Due ex funzionari dei servizi italiani accusati di avere venduto informazioni riservate a un rappresentante russo in cambio di denaro. Due addetti militari dell’ambasciata di Mosca espulsi dall’Italia. Un’inchiesta che coinvolge anche personale ancora in servizio nel settore della Difesa.
Le ultime vicende di cronaca hanno riportato lo spionaggio al centro del dibattito italiano, ma il rischio, secondo i partecipanti all’incontro “La guerra nell’ombra – Spionaggio russo e sicurezza europea”, organizzato alla Camera dei deputati su iniziativa di Federica Onori, è considerarle un’eccezione. Il messaggio emerso dal confronto è opposto: le attività attribuite a Mosca sarebbero parte di una strategia stabile, precedente all’invasione su larga scala dell’Ucraina e capace di utilizzare insieme metodi tradizionali, strumenti digitali e vulnerabilità politiche.
“L’Italia è un obiettivo dell’intelligence di Mosca e lo è in modo continuativo”, ha detto Onori aprendo l’incontro. Al centro della discussione, insieme alla deputata di Azione, il giornalista di Radio 24 e del Sole 24 Ore Antonio Talia, autore di “La stagione delle spie”, il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi e il senatore di Azione Marco Lombardo. Tra i presenti anche il segretario del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) Ettore Rosato e rappresentanti dell’ambasciata ucraina. Il libro di Talia ricostruisce attraverso documenti e fonti dirette operazioni sviluppate tra diversi Paesi europei, individuando nell’ambasciata russa a Roma uno dei nodi centrali di questo sistema.
L’elemento più ricorrente è il denaro. Secondo Onori, nelle operazioni emerse dalle indagini recenti la corruzione resta uno strumento privilegiato: vengono cercate persone che dispongono di informazioni e presentano vulnerabilità economiche o personali. Più che dall’ideologia, il reclutamento può essere favorito da frustrazioni professionali, risentimenti o dalla convinzione di non avere ricevuto il riconoscimento atteso.
Il vecchio mestiere delle spie non è mai scomparso
Il caso più recente riguarda Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex funzionari dell’Aisi. Secondo l’accusa, avrebbero ottenuto informazioni riservate attraverso una rete di fonti e le avrebbero trasmesse a un funzionario dell’ambasciata russa dietro pagamento. Le contestazioni dovranno naturalmente essere verificate nel processo; i legali hanno respinto l’ipotesi che siano state cedute informazioni classificate. L’inchiesta ha portato anche all’espulsione di due addetti militari russi, definita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani una risposta a una “grave e inaccettabile ingerenza” nella sicurezza nazionale.
Per Talia, tuttavia, l’episodio è soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga. “Le infiltrazioni spionistiche russe e, in generale, le minacce che la Russia reca al territorio italiano sono sistemiche, continuative e risalenti”, ha sostenuto durante il suo intervento.
La sua ricostruzione è partita dal 2016, quando il funzionario dei servizi portoghesi Frederico Carvalhão Gil venne arrestato a Roma mentre cedeva documenti classificati relativi all’Unione europea e alla Nato a un agente russo. Le informazioni riguardavano anche infrastrutture e possibili risposte dell’Alleanza alle minacce nel Mar Nero: elementi che, secondo Talia, mostrano come l’interesse di Mosca per le capacità militari ed energetiche occidentali fosse già strutturato anni prima del febbraio 2022. Carvalhão Gil è stato successivamente condannato in Portogallo.
Nel 2021 il capitano di fregata Walter Biot fu invece fermato in un parcheggio romano mentre consegnava documenti a un funzionario dell’ambasciata russa. Tra il materiale fotografato figuravano documenti riservati della Nato. Il tribunale militare lo ha condannato a trent’anni di reclusione, mentre un procedimento ordinario ha prodotto una seconda condanna.
Talia ha poi dedicato ampio spazio al caso di Alexander Korshunov, dirigente di una società aeronautica statale russa arrestato a Napoli nel 2019 su richiesta degli Stati Uniti. Le autorità americane lo accusavano di avere partecipato al furto di segreti industriali nel settore dei motori aeronautici, tecnologie utilizzabili sia in campo civile sia militare. Di fronte alle concorrenti richieste di estradizione di Washington e Mosca, l’Italia decise nel 2020 di consegnarlo alla Russia. Nel corso dell’incontro, Talia ha criticato quella scelta e sostenuto che la vicenda avrebbe meritato una maggiore attenzione politica e giornalistica.
I casi cambiano, ma il modello presenta alcune costanti: l’utilizzo di una copertura diplomatica, la ricerca di informazioni militari o industriali, il denaro e la capacità di sfruttare le esitazioni delle istituzioni. L’immagine della guerra del futuro interamente affidata ad hacker e satelliti rischia così di nascondere la persistenza di metodi molto più antichi: una fonte insoddisfatta, una busta di contanti, un incontro lontano da occhi indiscreti.
Dallo spionaggio alla “uberizzazione” dei sabotaggi
La guerra nell’ombra non si limita però alla sottrazione di documenti. Nel suo intervento Talia ha inserito lo spionaggio classico nella cornice più ampia della guerra ibrida, cioè di azioni ostili mantenute sotto la soglia di un attacco militare apertamente rivendicato.
Gli obiettivi possono essere infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, centri logistici, sistemi informatici o lo stesso spazio informativo. In Friuli, il danneggiamento doloso di un traliccio della rete elettrica ha provocato a marzo l’interruzione temporanea di una stazione di pompaggio collegata all’oleodotto transalpino Tal-Siot. Dda e Ros hanno aperto un’indagine; non è stata accertata una responsabilità russa e la società che gestisce l’oleodotto ha ridimensionato l’ipotesi di un attacco diretto ai propri impianti. L’episodio mostra comunque quanto un intervento relativamente limitato possa produrre conseguenze su una rete energetica che collega Italia, Austria, Repubblica Ceca e Germania.
A febbraio, inoltre, il cargo russo Sparta IV, accompagnato da una petroliera e da un cacciatorpediniere, ha compiuto per giorni movimenti anomali davanti alla Sardegna, pur rimanendo in acque internazionali. La flottiglia è stata monitorata dalla Marina e dall’Aeronautica italiane. Anche in questo caso non è stata provata un’attività ostile, ma l’episodio è stato richiamato da Talia come esempio della zona grigia nella quale sorveglianza, deterrenza e ambiguità si sovrappongono.
La trasformazione più recente è quella che il giornalista ha definito “uberizzazione” degli attacchi. I servizi russi non avrebbero sempre bisogno di agenti addestrati per compiere azioni elementari: attraverso Telegram e altri canali possono reclutare persone disposte, per somme relativamente ridotte, a incendiare un magazzino, danneggiare una ferrovia, fotografare un obiettivo o imbrattare un luogo religioso.
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, diversi osservatori hanno censito oltre 150 episodi in Europa attribuiti o collegati a reti russe, tra sabotaggi, incendi e tentativi di attentato. Le autorità polacche hanno segnalato una crescita rapida delle indagini e un passaggio da reclute occasionali trovate online a cellule più organizzate. Nei giorni dell’incontro alla Camera, Unione europea e Regno Unito hanno inoltre adottato nuove sanzioni contro funzionari e società collegati a campagne russe di cyberspionaggio dirette anche contro infrastrutture pubbliche ed energetiche europee.
Il vantaggio per chi organizza queste operazioni è evidente: costi contenuti, attribuzione difficile e possibilità di negare ogni responsabilità. Anche un’azione fallita può ottenere un risultato, obbligando lo Stato colpito a mobilitare investigatori, apparati di sicurezza e risorse economiche.
Una minaccia europea con risposte ancora nazionali
La dimensione transnazionale è emersa anche dal riferimento all’Austria, dove nel maggio 2026 l’ex funzionario dell’intelligence Egisto Ott è stato condannato in primo grado a quattro anni e un mese per avere aiutato la Russia a individuare oppositori e avere ceduto telefoni e computer governativi. È il più importante procedimento austriaco per spionaggio degli ultimi anni e ha riaperto il dibattito sulle norme di un Paese a lungo considerato un terreno favorevole alle attività delle intelligence straniere.
Per Onori, la sicurezza nazionale non può più essere trattata come una somma di sistemi separati: la protezione dell’Italia dipende dalla capacità di scambiare informazioni e coordinare le risposte con gli altri Paesi dell’Unione e della Nato. La cooperazione esiste, ma la frequenza dei casi mostra, secondo la deputata, che non è ancora sufficiente. Serve anche una verifica degli strumenti normativi e amministrativi e dei meccanismi di controllo parlamentare.
Marco Lombardo ha insistito sulla necessità di portare il tema fuori dal perimetro ristretto del Copasir, della magistratura e degli addetti ai lavori. “Non possono essere domande confinate alle indagini”, ha sostenuto. La politica deve discutere la presenza di personale diplomatico utilizzato per operazioni ostili, l’applicazione delle sanzioni e il collegamento tra spionaggio, corruzione e disinformazione.
Filippo Sensi ha concentrato il proprio intervento sul rischio dell’assuefazione. Le interferenze vengono spesso percepite come un rumore di fondo, mentre costituiscono, nelle sue parole, “un’azione deliberata, sistematica, duratura, continua, quotidiana”. La stanchezza per la guerra in Ucraina, la riduzione dello spazio dedicato dai media e la polarizzazione politica possono abbassare le difese della società prima ancora di quelle dello Stato.
“L’Ucraina non è un altrove. È qui”, ha detto Sensi. Non perché l’Italia si trovi nelle stesse condizioni di un Paese bombardato, ma perché cyberattacchi, sabotaggi, propaganda e reclutamento di fonti fanno parte della stessa strategia di pressione sul sistema europeo.
La conclusione dell’incontro ha riportato il tema alla responsabilità delle istituzioni. Non basta perseguire chi cede documenti o espellere un diplomatico quando un’operazione viene scoperta. Occorre spiegare ai cittadini che cosa sta accadendo, senza trasformare ogni incidente in una prova definitiva e senza minimizzare una successione di episodi come se fossero casi indipendenti.
Nella guerra nell’ombra, rendere visibile il metodo dell’avversario è già una forma di difesa.

