insiste sulla necessità di rafforzare la resilienza strategica, promuovendo tecnologie affidabili e superando la tradizionale separazione tra ambito civile e militare. Un passaggio che riflette la trasformazione del contesto geopolitico, nel quale innovazione e difesa tendono sempre più a sovrapporsi.

Tutto converge su un concetto che negli ultimi anni è diventato centrale nel lessico europeo: sovranità tecnologica. Non come chiusura, ma come capacità di sviluppare, controllare e valorizzare le tecnologie chiave. Per i Ceo, la vera ricchezza non risiede nell’accesso alle innovazioni, bensì nella loro creazione.

Il giudizio sull’azione della Commissione resta, nel complesso, interlocutorio. Vengono riconosciuti i primi passi compiuti sotto la guida di Ursula von der Leyen, così come l’importanza delle riflessioni avviate da Mario Draghi e Enrico Letta. Ma il punto, ancora una volta, è la capacità di tradurre queste analisi in decisioni operative.

L’impressione, leggendo il testo, è che il tempo delle diagnosi sia finito. La finestra per colmare il divario con i concorrenti globali resta aperta, ma si sta rapidamente restringendo. Per questo l’appello si chiude con una formula che ha il tono di un avvertimento più che di uno slogan: il momento è adesso.

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