Hormuz, colpita nave francese (e Project Freedom già fallito): cosa rischia davvero l’Europa

Perché lo Stretto di Hormuz decide il prezzo delle nostre bollette
1 ora fa
3 minuti di lettura
Manifesto anti trump iran afp
Una donna sventola una bandiera iraniana davanti a un cartellone pubblicitario anti-americano che fa riferimento al presidente statunitense Donald Trump e allo Stretto di Hormuz in Piazza Valiasr a Teheran (Afp)

Lo Stretto di Hormuz, l’imbuto attraverso cui transita una fetta cruciale del commercio mondiale, è di nuovo in fiamme. Quella che fino a pochi giorni fa sembrava una prova di forza diplomatica e militare si è trasformata in una crisi aperta che tocca direttamente il cuore dell’Unione europea. La notizia del ferimento dell’equipaggio di una nave francese e il repentino smantellamento dell’operazione americana “Project Freedom” aprono uno scenario di profonda incertezza per la sicurezza marittima e, soprattutto, per le tasche dei cittadini europei.

Secondo due funzionari statunitensi e altre due fonti informate sulla questione, la Casa Bianca ritiene di essere vicina a un accordo con l’Iran su un memorandum d’intesa di una sola pagina per porre fine alla guerra e stabilire un quadro di riferimento per negoziati più dettagliati sul nucleare. Lo riporta Axios, aggiungendo che gli Usa si aspettano risposte dall’Iran su diversi punti chiave nelle prossime 48 ore. Non è stato ancora raggiunto alcun accordo, ma le fonti affermano che questa è la situazione più vicina a un’intesa tra le parti dall’inizio della guerra.

L’attacco alla San Antonio: l’Europa nel mirino

Il colosso marittimo francese Cma Cgm ha confermato un evento che molti temevano: la sua portacontainer San Antonio è stata colpita mentre attraversava lo Stretto. Non si è trattato solo di danni materiali alla struttura della nave; l’attacco ha causato il ferimento di alcuni membri dell’equipaggio, rendendo necessaria l’evacuazione immediata per cure mediche. Questo episodio rappresenta un salto di qualità nel conflitto: una nave battente bandiera di uno Stato membro dell’Ue, impegnata in rotte commerciali civili, è diventata un bersaglio.

Il tramonto lampo di “Project Freedom”

Solo poche ore prima, l’amministrazione statunitense aveva lanciato in pompa magna il “Project Freedom”. Presentato dal segretario di Stato Marco Rubio come il successore dell’operazione “Epic Fury”, il progetto doveva garantire la “libertà di navigazione” con una forza d’urto imponente: cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli e 15.000 militari.

Tuttavia, la strategia della “efficienza letale” promessa da Rubio si è scontrata con una realtà diplomatica e militare complessa. Il presidente Usa Donald Trump, con un annuncio a sorpresa sui propri canali social, ha sospeso l’operazione. La motivazione ufficiale risiede nella volontà di favorire un accordo con l’Iran, mediato dal Pakistan. Per Teheran, però, il sapore è quello della vittoria: i media iraniani hanno parlato apertamente di “marcia indietro” e di “fallimento degli obiettivi americani” dopo che la Marina iraniana avrebbe impedito l’ingresso di unità Usa nello Stretto.

La nuova “Dogana Digitale” dell’Iran

Mentre gli Stati Uniti si ritirano, l’Iran consolida la propria governance sovrana sulle acque. Teheran ha istituito una nuova autorità incaricata di regolamentare ogni singolo transito attraverso un sistema di autorizzazioni digitali. Le navi che intendono attraversare Hormuz devono ora inviare una richiesta via email e attendere un permesso formale, adeguandosi a un quadro normativo imposto unilateralmente dall’Iran. I guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno già delimitato una “zona di controllo” specifica che monitora l’accesso alle rotte vitali.

Perché lo Stretto di Hormuz decide il prezzo delle nostre bollette

Per l’Europa, Hormuz non è solo un punto geografico lontano, ma una variabile diretta del costo della vita. La stabilità dei prezzi dell’energia nell’Ue dipende in modo critico dalla situazione geopolitica e dalla sicurezza delle rotte di approvvigionamento. I più recenti dati Eurostat hanno mostrato un equilibrio estremamente fragile. Nella seconda metà del 2025, il prezzo medio dell’elettricità per le famiglie Ue è rimasto stabile intorno ai 0,2896 euro per kWh. Tuttavia, questo prezzo è mantenuto alto dal peso di tasse e oneri che incidono per il 28,9% sulla bolletta finale. Lo stesso per il prezzo medio del gas per i consumatori domestici, il quale ha registrato un aumento, attestandosi a 0,1228 euro per kWh. Paesi come la Svezia (0,2092 euro) e l’Italia (0,1481 euro) pagano già prezzi tra i più alti dell’Unione.

L’instabilità a Hormuz rischia di innescare nuovi picchi speculativi. Se le forniture vengono minacciate, i costi di importazione salgono, costringendo i governi europei a scegliere tra nuovi sussidi (che pesano sul debito pubblico) o lasciare che i rincari colpiscano famiglie e imprese, minando la competitività internazionale dell’intera industria europea.

Un bivio per la diplomazia europea

Ma non è finita qui. La Cina, dal canto suo, preme per una riapertura immediata dello Stretto e Teheran e dialoga con l’Arabia Saudita per evitare un conflitto regionale totale, mentre l’Unione europea osserva con preoccupazione. In Italia, movimenti come la Global Sumud Flotilla legano la crisi di Hormuz a una più ampia critica all’economia di guerra e al riarmo, chiedendo una soluzione diplomatica che passi per il rispetto del diritto internazionale piuttosto che per l’invio di nuove flotte.

Il fallimento di Project Freedom e l’attacco alla San Antonio lasciano l’Europa davanti a una verità scomoda: la protezione delle rotte energetiche non può più essere delegata interamente a strategie d’oltreoceano che possono mutare con un post sui social media. La sicurezza energetica europea passa, oggi più che mai, per la stabilità delle acque di Hormuz.