Pierrakakis: “L’Europa deve passare all’attacco, la crisi in Iran può sconvolgere le nostre economie”

Il presidente dell'Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis, nel suo primo ‘Economic Dialogue’ davanti alla commissione Econ dell’Europarlamento, è chiaro: l'Unione “deve diventare una potenza che afferma il proprio ruolo", perché il mondo “non aspetta”
23 ore fa
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Kyriakos Pierrakakis, presidente Eurogroup
Kyriakos Pierrakakis (Afp)

L’Europa deve “passare all’attacco”. Ne è convinto Kyriakos Pierrakakis, presidente dell’Eurogruppo (organo informale che riunisce i ministri dell’Economia dell’area euro), che oggi durante primo ‘Economic Dialogue’ davanti alla commissione Econ dell’Europarlamento ha sottolineato che, anche se “è piuttosto difficile prevedere quanto grave sarà l’impatto finale” della crisi in Medio Oriente, quello che è certo è che “ha il potenziale per sconvolgere gravemente il funzionamento delle nostre economie“.

Insomma, l’Unione europea non può più solo reagire, ma “deve diventare una potenza che sceglie, che plasma e che afferma il proprio ruolo“, perché il mondo, in rapido cambiamento, “non aspetta”. E perché “la resilienza non è una strategia di crescita, bensì difensiva”: il problema è che il blocco non può permettersela, dato che si trova “in un contesto di tendenza stagflazionistica” e che “al ritmo attuale” di crescita non sarà in grado di affrontare ciò che verrà.

Ciò che verrà non sarà un periodo facile: l’inflazione è in salita e le previsioni di crescita del Vecchio Continente sono state drasticamente ridotte a causa del grave shock energetico dovuto all’attacco israelo-americano all’Iran e alla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. La Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale non sono ottimisti: “Hanno elaborato previsioni di inflazione e crescita in vari scenari, che riflettono ipotesi progressivamente peggiori sull’intensità e la durata del conflitto. Gli scenari offrono spunti di riflessione, ma la situazione è molto volatile e l’incertezza rimane elevata“, ha chiarito il greco.

“Prepariamoci per una lunga chiusura di Hormuz”

Ieri nel corso della riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles Pierrakakis lo ha detto molto chiaramente: “Le aspettative di una rapida normalizzazione della crisi in Medio Oriente non si sono concretizzate”; occorre essere “preparati anche agli scenari più difficili”, come “una prolungata interruzione nello Stretto di Hormuz“. Una realtà scomoda che “dobbiamo affrontare con realismo e responsabilità”.

Il greco ha ricordato che “l’Europa parte da una solida base. (…) L’inflazione era vicina all’obiettivo prima di quest’ultimo shock e il nostro mercato del lavoro rimane robusto, con una disoccupazione storicamente bassa”, mentre “i progressi in termini di efficienza energetica e un mix energetico più pulito hanno reso l’Europa più resiliente”. “Queste sono le nostre fondamenta. E su queste fondamenta stiamo costruendo”, ha precisato.

Il presidente dell’Eurogruppo ha anche sottolineato che le capitali stanno “agendo in modo coordinato” e che “hanno già adottato misure a sostegno dei cittadini e delle imprese (…): misure che “devono essere mirate, temporanee, in linea con le regole fiscali che abbiamo concordato e coerenti con gli obiettivi della transizione verde”.

“Paesi con minori margini di manovra fiscale sono più sotto pressione”

Ma occorre fare attenzione alle iniziative messe in campo: Pierrakakis ha citato i dati del Fondo monetario, secondo cui “per quanto riguarda l’attuale shock energetico il 33% dei sussidi all’elettricità, se le misure non sono mirate, potrebbe andare al 20% più ricco della popolazione, contro l’11% destinato al 20% più povero”. Un divario “ancora maggiore per quanto riguarda i sussidi ai carburanti per i trasporti: il 34% potrebbe andare alle famiglie più ricche e solo il 9% a quelle più povere, sempre se le misure non sono mirate”.

C’è poi un altro punto importante da considerare: “Gli effetti della crisi non sono distribuiti uniformemente”, perché, come riconosce anche il Fmi e come ha evidenziato il greco, “i Paesi importatori netti di energia e le economie con margini di manovra fiscale limitati subiscono ovviamente una pressione maggiore”.

La battaglia dell’Italia: clausole di salvaguardia e windfall tax

L’Italia, infatti, durante la riunione di ieri ha dato battaglia. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto di agire contro lo shock energetico provocato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso clausole di salvaguardia europee o nazionali e una tassa sugli extraprofitti energetici. Un approccio simile, ha spiegato, “garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri”.

“Le misure di mitigazione di emergenza rimangono necessarie, ma dovrebbero essere mirate, temporanee e integrate in un quadro europeo comune. Dovremmo distinguere tra misure a breve-medio termine, volte a ridurre gli impatti negativi, e interventi a lungo termine, volti a ridurre le dipendenze”, ha aggiunto il ministro.

L’opzione ottimale, per Roma, sarebbe attivare la clausola di salvaguardia generale del patto di stabilità, “per ottenere maggiore spazio di bilancio”. Si tratta della clausola che nel marzo 2020 consentì alle capitali di fare deficit per salvare le rispettive economie messe a dura prova dai lockdown imposti dalla pandemia di Covid19.

Ma tra gli Stati membri su questo non c’è alcun consenso: Germania, Olanda, e i Paesi cosiddetti ‘frugali’ sono nettamente contrari. Per la Commissione, inoltre, non sussistono, almeno per ora, le condizioni per attivarla, ovvero una situazione di recessione.

“Se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti – agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica -, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato (il Quadro temporaneo per gli aiuti di Stato in Medio Oriente – Metsaf)”, ha proposto Giorgetti.

Altra direttrice d’azione, “l’introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come già suggerito dall’Italia e da altri quattro Stati membri (Germania, Portogallo, Austria e Spagna) in una lettera” inviata alla Commissione il 4 aprile.

La Commissione “non raccomanda” le tasse sugli extra-profitti

Ma l’organo guidato da Ursula von der Leyen, almeno nella linea più recente, non sta proponendo una nuova windfall tax europea, anche se nel piano di crisi energetica trasmesso al Consiglio afferma che rispetterà le decisioni nazionali di adottare misure sulla tassazione degli extraprofitti per ragioni di equità sociale. Ieri il commissario Valdis Dombrovskis è stato ancora più esplicito: i singoli Paesi possono imporre tasse sugli extra-profitti se vogliono, ma la Commissione “non raccomanda” una nuova iniziativa Ue perché il precedente del 2022 “ha prodotto risultati contrastanti”.

Sul tema, che ad esempio in Francia tocca aziende importanti come TotalEnergies, non c’è unità tra le capitali, mentre le compagnie petrolifere sono ovviamente contrarie e fanno lobby per evitare una windfall a livello europeo.

Eppure, su un punto ci sarebbe un consenso generale. Come ha detto Giorgetti, ponendosi sulla stessa linea di Pierrakakis, “la politica” del ‘wait and see’, ‘attendere e vedere’, è finita. Ora è tempo di agire”.

Ma come farlo, se le cose peggioreranno, è ancora da decidere.