A quasi due anni dalla pubblicazione dello storico rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea, l’Unione europea si trova di fronte a un paradosso speculare: se da un lato l’ex presidente della Bce ha indiscutibilmente “vinto la battaglia delle idee”, imponendo il linguaggio della produttività e della scala industriale a ogni livello decisionale di Bruxelles, dall’altro l’attuazione concreta delle sue riforme procede a quello che gli analisti definiscono a “passo di lumaca”.
Il monito lanciato da Draghi nel settembre 2024 era brutale: senza un cambiamento radicale, l’Europa andrà incontro a una “lenta agonia” economica. Tuttavia, i nuovi dati sull’attuazione suggeriscono che il percorso intrapreso finora è frammentato e frenato da resistenze politiche strutturali nelle capitali nazionali.
I numeri della stagnazione
Secondo un’analisi dettagliata del European Policy Innovation Council (Epic), presentata in esclusiva dal Financial Times, il bilancio dell’attuazione è impietoso: solo il 15,7% delle 383 raccomandazioni di Draghi è stato pienamente implementato. Un ulteriore 41,3% delle misure ha ricevuto un’attuazione solo parziale, spesso limitata a dichiarazioni di intenti o atti non vincolanti. Antonios Nestoras, fondatore di Epic, ha sottolineato come il sistema di Bruxelles si sia riallineato al linguaggio di Draghi, ma che tale adozione avvenga “nello spirito, ma non nella legge”. Il timore, espresso chiaramente dall’eurodeputato João Cotrim de Figueiredo, è che l’Ue stia “camminando nel sonno” verso un declino che potrebbe rivelarsi molto più rapido di quanto previsto inizialmente dallo stesso Draghi.
Un quadro apparentemente più rassicurante emerge da un rapporto dell’Institut Montaigne, che stima un tasso di attuazione del 30%. Tuttavia, gli esperti avvertono che questa discrepanza è di natura metodologica e non riflette una reale accelerazione politica. L’istituto parigino utilizza un sistema di ponderazione legale che include le misure “in cantiere” (20%) e quelle parziali (23%).
Se si sommano le attuazioni piene e parziali, i dati di Epic (38,9%) e quelli dell’Institut Montaigne (circa 41%) risultano in realtà molto vicini. La verità sottostante è che l’Europa ha finora raccolto solo i cosiddetti “frutti a portata di mano”: atti non legislativi, comunicazioni della Commissione o semplificazioni amministrative che non richiedono lunghi negoziati tra gli Stati membri.
Il caso studio: dal rapporto Draghi al Digital Networks Act (Dna)
L’incapacità di tradurre la visione strategica in legge è evidente nel settore delle telecomunicazioni. Il Digital Networks Act (Dna), presentato dalla Commissione come risposta alle necessità di connettività, allinea solo 9 delle 20 raccomandazioni specifiche di Draghi.
Mentre il Dna avanza sulla semplificazione delle procedure burocratiche (piena armonizzazione), resta immobile di fronte alle riforme strutturali più profonde: la revisione del controllo delle concentrazioni per favorire la scala transfrontaliera e il superamento della regolamentazione ex-ante rimangono “linee rosse” politiche invalicabili per molti Stati membri.
Il muro delle capitali nazionali
Il vero ostacolo alla “visione Draghi” non risiede a Bruxelles, ma nelle capitali nazionali. Nestoras (Epic) identifica un chiaro “problema di azione collettiva”: gli Stati membri applaudono Draghi in linea teorica, ma resistono ferocemente quando si tratta di sacrificare interessi nazionali definiti in modo ristretto per favorire un mercato unico dei capitali o della difesa.
I dati sulla governance confermano questa paralisi: le proposte per ridurre il potere di veto tramite l’estensione del voto a maggioranza qualificata o la creazione di un debito comune per investimenti strategici sono sostanzialmente bloccate. Senza un “grande patto” politico che superi i 27 riflessi industriali frammentati, l’autonomia strategica europea resterà una chimera.
Il “momento della verità” verso il 2027
L’Unione europea sta ora entrando nel cosiddetto “crunch time”. La tabella di marcia interistituzionale One Europe, One Market prevede che entro la fine del 2027 vengano chiusi dossier cruciali come il Chips Act II, il Cloud and Ai Development Act e la revisione del mercato del carbonio (Ets).
E intanto i competitor accelerano. Gli Stati Uniti e la Cina si muovono a una velocità superiore alla capacità istituzionale dell’Ue, sfruttando economie di scala e sussidi massicci. La sfida per i prossimi 18 mesi non sarà solo normativa, ma finanziaria: il fabbisogno di 800 miliardi di euro di investimenti extra annui identificato da Draghi appare oggi quasi irrealistico senza una riforma radicale del settore finanziario europeo.
In conclusione, Draghi ha fornito la diagnosi e la terapia, ma il paziente Europa sembra ancora incerto se assumere la medicina amara della perdita di sovranità nazionale in cambio della sopravvivenza economica. Come avverte l’Institut Montaigne, “il mondo sta accelerando più velocemente della capacità istituzionale dell’Europa”. Essere “in carreggiata” rispetto a un piano del 2024 potrebbe non essere più sufficiente per evitare l’agonia nel 2026.

