La nuova PAC contro gli incendi: l’agricoltura Ue diventa infrastruttura climatica

La riforma post-2027 apre al ruolo degli agricoltori nella gestione del territorio e nella prevenzione dei roghi
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Agricoltura Coltivazione

La Politica Agricola Comune potrebbe diventare anche una politica antincendio. Al Consiglio Agricoltura e pesca, i ministri Ue hanno discusso il ruolo strategico dell’agricoltura e della gestione forestale sostenibile nella prevenzione dei roghi, in un contesto in cui gli incendi non sono più un’emergenza mediterranea ma un rischio europeo. Nel 2025 è bruciato oltre un milione di ettari, più della superficie di Cipro. Da qui la domanda che entra nel negoziato sulla PAC post-2027: pagare gli agricoltori solo per produrre, o anche per proteggere il territorio?

L’ingresso degli incendi nel confronto sulla politica agricola comune sposta il baricentro del dibattito europeo. La prevenzione non viene più trattata soltanto come materia di protezione civile o politica ambientale, ma come funzione collegata alla gestione ordinaria di campi, pascoli, boschi e aree rurali. Dove si riduce il presidio agricolo e forestale, aumentano l’accumulo di vegetazione combustibile, la vulnerabilità dei suoli e la possibilità che un rogo si propaghi più rapidamente.

La Commissione ha impostato il dossier sulla gestione integrata del rischio incendi lungo l’intero ciclo dell’emergenza: prevenzione, preparazione, risposta e ripresa. È una cornice che coinvolge Stati membri, autorità regionali, gestori del territorio, agricoltori, silvicoltori, comunità locali e strumenti Ue come PAC, Copernicus, Effis, meccanismo unionale di protezione civile e rescEu. La novità politica è che la futura PAC viene chiamata a sostenere non soltanto reddito e produzione, ma anche resilienza del paesaggio, manutenzione attiva e riduzione dei fattori che rendono gli incendi più estesi e distruttivi.

La PAC entra nella prevenzione incendi

Il confronto sulla PAC post-2027 resta centrato sulla distribuzione degli aiuti, ma il dossier incendi amplia il significato stesso del sostegno agricolo. I ministri hanno discusso come rendere i pagamenti più mirati agli agricoltori, garantendo equità, redditività e competitività, mentre la Commissione spinge su degressività e capping, ovvero sulla riduzione e sul tetto agli aiuti più alti, per concentrare le risorse dove ritiene che il bisogno sia maggiore. Il commissario Christophe Hansen ha indicato l’obiettivo di evitare l’abbandono delle terre agricole, passaggio decisivo anche per la prevenzione dei roghi: un terreno che esce dalla produzione o un bosco non gestito possono diventare fattori di rischio, soprattutto nelle aree dove spopolamento rurale e fine delle pratiche tradizionali hanno favorito l’accumulo di materiale infiammabile.

La Commissione considera la PAC la principale fonte di finanziamento Ue per la prevenzione incendi basata sul territorio. Gli interventi già sostenuti o da mantenere nel periodo 2028-2034 comprendono gestione forestale attiva, diradamento, potatura, diversificazione delle specie, fasce tagliafuoco, infrastrutture forestali, pascolo estensivo, gestione delle praterie e recupero di aree a rischio abbandono. La logica è remunerare pratiche che riducono il carico di combustibile e rendono il paesaggio meno esposto a incendi di grande scala. Non si tratta di aggiungere un’etichetta verde alla PAC, ma di riconoscere che alcune attività agricole e forestali producono un beneficio pubblico non pienamente compensato dal mercato.

Il futuro della Pac tra produttività, sostenibilità e rischi globali: gli scenari verso il 2040

Il nodo politico riguarda il rapporto tra regole comuni e flessibilità nazionale. Gli Stati membri chiedono margini per adattare gli strumenti alle proprie condizioni territoriali, perché il rischio incendi cambia in base a clima, uso del suolo, struttura forestale, densità abitativa e presenza di interfacce urbano-rurali. Una misura efficace in una regione mediterranea con lunghi periodi secchi può essere inadeguata in un’area alpina o in una zona continentale dove il problema principale è l’abbandono dei pascoli. Bruxelles, tuttavia, deve evitare che la flessibilità renda difficile verificare risultati, spese e impatto degli interventi.

In questo equilibrio si inserisce anche la discussione su giovani agricoltori, definizione di agricoltore attivo e uso dei risparmi generati da capping e degressività. Se le risorse restano negli Stati membri, come indicato dalla Commissione, potranno essere indirizzate verso investimenti per competitività, ammodernamento, sostenibilità e servizi territoriali. La prevenzione incendi può diventare una di queste destinazioni, purché sia collegata a obiettivi misurabili: riduzione della biomassa combustibile, recupero di terreni abbandonati, gestione di aree marginali, protezione del suolo, rafforzamento della capacità idrica dei paesaggi.

Abbandono rurale e attività umana allargano il rischio incendi

La stagione 2025 ha mostrato una trasformazione del rischio incendi nell’Unione. La superficie bruciata ha superato il milione di ettari, il livello più alto registrato nei territori Ue, e in quattro degli ultimi cinque anni le aree colpite sono state superiori alla media storica. Gli incendi non riguardano più soltanto il Sud Europa, ma raggiungono regioni centrali, settentrionali e orientali che in passato non erano considerate particolarmente esposte. Le conseguenze indicate dalla Commissione sono ampie: perdita di vite umane, danni agli ecosistemi, peggioramento della qualità dell’aria, degrado del suolo, erosione, perdita di biodiversità, impatti su agricoltura, silvicoltura, infrastrutture e patrimonio culturale.

La Commissione individua tre fattori principali dietro l’aumento del rischio: cambiamento climatico, trasformazioni nella gestione del territorio e comportamento umano. Ondate di calore, siccità prolungate e temperature elevate rendono suoli e vegetazione più secchi, creando condizioni favorevoli all’innesco e alla propagazione del fuoco. Allo stesso tempo, spopolamento rurale, abbandono delle pratiche agricole tradizionali e carenza di gestione forestale attiva hanno favorito l’accumulo di combustibile su vaste aree. L’espansione urbana verso zone forestali e naturali ha aumentato l’esposizione di persone, abitazioni e infrastrutture.

Il dato più rilevante per le politiche di prevenzione riguarda le cause di innesco: secondo la Commissione, fino al 96% degli incendi boschivi nell’Ue è riconducibile ad attività umane, tra scintille da infrastrutture, negligenze, mozziconi, ceneri calde, fuochi d’artificio e azioni dolose. Questo spiega perché la gestione del rischio non possa limitarsi ai mezzi aerei o all’intervento dei vigili del fuoco. Servono informazione, pianificazione, coinvolgimento delle comunità, gestione delle aree vicine agli insediamenti e strumenti di allerta precoce accessibili.

Agricoltori, silvicoltori e comunità rurali entrano così al centro della prevenzione. Pratiche come pascolo, diradamento, diversificazione delle specie, gestione delle praterie e creazione di paesaggi più vari riducono l’intensità degli incendi e ne rallentano la propagazione. La Commissione collega queste attività anche alla strategia sulla bioeconomia, perché l’uso sostenibile della biomassa nelle regioni esposte può ridurre il materiale infiammabile e creare nuove opportunità economiche per le aree rurali. La gestione del rischio diventa quindi anche una questione di vitalità economica dei territori: senza aziende, lavoro e manutenzione, la prevenzione resta una formula amministrativa.

La strategia Ue oltre la PAC

La Commissione insiste su un limite strutturale: molte politiche di prevenzione sono frenate da dati incoerenti, mappe dei pericoli obsolete, modellizzazioni insufficienti del comportamento del fuoco e scarsa integrazione delle valutazioni transfrontaliere e multirischio. Effis, all’interno di Copernicus, fornisce già servizi di monitoraggio, mappatura e valutazione degli incendi, ma Bruxelles punta a rafforzare questi strumenti con modellizzazioni standardizzate del rischio a livello europeo, mappe aggiornate del combustibile e uso sistematico di dati ad alta risoluzione. Gli Stati membri sono invitati a utilizzare queste informazioni non solo durante l’emergenza, ma anche per decidere quali progetti finanziare.

La preparazione della popolazione è un altro fronte. La Commissione richiama l’esigenza di comunicazione mirata, piani di evacuazione, coinvolgimento delle comunità, attenzione alle persone vulnerabili e collaborazione tra autorità locali, turismo, agricoltori, silvicoltori e gestori del territorio. L’interfaccia urbano-rurale è una delle aree più delicate, perché lì il rischio per vite, abitazioni e infrastrutture aumenta in modo diretto. Le misure possono includere edifici più resistenti, pulizia delle aree circostanti, piani di emergenza, percorsi di evacuazione e inserimento del rischio incendi nella pianificazione urbanistica.

Sul piano della risposta, l’Ue punta su meccanismo unionale di protezione civile, preposizionamento volontario di squadre antincendio, rafforzamento della flotta aerea rescEu, maggiore interoperabilità e formazione. La Commissione prevede anche un hub europeo antincendio a Cipro, con un centro di eccellenza dedicato a formazione, esercitazioni e prontezza stagionale. Il rafforzamento dei mezzi resta essenziale, ma non sostituisce la prevenzione: gli incendi estremi, definiti sempre più spesso megafire nei documenti tecnici europei, possono superare la capacità dei metodi tradizionali di spegnimento.

La ripresa post-incendio chiude il ciclo e riporta il dossier dentro il campo agricolo e forestale. Dopo roghi ad alta intensità, il suolo perde capacità di infiltrazione, aumenta il deflusso superficiale e cresce il rischio di erosione. Servono copertura vegetale, recupero degli ecosistemi, dati armonizzati sui danni e finanziamenti rapidi per ripristinare foreste e terreni agricoli. La Commissione richiama il principio del “build back better”(ricostruire meglio per ridurre i rischi futuri, ndr.) e indica fondi PAC, politica di coesione, Fondo di solidarietà dell’Ue, assicurazioni e strumenti privati come possibili canali di intervento. Anche qui la questione finanziaria resta centrale: nel quadro attuale risultano già mobilitate risorse attraverso coesione, Recovery and Resilience Facility e Fondo agricolo europeo per lo sviluppo rurale, ma il prossimo bilancio 2028-2034 dovrà migliorare il tracciamento della spesa destinata a prevenzione e soppressione degli incendi.

La dimensione economica pesa sul negoziato. Il danno annuo da incendi è stimato intorno a 2,5 miliardi di euro, mentre strumenti di rilevamento e allerta possono produrre ritorni molto superiori ai costi se consentono interventi più rapidi e limitano la devastazione. Per questo Bruxelles guarda anche ad assicurazioni, premi differenziati per chi adotta misure di adattamento, pagamenti per servizi ecosistemici, crediti di rimozione del carbonio e altri meccanismi capaci di mobilitare investimenti privati. La PAC resta il pilastro agricolo, ma non può coprire da sola l’intero ciclo del rischio incendi, soprattutto se deve continuare a finanziare reddito, giovani, competitività, sostenibilità e tenuta produttiva.