L’energia di Bruxelles sotto le macerie di Ras Laffan, tra l’incudine Usa e il martello russo

La premonizione di Draghi sull’autonomia energetica e il divorzio dal gas russo incastrati nel collo di bottiglia di Hormuz
24 ore fa
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Emissioni Gas Serra

Quando a metà marzo i missili iraniani hanno squarciato il cielo sopra il deserto del Qatar, l’esplosione ha fatto tremare i palazzi del potere europeo a migliaia di chilometri di distanza. Non è stato solo un attacco a un complesso industriale; quello di Ras Laffan è stato il siluro che ha colpito la linea di galleggiamento del piano piano con cui l’Unione europea sperava di liberarsi definitivamente dal ricatto energetico della Russia.

In un istante, la strategia per un’Europa sicura e indipendente è rimasta intrappolata tra le lamiere di un impianto criogenico, esponendo il fianco a nuove dipendenze e vecchie minacce.

Il “miracolo” di Ras Laffan e il problema dei -162 gradi

Per comprendere la portata del disastro, bisogna guardare a Ras Laffan, una “cattedrale” dell’energia sulla costa del Qatar vasta tre volte la città di Parigi. Da sola, questa infrastruttura spedisce circa un quinto della fornitura globale di Gas Naturale Liquefatto (Gnl). Ma cos’è e perché è così fondamentale? Si tratta di gas naturale, composto principalmente da metano, che viene purificato e “congelato” alla temperatura estrema di -162 °C. Questo processo, chiamato liquefazione, trasforma il gas in un liquido che occupa un volume 600 volte inferiore rispetto alla forma gassosa. Questa incredibile riduzione permette di caricare l’energia su grandi navi cisterna e trasportarla attraverso gli oceani, eliminando la necessità di lunghi e vulnerabili gasdotti.

L’attacco iraniano ha distrutto due dei 14 treni di liquefazione del sito, ovvero le gigantesche macchine necessarie per raggiungere quei -162 gradi. Il risultato è paralizzante: è sparito il 17% della capacità produttiva del Qatar e il 3% dell’intera produzione mondiale di Gnl. Poiché queste tecnologie sono estremamente sofisticate e gestite da pochissime aziende globali, le riparazioni richiederanno dai tre ai cinque anni.

Divorzio russo in bilico

L’Unione europea aveva puntato tutto su questa tecnologia per attuare il piano RePowerEu. Lanciato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il piano mira a eliminare totalmente le importazioni di combustibili fossili russi entro il 2027. Grazie a questa strategia, l’Europa è riuscita a far balzare la quota di Gnl nelle sue importazioni totali dal 20% del 2021 a quasi il 50% attuale.

Bruxelles contava su un’ondata di nuovi progetti previsti per il 2026 per abbassare i prezzi, ma la crisi in Qatar ha cambiato tutto. Le forniture globali di Gnl sono ora diminuite del 20% su base annua, e i prezzi sono tornati a livelli record, mettendo in crisi Paesi come l’Italia (dove Edison ha subìto la sospensione dei contratti) e la Germania, pesantemente esposta ai costi energetici per il suo settore industriale.

L’ombra del Rapporto Draghi

Questo choc energetico arriva nel momento peggiore per l’economia europea, come evidenziato dall’ultimo Rapporto Draghi. L’ex presidente italiano Mario Draghi, incaricato dalla Commissione europea di tracciare una rotta per il futuro dell’Ue, ha avvertito che l’Europa non può più fare affidamento sui fattori che hanno sostenuto la sua crescita in passato, a partire dall’energia a basso costo.

I dati del rapporto sono spietati: le industrie europee pagano il gas da quattro a cinque volte di più rispetto ai loro concorrenti americani. I prezzi dell’elettricità per le imprese più grandi sono il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 50% più alti che in Cina. Senza il gas abbondante e sicuro che l’Ue sperava di ottenere dal Qatar, il divario di competitività rischia di diventare incolmabile, spingendo settori come la chimica, l’acciaio e i fertilizzanti verso un declino irreversibile.

Tra l’incudine americana e il martello russo

È così che nasce per Bruxelles una nuova “morsa” geopolitica per l’Europa: la dipendenza dagli Stati Uniti. Per non restare a secco, l’Ue deve affidarsi sempre di più ai fornitori americani, che già coprono quasi il 60% delle nostre importazioni di Gnl. Questa dipendenza strategica è stimata in un valore di 750 miliardi di dollari fino al 2028. Il rischio è che Washington possa usare questo potere per estrarre concessioni politiche dal blocco europeo.

Con la scarsità di gas sul mercato mondiale, le voci che chiedono di alleggerire le sanzioni contro Mosca potrebbero farsi più forti. Sebbene l’Ue abbia già vietato i nuovi contratti di Gnl russo, Paesi come la Slovacchia o settori industriali in difficoltà potrebbero spingere per posticipare il ban totale previsto per il 2027, rischiando di spaccare l’unità politica dei Ventisette.

In conclusione, la strategia per l’indipendenza energetica europea è oggi bloccata nella “coda delle riparazioni” di Ras Laffan. Mentre i terminali di rigassificazione europei sono pronti a ricevere energia, la mancanza di materia prima sul mercato globale rende l’Europa vulnerabile. Per uscire da questo vicolo cieco, la strada indicata rimane solo una: accelerare drasticamente sulle energie rinnovabili e tagliare la domanda di gas, per evitare che la nostra sovranità rimanga ostaggio di un conflitto lontano.