Pannelli, batterie e segreti: perché il futuro ecologico dell’Europa parla cinese

“Sonnambuli verso Pechino”: l'allarme degli esperti sulla nostra nuova dipendenza energetica
1 ora fa
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Fotovoltaico eolico Canva

Per anni abbiamo pensato alla transizione ecologica come a una marcia verso la libertà energetica europea. Ma mentre smantelliamo, anno dopo anno, la dipendenza dai fossili russi, un nuovo rapporto avverte su un rinnovato pericolo: ci stiamo consegnando a un monopolio tecnologico cinese che minaccia la nostra sicurezza economica, i nostri segreti militari e persino la nostra alleanza con gli Stati Uniti. A sottolineare il paradosso è “Dependence”, l’ultimo paper di Loom, un’organizzazione internazionale che analizza gli andamenti dei mercati economici, ambientali e di sicurezza, finanziato dal New Energy Industrial Strategy Center degli Stati Uniti.

Il principale autore, Michal Meidan, responsabile della ricerca sull’energia in Cina, presso l’Oxford Institute for Energy Studies, ha spiegato che potremmo star camminando da “sonnambuli” verso una nuova, e forse più insidiosa, trappola. E mentre l’Europa sta correndo ai ripari accelerando la transizione verso il solare, l’eolico e la mobilità elettrica per produrre energia in casa, pulita e sicura, il rapporto ci ricorda che nel farlo stiamo consegnando a Pechino le chiavi dei nostri dati.

Il grande monopolio

I numeri descrivono un dominio che rasenta il monopolio assoluto. Nel 2024, la Cina ha fornito il 98% dei pannelli solari installati nel continente. Non si tratta solo di assemblaggio: Pechino controlla oltre il 90% della raffinazione delle terre rare e della produzione di magneti, componenti essenziali per i motori delle auto elettriche e per le turbine eoliche.

Mentre Bruxelles fissava obiettivi climatici ambiziosi, la Cina attuava per decenni una strategia industriale “spietata” e lungimirante. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’industria solare europea è stata letteralmente “decimata” dalla concorrenza asiatica, incapace di reggere i costi di una produzione che in Cina beneficia di sussidi massicci, energia a basso costo e cluster industriali integrati. Ora, avverte il rapporto, i settori dell’auto e dell’eolico, pilastri dell’economia tedesca, francese e italiana, sono i prossimi sulla lista.

Il cavallo di Troia nella rete elettrica

Ma il rischio non è solo economico. C’è una dimensione di sicurezza nazionale che molti leader europei sembrano ignorare. Il punto debole non è il pannello solare in sé, ma i dispositivi connessi che gestiscono l’energia: gli inverter. Questi piccoli computer convertono l’energia dei pannelli per immetterla in rete. La Cina ne fornisce oggi il 61%. Secondo gli esperti di sicurezza che hanno collaborato alla redazione del rapporto, questi dispositivi potrebbero diventare dei veri e propri interruttori killer.

E anche se pensiamo che un attacco massiccio per spegnere la rete elettrica europea sia “molto improbabile” al di fuori di un conflitto aperto, la vulnerabilità è reale. Gli inverter possono essere manipolati da remoto per creare micro-squilibri che destabilizzano le reti locali, rendendo le nostre infrastrutture critiche ostaggio di un possibile ricatto geopolitico.

C’è poi il tema dello spionaggio. Le auto elettriche cinesi, cariche di sensori, audio e video, e le infrastrutture eoliche offshore possono essere utilizzate per monitorare i movimenti di truppe o tracciare i sottomarini della Nato. In un mondo dove i dati sono il nuovo petrolio, Pechino sta costruendo l’infrastruttura per raccoglierne una quantità senza precedenti proprio nel cuore dell’Europa.

Tra l’incudine cinese e il martello americano

La questione energetica sta già diventando il nuovo terreno di scontro tra le due superpotenze. Il rapporto Loom sottolinea come l’amministrazione americana stia osservando con crescente ostilità l’abbraccio tecnologico tra Europa e Cina.

Washington potrebbe non limitarsi ai consigli. Esiste il rischio concreto che gli Stati Uniti impongano all’Europa di “sradicare” i componenti cinesi dalle proprie reti, come già accaduto con il caso Huawei e il 5G. Se l’Europa non dovesse allinearsi, il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo: sanzioni economiche o, nello scenario peggiore, il ritiro della protezione militare americana, già minacciata diverse volte. L’Europa rischia di trovarsi di fronte a un bivio drammatico: rinunciare alla velocità della transizione verde per motivi di sicurezza, o mantenere la rotta climatica rischiando la rottura con l’alleato storico.

Il risveglio dei sonnambuli

Perché l’Europa non ha reagito prima? Il problema, spiega il rapporto, è la frammentazione. A Bruxelles e nelle capitali nazionali, chi si occupa di clima non parla con chi si occupa di sicurezza. Per alcuni Paesi, come la Polonia, la priorità assoluta è eliminare ogni traccia di influenza russa, vedendo nella tecnologia cinese un male minore. Per altri, come la Lituania, la scelta di campo pro-Usa è già stata fatta, anche a costo di costi energetici più alti.

La vera sfida per l’Unione europea non è rallentare la decarbonizzazione, ma trasformarla in una questione di politica industriale e di difesa. Non basta installare pannelli; occorre decidere chi li produce e con quali garanzie di sicurezza. “L’incapacità dell’Europa di gestire questi rischi è essa stessa un rischio”, conclude amaramente il rapporto. In sintesi: il tempo per svegliarsi sta per scadere.