“La tua identità è la tua proprietà intellettuale”: Cate Blanchett presenta lo Human Consent Registry al Parlamento europeo

L'attrice presenta uno strumento per evitare che l'Ai utilizzi i nostri volti e la nostra voce senza consenso
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Cate blanchett Human Consent Registry
L'attrice e produttrice Cate Blanchett (Ipa/Ftg)

“La tua identità è la tua proprietà intellettuale nell’era dell’Ai, e ogni persona ha il diritto di decidere come l’intelligenza artificiale può o non può usarla”, così Cate Blanchett ha aperto la presentazione dello Human Consent Registry al Parlamento europeo.

La sua iniziativa parte da paura molto concreta: quella che il volto, la voce e la presenza digitale di una persona possano essere usati dalle macchine senza che nessuno abbia chiesto il permesso.

L’attrice e produttrice cinematografica australiana ha attaccato le Big Tech senza giri di parole: “Siamo ora in un mondo in cui ciò che rende una persona riconoscibile, identificabile, unica può essere copiato, ricostruito e messo in scena”. Un mondo dove “una voce può essere clonata, un volto può essere ricreato, un’immagine somigliante può essere usata. Questi elementi essenziali possono essere rubati”.

Lo Human Consent Registry è un registro pubblico, gratuito e leggibile dalle macchine, che documenta come l’intelligenza artificiale possa usare l’immagine, la voce, il movimento e altri tratti personali di una persona. È promosso da Rsl Media, la nonprofit co-fondata da Blanchett insieme a Nikki Hexum, Doug Leeds ed Eckart Walther, che ha ufficialmente lanciato l’organizzazione lo scorso maggio prima di presentare il registro completo a Bruxelles.

Il funzionamento si basa su un sistema a tre livelli, codificato per colori:

  • verde per l’uso consentito;
  • giallo per l’uso consentito a determinate condizioni, ad esempio un pagamento;
  • rosso per l’uso vietato senza permesso esplicito.

Chi si registra, sia una persona singola sia un rappresentante autorizzato come un agente o un manager, verifica la propria identità e indica il proprio livello di consenso, creando così un database di informazioni pratiche che i sistemi di intelligenza artificiale possono consultare su larga scala.

Il progetto non si limita, almeno nelle intenzioni, alle persone: Rsl Media ha dichiarato che il registro dovrebbe arrivare a proteggere anche opere d’arte, personaggi e marchi. Il principio di fondo, spiega l’organizzazione, è che l’identità umana sia essa stessa una forma di proprietà intellettuale, e che serva quindi un’infrastruttura capace di registrarla in modo tangibile e trasparente.

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Perché Cate Blanchett si è rivolta all’Ue

Il lancio è avvenuto il 23 giugno 2026, non in un evento tecnologico o in un festival del cinema, ma alla sede di Bruxelles del Parlamento europeo, in un incontro ospitato dall’eurodeputata bulgara del Partito popolare europeo Eva Maydell. Alla presentazione era presente anche il regista Steven Soderbergh, a testimonianza di una sensibilità diffusa nel mondo del cinema sulla tutela circa la necessità di tutelarsi dall’Ai.

Durante l’evento, Maydell ha riunito nell’aula parlamentare consulenti legali, cineasti, musicisti, legislatori e rappresentanti del settore imprenditoriale per una discussione più ampia sul futuro della creatività umana nell’era dell’intelligenza artificiale. L’eurodeputata bulgara ha descritto lo Human Consent Registry come “uno strumento che rende i diritti trasparenti, fa crescere la fiducia su larga scala e mantiene la creatività umana al centro del progresso tecnologico”.

La scelta della istituzione è un dettaglio marginale. Il Parlamento europeo è lo stesso luogo dove, nel 2024, è stato adottato l’Ai Act dell’Unione europea, il primo quadro normativo completo al mondo dedicato all’intelligenza artificiale. Presentare in quell’aula uno strumento che tenta di dare forma tecnica al consenso umano significa cercare un interlocutore che tratti la questione come materia di diritti, dentro una cornice normativa già esistente, non come semplice problema di prodotto o di mercato.

Blanchett lo ha detto chiaramente, spiegando cosa serve per tenere insieme innovazione e tutela delle persone: “Per trovare una strada tra l’entusiasmo sfrenato e i pericoli dell’AI, servono garanzie basate sul consenso. Non per fermare il progresso tecnologico, ci mancherebbe, ma garanzie che possano evolvere su larga scala e alla stessa velocità della tecnologia stessa. Garanzie che proteggano i nostri diritti umani”.

Non tutti, nella stessa sala, hanno accolto l’iniziativa senza riserve: alcuni rappresentanti dell’industria tecnologica presenti alla discussione hanno espresso il timore che progetti di questo tipo possano indebolire la competitività del settore europeo rispetto a quello di Paesi concorrenti. Soderbergh ha risposto a quella preoccupazione precisando la natura dello strumento: “Non è una legge, non è una restrizione; è un meccanismo persuasivo per fare la cosa giusta”.

La differenza tra Ue e Usa

Mentre a Bruxelles si discute di consenso come diritto da rendere leggibile e consultabile, negli Stati Uniti la linea politica sull’intelligenza artificiale ha preso una direzione radicalmente diversa.

Già il 23 gennaio 2025 Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo “Removing Barriers to American Leadership in Artificial Intelligence”, che revoca alcune politiche precedenti considerate ostacoli all’innovazione e fissa come obiettivo il mantenimento della leadership globale americana nel settore.

Meno di un anno dopo, l’11 dicembre 2025, un secondo ordine ha spinto oltre questa linea, puntando a creare un unico quadro normativo nazionale per l’Ai e a limitare le leggi statali giudicate un freno allo sviluppo del settore. Il documento afferma esplicitamente che le aziende che operano nell’intelligenza artificiale devono poter lavorare senza regolazioni onerose, e che la frammentazione normativa tra Stati danneggia l’innovazione.

Sono due atti che, letti uno di seguito all’altro, disegnano una preferenza politica precisa: un contesto più permissivo, centralizzato, orientato a velocità e scala. La stessa amministrazione Trump ha più volte criticato l’Unione europea per le sue “regole eccessive“, che rallenterebbero l’economia e danneggerebbero le aziende americane.

Lo Human Consent Registry è aperto a tutti

È importante sottolineare che lo Human Consent Registry non riguarda soltanto gli artisti o Vip: chiunque abbia un volto, una voce, una presenza digitale può creare un proprio record su come il suo nome e la sua immagine possano essere utilizzati dall’intelligenza artificiale.

Non è un caso che Blanchett insista sul concetto di “IP”, proprietà intellettuale per dire che l’identità di una persona ha un valore che merita protezione, non diversamente da un’opera o da un brevetto. Come ha sintetizzato la stessa attrice in un’altra occasione legata al progetto: “perché gli esseri umani restino al centro di queste tecnologie, il consenso deve essere la prima considerazione”.

Chi decide come trattare le persone

Lo Human Consent Registry resta uno strumento volontario, non vincolante per le aziende che sviluppano o utilizzano sistemi di intelligenza artificiale. Secondo i promotori, la piattaforma offre un’infrastruttura di informazioni che le aziende di Ai possono scegliere di consultare e rispettare, e che si affianca ai quadri normativi già in fase di costruzione, come lo stesso Ai Act.

È proprio in questo equilibrio che si vede il senso politico della scelta di presentarlo al Parlamento europeo, e non altrove. Il tema, alla fine, non è soltanto l’intelligenza artificiale in sé. È chi decide come questa tecnologia deve trattare le persone, e con quali garanzie.

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