Un fotomontaggio con un Donald Trump in versione gigante che sovrasta le casette colorate della Groenlandia: sembra l’inizio di un meme, ma per il tycoon è una “scommessa sicura”. Così il presidente degli Stati Uniti ha rilanciato con forza il suo piano per annettere l’isola, definendola un asset strategico fondamentale per gli States. Ma la Danimarca risponde blindando l’Artico con una nuova generazione di reclute pronte a difendere “ogni centimetro” del territorio.

La “scommessa” di Trump
Il controllo degli Stati Uniti sulla Groenlandia prima della fine del suo mandato? “Sarebbe una scommessa sicura”, ha dichiarato Donald Trump durante una recente intervista radiofonica. Per il leader americano, l’isola non è solo un territorio semi-autonomo danese, ma una priorità di sicurezza nazionale per l’Occidente, un asset il cui valore va misurato esclusivamente dal punto di vista degli interessi statunitensi.
Non si tratta di semplici parole: Trump ha accompagnato le sue dichiarazioni social con immagini che lo ritraggono come una figura imponente sulle coste groenlandesi, un messaggio chiaro che ha scosso le diplomazie europee.
Perché Trump vuole la Groenlandia?
Dietro l’interesse di Donald Trump per la Groenlandia c’è una visione strategica, le cui ragioni possono essere suddivise in tre categorie:
- Risorse naturali e “Terre Rare”: la Groenlandia è un forziere di risorse naturali. Il suo sottosuolo contiene 43 dei 50 minerali considerati critici per il governo Usa, come il cobalto, il litio e il nichel, ad esempio. Le riserve sarebbero immense: si stima che oggi siano 120 volte superiori a quanto estratto globalmente nel 2023 e il loro impiego sarebbe utile nell’industria informatica o nella transizione ecologica.
- Competizione con la Cina: la Groenlandia interessa anche alla Cina e Trump teme che la Via della Seta Polare possa puntare proprio all’isola per progetti minerari e esplorativi. Lo scioglimento dei ghiacci, inoltre, sta aprendo nuove rotte marittime artiche (come il Passaggio a Nord-Ovest) che potrebbero dimezzare i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa, ridisegnando il ruolo commerciale dell’isola.
- Sicurezza: sull’isola è già presente la Base spaziale di Pituffik, elemento fondamentale del sistema missilistico degli Stati Uniti.
La risposta di Copenaghen
La Danimarca, tuttavia, non ha alcuna intenzione di cedere. Proprio in questi giorni, circa 1.600 reclute danesi hanno iniziato un nuovo servizio di leva esteso da 4 a 11 mesi. Questo rafforzamento della difesa, spinto dalle pressioni sulla sicurezza artica e dal conflitto in Ucraina, prevede una novità storica: alla fine di questo mese, una compagnia di oltre 100 soldati di leva sarà schierata direttamente in Groenlandia per compiti operativi, sostituendo le truppe professionali.
La strategia danese è chiara e punta a coinvolgere sempre più cittadini nella difesa nazionale: dalla leva obbligatoria estesa all’inclusione delle donne nella coscrizione militare. L’obiettivo è passare da 5.000 a 7.500 coscritti all’anno entro il 2033.
La premier danese Mette Frederiksen è stata perentoria in occasione del vertice Nato ad Ankara delle scorse settimane: la nazione è pronta a difendere tutto il suo territorio, “incluso il nostro”, riferendosi chiaramente alla Groenlandia di fronte alle mire americane.
Diplomazia in crisi e “paura” tra i ghiacci
Le ambizioni di Trump stanno però lasciando ferite profonde nei rapporti diplomatici. Il senatore americano Mark Kelly ha riferito in un’intervista con la giornalista Katie Couric che i leader di Danimarca e Groenlandia sono indignati e temono una vera e propria invasione. “Il primo ministro della Groenlandia mi ha detto che i bambini ora hanno paura degli americani“, ha dichiarato Kelly, sottolineando come l’immagine degli Stati Uniti stia crollando nel Nord Europa.
In Danimarca, nazione storicamente alleata di ferro di Washington, i sondaggi mostrano ora una fiducia nella Cina superiore a quella riposta negli Stati Uniti. Funzionari europei, incontrati ai vertici sulla sicurezza, avrebbero commentato duramente le mosse di Trump, definendole come segnali di un Paese che ha “perso la ragione”. E a commentare la situazione negli ultimi giorni anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: “Il punto è che, quando non siamo d’accordo, lo diciamo apertamente”, ha dichiarato in una intervista a El Mundo, a una domanda sui “disaccordi’” tra il presidente americano Donald Trump e la premier Giorgia Meloni. “La Groenlandia non può essere sotto il controllo degli Stati Uniti e difendiamo i diritti della Danimarca. Difendiamo anche il Papa quando afferma che la guerra in Iran non è la nostra guerra”, ha aggiunto Tajani. “Ma le relazioni transatlantiche rimangono fondamentali. L’Europa deve rafforzare le proprie capacità di difesa, ma senza rompere l’alleanza con gli Stati Uniti”, ha sottolineato.
“Maggiore sicurezza significa anche maggiori possibilità di preservare la pace. In Occidente, tra un Paese democratico come gli Stati Uniti e uno autocratico come la Cina, dobbiamo schierarci dalla parte della democrazia”, ha affermato Tajani definendo la “Cina un pericoloso rivale commerciale. La sua strategia è chiara: abbassare i prezzi per distruggere le aziende europee. Dobbiamo lavorare su nuove alleanze commerciali”, ha concluso.
In sintesi, mentre i giovani danesi si addestrano all’uso dei droni e alla sopravvivenza nell’Artico, la Groenlandia resta al centro di un braccio di ferro che va ben oltre i confini geografici, diventando il nuovo test di tenuta per le relazioni tra Europa e Stati Uniti.

