Il dialogo resta “la massima priorità”, ma deve “produrre risultati”. La formula usata dalla Commissione europea alla vigilia del faccia a faccia tra il commissario al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao fotografa bene il punto in cui si trovano oggi i rapporti tra Bruxelles e Pechino: ancora dentro il perimetro del confronto diplomatico, ma ormai molto vicini alla soglia di una risposta più assertiva. L’incontro a Bruxelles, formalmente dedicato a “un’ampia gamma di argomenti” di interesse comune, arriva in un momento in cui l’Unione europea considera l’attuale squilibrio commerciale con la Cina non più solo un problema statistico, ma una minaccia diretta alla tenuta della propria base industriale.
Il dato che pesa su tutto è il deficit negli scambi di beni. Nel 2025 l’Ue ha esportato merci verso la Cina per 199,6 miliardi di euro e ne ha importate per 559,4 miliardi, accumulando un disavanzo di quasi 360 miliardi. Rispetto al 2024, le esportazioni europee sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%. In dieci anni, dal 2015 al 2025, l’export Ue verso Pechino è cresciuto del 37,1%, ma l’import dalla Cina è salito dell’89%. Per la prima volta, nessuno dei 27 Stati membri è riuscito a esportare in Cina più di quanto abbia importato.
È su questo sfondo che Šefčovič cerca un “reset basato sul riequilibrio, non sullo scontro”. La distinzione è politicamente importante. Bruxelles non vuole presentare la relazione con Pechino come una rottura inevitabile, né aprire una guerra commerciale frontale. Ma la linea europea si sta irrigidendo: il dialogo resta la priorità, a condizione che produca risultati concreti. Per la Commissione, la Cina resta un partner commerciale indispensabile, ma l’aumento delle importazioni, l’eccesso di capacità produttiva e le dipendenze su input strategici stanno mettendo sotto pressione settori cruciali dell’industria europea.
Il deficit diventa questione industriale
Per anni l’asimmetria commerciale tra Ue e Cina è stata trattata come un costo della globalizzazione: rilevante, ma gestibile. Oggi il quadro è cambiato. La sovrapproduzione cinese, alimentata da una capacità manifatturiera enorme e da una domanda interna insufficiente ad assorbirla, si riversa sui mercati esteri. E l’Europa, anche per effetto della politica protezionista americana e dei dazi introdotti dagli Stati Uniti, rischia di diventare il principale sbocco dell’eccesso di offerta cinese.
Il problema riguarda auto, chimica, macchinari, batterie, tecnologie pulite, componentistica, telecomunicazioni e materie prime critiche. In alcuni settori la pressione è già visibile. La quota dei marchi cinesi nel mercato europeo dell’auto è cresciuta rapidamente, mentre la transizione verso l’elettrico pesa sui margini dei produttori tradizionali. Il caso Volkswagen, con le ipotesi di tagli e ristrutturazioni evocate dalla stampa tedesca, è diventato il simbolo di una vulnerabilità più ampia: l’industria europea deve affrontare contemporaneamente costi energetici più alti, investimenti enormi nella transizione verde e concorrenza cinese su prezzo, scala e velocità produttiva.
Non è un caso che anche leader di Paesi tradizionalmente aperti al commercio, come il Lussemburgo, parlino ormai di “minaccia esistenziale” per economie e industrie europee. Il punto non è chiudere il mercato, ma impedire che la concorrenza diventi una strada a senso unico. In Europa cresce la convinzione che, senza un riequilibrio, la base produttiva rischi di perdere segmenti strategici, come già accaduto in passato con i pannelli fotovoltaici.
Da qui la pressione su Pechino perché riduca l’eccesso di capacità industriale e stimoli maggiormente la domanda interna. Ma questa è anche la parte più difficile del negoziato. Per la leadership cinese, la manifattura resta il fondamento dell’economia reale e della potenza nazionale. Chiedere alla Cina di esportare meno e consumare di più significa toccare un modello di crescita, non solo una pratica commerciale.
La doppia via europea
La Commissione si muove su una strategia a doppio binario. Da una parte mantiene aperto il dialogo con Wang, anche attraverso l’ipotesi di un nuovo meccanismo di consultazione su commercio e investimenti. Dall’altra lavora a strumenti di difesa commerciale e industriale più incisivi. L’obiettivo è far capire a Pechino che lo status quo non è sostenibile e che l’alternativa a un accordo negoziato potrebbe essere una fase di confronto più dannosa per entrambe le parti.
Tra le idee allo studio c’è un nuovo strumento per incentivare la diversificazione delle supply chain europee. L’impostazione, per come viene descritta a Bruxelles, non sarebbe formalmente anti-cinese: non colpirebbe un Paese terzo in quanto tale, ma spingerebbe le imprese europee a sostituire componenti o parti importate da Paesi esterni all’Ue, spesso dalla Cina, con produzioni europee. Poiché questa scelta comporterebbe costi aggiuntivi e rischierebbe di mettere fuori mercato le aziende più esposte, la Commissione valuterebbe forme di compensazione.
L’idea è ancora embrionale, ma segnala il cambio di paradigma. La politica commerciale non è più separata dalla politica industriale. Difendere il mercato europeo non significa soltanto usare dazi o indagini anti-sussidi, ma ricostruire capacità produttive, ridurre dipendenze e rendere più resilienti le filiere. Nel dibattito entrano anche possibili quote settoriali all’import, strumenti sugli appalti pubblici, restrizioni su fornitori tecnologici considerati sensibili e, in ultima istanza, l’Anti-Coercion Instrument, la cosiddetta “bazooka” commerciale dell’Ue, pensata per reagire a forme di coercizione economica.
Il margine politico, però, non è illimitato. Alcuni Stati membri chiedono una linea più dura, altri temono ritorsioni o vogliono preservare investimenti e rapporti bilaterali con Pechino. La Spagna viene indicata tra i Paesi più cauti, mentre molto dipenderà dalla posizione della Germania, tradizionalmente prudente verso la Cina ma sempre più esposta alla concorrenza nei settori chiave. La Commissione può preparare strumenti, ma per usarli davvero ha bisogno di un consenso politico sufficientemente solido.
Terre rare, export control e sicurezza economica
Il dossier più sensibile resta quello delle materie prime critiche. La Cina controlla snodi fondamentali della lavorazione di terre rare e materiali indispensabili per auto elettriche, eolico, semiconduttori, difesa, elettronica e tecnologie digitali. Le tensioni con gli Stati Uniti hanno già mostrato quanto potente possa essere questa leva: quando Pechino restringe o rallenta l’accesso a input strategici, intere filiere industriali occidentali possono trovarsi in difficoltà.
Il tema va oltre il rapporto Ue-Cina. La recente decisione cinese di inserire 20 entità giapponesi nella propria lista nera per il controllo delle esportazioni di beni a duplice uso mostra come l’export control sia diventato uno strumento geopolitico centrale. Pechino motiva queste misure con la tutela della sicurezza nazionale e della non proliferazione; Tokyo le considera inaccettabili. Per Bruxelles il messaggio è chiaro: in un’economia globale frammentata, le dipendenze tecnologiche e materiali possono trasformarsi rapidamente in strumenti di pressione politica.
Per questo il commissario europeo al Commercio è ormai anche commissario alla Sicurezza economica. La scelta istituzionale riflette una trasformazione più profonda: il commercio non viene più valutato solo in termini di tariffe e accesso al mercato, ma anche di vulnerabilità strategiche, controllo delle filiere e autonomia decisionale. L’Europa non può permettersi di dipendere da un solo fornitore per input essenziali, né di scoprire troppo tardi che la convenienza di breve periodo ha prodotto fragilità strutturali.
Il colloquio Šefčovič-Wang non chiuderà questa partita. Può però indicare se esiste ancora spazio per un riequilibrio negoziato. Se Pechino offrirà segnali concreti su accesso al mercato, trasparenza dei sussidi, materie prime critiche e sovrapproduzione, Bruxelles potrà rivendicare che la pressione funziona. Se invece arriveranno solo formule generiche, crescerà la spinta verso strumenti difensivi più robusti.
La linea europea resta quella del “de-risking”, non del disaccoppiamento. Ma il de-risking, per essere credibile, deve avere conseguenze. È questo il messaggio che Šefčovič porta al tavolo con Wang: l’Ue vuole parlare, ma non può più limitarsi a farlo.

