L’intelligenza artificiale è il terreno sul quale si gioca la prossima grande partita globale, o almeno questo è il grande ritornello degli ultimi tre anni. Ma per capire le regole di questa partita è utile leggere due documenti molto diversi tra loro. Da una parte, The Technological Republic, il manifesto firmato da Alexander Karp e Nicholas Zamiska di Palantir, un libro uscito oltre un anno fa ma che in questi giorni è stato riassunto in un post su X e ha creato grande scompiglio, a testimonianza del fatto che nessuno legge più i libri e il dibattito si accende solo quando i concetti sono riassunti in forma di bignami. Dall’altra c’è il livre blanc di Mistral AI, azienda francese che però ha scelto di diffonderlo in inglese con il titolo European AI: A Playbook to Own It, uscito in questi giorni e firmato dal Ceo Arthur Mensch, un destino nel cognome: mensch, che in tedesco vuol dire banalmente “persona”, in Yiddish viene usato come “un tipo giusto, uno da ammirare, affidabile, concreto”. Mistral offre una strategia pratica, costruita dall’interno del sistema europeo, per trasformare il Vecchio Continente in una potenza autonoma dell’intelligenza artificiale. Leggerli insieme è a tratti deprimente, esaltante, inquietante, sicuramente illuminante.
I profeti: chi sono Karp, Thiel, Mensch, Lample e Lacroix
Per capire i testi, bisogna capire gli autori, perché portano profondamente impresse le biografie e le visioni del mondo di chi li ha scritti.
Alexander Karp è una figura improbabile nel pantheon della Silicon Valley. Laureato in legge a Stanford (dove incontra Peter Thiel) e con un dottorato in teoria sociale alla Goethe Universität di Francoforte sotto la guida di Jürgen Habermas, Karp arriva alla tecnologia per una via obliqua, quella della filosofia continentale europea. È Thiel a convincerlo, nel 2004, a guidare la società che avrebbero cofondato insieme con Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen. Il nome scelto per l’azienda – Palantir, le pietre veggenti di Tolkien – è già un programma: vedere lontano attraverso la complessità dei dati. Il paradosso di Karp è quello di un intellettuale che diffida della Silicon Valley ma ne governa dall’interno uno degli ingranaggi più potenti, un uomo che ha studiato i limiti del potere e poi ha costruito uno strumento di potere tra i più penetranti che esistano. Poi, certo, ha tutto il campionario del tech-bro: gira con i capelli arruffati, i calzini fucsia, fa tai-chi e il giocoliere con le palline, e allo stesso tempo ha un poligono di tiro in casa: si è definito “un’artista con la pistola” al New York Times, in una delle poche interviste concesse in questi anni.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal con Elon Musk e primo investitore ‘straniero’ in Facebook, è l’ideatore strategico di Palantir, colui che ha portato i primi contratti governativi sfruttando la sua rete a Washington. La sua filosofia libertaria e il suo pensiero sulla strasis, la stagnazione tecnologica come crisi della civiltà occidentale, permeano l’impianto teorico di The Technological Republic. Thiel e Karp hanno stili e temperamenti opposti: il primo lineare e pragmatico, il secondo complesso e dialettico, in una tensione che loro stessi hanno riconosciuto come fondativa dell’azienda. Thiel ha recentemente passato qualche giorno a Roma dando una serie di lezioni sull’Anticristo che non hanno cambiato il destino della teologia moderna.
Sul versante europeo, Arthur Mensch, Guillaume Lample e Timothée Lacroix fondano Mistral AI nell’aprile 2023, tre ricercatori francesi formati nel sistema delle grandes écoles, il dispositivo napoleonico di selezione dell’élite tecnica nazionale, ancora oggi tra i sistemi di formazione scientifica più competitivi al mondo, ma con traiettorie che li portano tutti, prima di tornare in Francia, dentro il cuore dell’AI americana.
Arthur Mensch, il Ceo, si laurea all’École Polytechnique (fondata nel 1794, tecnicamente istituto militare, i suoi studenti sono ufficiali in formazione) e completa un dottorato all’Université Paris-Saclay, il polo che riunisce Inria, Cea e le principali strutture di ricerca scientifica statale francese. Approda poi a Google DeepMind, per poi tornare in Europa.
Guillaume Lample, altro allievo della Polytechnique, con un percorso più internazionale: dottorato alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh (ai vertici mondiali per computer science) in una struttura ibrida con Facebook AI Research (Fair), il laboratorio accademico di Meta. Diventa uno degli autori principali dei modelli LLaMA (2023), il progetto open-weight che ha ridefinito l’accesso globale ai grandi modelli linguistici. In Mistral è Chief Scientist.
Timothée Lacroix è un prodotto dell’École Normale Supérieure di rue d’Ulm, istituzione distinta e per molti versi più selettiva della Polytechnique: mentre quest’ultima forma ingegneri applicati, l’Ens forma ricercatori “teorici” e ha prodotto più medaglie Fields (il Nobel della matematica) di qualsiasi altra istituzione europea. Lacroix si specializza in Meta AI prima di cofondare Mistral, dove ricopre il ruolo di Cto, architetto dell’infrastruttura tecnica.
Il profilo complessivo è quello di tre persone che incarnano la contraddizione strutturale del progetto: formatissimi nello Stato francese, fatti alla Silicon Valley. Nessuno di loro è arrivato a fondare Mistral dall’esterno del sistema AI americano: ne sono prodotti diretti. La tesi implicita del Libro Bianco è che proprio questa doppia appartenenza sia un vantaggio competitivo: si può costruire un’alternativa europea all’AI americana perché la si conosce dall’interno. Vantaggio o contraddizione? Non importa.
La grammatica del potere: Palantir e la “dottrina della potenza dura”
The Technological Republic è un testo ideologicamente denso, scritto in uno stile che mescola il saggio politico alla confessione intellettuale. I 22 punti diffusi in questi giorni non sono una lista di consigli aziendali: sono i pilastri di una visione del mondo nella quale tecnologia, democrazia, potere militare e identità culturale formano un sistema indivisibile.
Il punto di partenza è una cambiale. “Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible”, scrive Karp: l’ingegneria di élite ha l’obbligo di lavorare per la nazione. È una dichiarazione di guerra silenziosa contro la neutralità politica che ha caratterizzato per decenni le grandi aziende tecnologiche americane, almeno finché il don’t be evil di Google e la retorica del mondo piatto di Zuckerberg sono andate di moda a San Francisco. Per Karp, questa neutralità è irresponsabile, persino vigliaccamente borghese.
“La domanda non è se le armi AI saranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo”. È l’architrave di tutta la filosofia industriale di Palantir, che dall’inizio si è presentata come il contraltare democratico ai sistemi di sorveglianza degli stati autoritari. Karp non dice “dobbiamo costruire armi AI perché vogliamo farlo”; dice “dobbiamo costruirle noi, perché qualcuno lo farà comunque, e meglio che lo facciano le democrazie”. È la logica del nobile male minore, che ha radici profonde nella tradizione politica americana da Reinhold Niebuhr a Henry Kissinger. Non sempre è andata bene.
Intorno a questo nucleo si allargano tesi culturali che vanno oltre la tecnologia: la critica alla “tyranny of the apps” e alla decadenza consumistica dell’iPhone come simbolo di una civiltà che ha smesso di immaginare; l’attacco al moralismo identitario delle élite progressiste; la rivendicazione del ruolo delle culture nella storia (“Some cultures have produced vital advances; others remain dysfunctional and regressive”). Sono tesi provocatorie, costruite per disturbare tanto la destra libertaria quanto la sinistra progressista. È il marchio di fabbrica intellettuale di Karp, il filosofo che ha imparato da Habermas la critica della ragione strumentale, e che ora costruisce strumenti di ragione strumentale per salvarci da noi stessi.
La grammatica dell’autonomia: Mistral e il “playbook europeo”
Il Libro Bianco di Mistral ha un registro completamente diverso: è un documento operativo, non un manifesto filosofico. Arthur Mensch lo presenta come “a practical playbook, born from the lived experience of a European AI startup”. Il cambio di tono è già significativo: se Karp predica, Mensch propone.
La diagnosi europea è cruda. Il 40% delle aziende europee fatica ad assumere talenti AI. Le barriere burocratiche sono talmente assurde che il Ceo di una startup di frontiera deve muoversi personalmente per sbrigare pratiche amministrative di base. I mercati frammentati nei 27 stati membri si comportano come 27 mercati separati, ciascuno con le proprie regole, i propri contratti pubblici, i propri sistemi fiscali. Il risultato è che i talenti europei, spesso formati nelle migliori università del continente, emigrano verso la Silicon Valley o vengono assorbiti dai colossi americani.
Le proposte concrete sono quattro. Primo: una AI Blue Card – un visto lavorativo processato in 15 giorni per attrarre ricercatori e ingegneri di punta. Secondo: l’integrazione reale del mercato unico digitale, superando la frammentazione normativa che blocca la scalabilità delle startup. Terzo: un ecosistema di partnership università-industria che trasformi l’eccellenza accademica in vantaggio competitivo industriale. Quarto: infrastrutture AI sovrane, con computing, dati e modelli sviluppati in Europa, per l’Europa.
“Controllare la nostra infrastruttura AI non è un’opzione, è l’unica strada per vincere la corsa”. E qui torniamo in territorio Karp, la stessa urgenza esistenziale: non è una questione di preferenze, è una questione di sopravvivenza come soggetto storico.
La contraddizione fondamentale: chi controlla il capitale?
Su questo campo, il confronto diventa più scivoloso per per il Libro Bianco di Mistral.
Palantir è, in fondo, coerente con sé stessa. Nasce con i soldi della Cia (In-Q-Tel, il fondo di venture capital dei servizi di intelligence americani, è stato tra i suoi primi investitori) e rimane per vent’anni un’azienda al servizio dello stato americano e dei suoi alleati. Non se ne vergogna: è parte integrante della sua brand identity e della sua filosofia. Quando Karp dice che la Silicon Valley ha un debito morale verso l’America, Palantir è già una rata saldata di quel debito.
Mistral, invece, predica l’autonomia europea mentre cresce grazie ai soldi americani. La società ha ricevuto investimenti da Microsoft, che ospita i suoi modelli sull’infrastruttura Azure. Il suo capitale è composto (anche) da investitori americani di primissimo piano. E i suoi due fondatori Lample e Lacroix vengono dai laboratori di Meta. Non è così facile definirlo il prodotto purissimo della sovranità tecnologica europea.
D’altronde l’Europa controlla solo il 5% dei fondi di venture capital globali. Non c’è libro bianco, per quanto ben costruito, che risolva questa asimmetria senza una decisione politica di riallocazione massiccia di capitale pubblico e privato europeo. Mistral lo sa, e nelle sue proposte lo dice.
Due visioni del futuro, due idee di Occidente
Palantir e Mistral non sono solo due aziende tecnologiche: sono due teorie politiche sul futuro dell’Occidente.
Per Karp e Thiel, il futuro si vince con l’hard power “(“hard power in this century will be built on software”) e la Silicon Valley deve scegliere da che parte stare. L’Europa nella loro visione è vittima storica della propria ingenuità: la “castrazione” postbellica di Germania e Giappone deve essere ribaltata, scrive Karp, denunciando l’irenismo europeo come una follia strategica pagata da tre generazioni. È una visione Americo-centrica, nella quale l’Europa esiste solo nella misura in cui si riarma e si riallinea al progetto di potere occidentale guidato da Washington.
Per Mensch e Mistral, invece, l’Europa può e deve costruire una sua identità digitale distinta, non necessariamente contro l’America, ma non dipendente da essa. “E’ il nostro dovere collettivo assicurarci che l’AI possa essere sviluppata anche in Europa secondo regole allineate alle nostre priorità di europei”. Si parla di privacy, regolazione, democrazia deliberativa, modello sociale, non come ostacoli alla competizione, ma come asset strategici, una differenziazione competitiva in un mondo che chiederà sempre di più garanzie sui dati e sull’autonomia. È la tesi opposta a quella di Karp: non “scegli da che parte stare nella guerra tecnologica”, ma “costruisci un terzo polo che valga la pena difendere”.
La domanda che rimane aperta è se quest’ultima visione sia un programma realizzabile o una consolazione filosofica. L’Europa ha i talenti, ha le istituzioni, ha il mercato. Manca ancora di quella volontà politica che trasformi un livre blanc in un progetto di potere. E, in fondo, è quello che Karp direbbe: il soft power delle buone intenzioni non basta. Serve anche la durezza di chi è disposto a scegliere.
