Mentre giganti come Volkswagen annunciano tagli storici, il dibattito politico si infiamma: le attuali politiche industriali sono la soluzione o parte del problema? Pierfrancesco Maran (Pd/S&D) e Carlo Ciccioli (FdI/Ecr) a confronto sulle sfide della transizione, tra dazi, investimenti e sovranità produttiva hanno evidenziato possibilità e limiti del Vecchio Continente durante la puntata di “Lavori in corso”, formato Adnkronos in diretta dal Parlamento europeo a Strasburgo. Ecco la direzione da prendere per salvare l’industria, secondo i due eurodeputati.
L’automotive europeo al bivio
L’industria automobilistica europea, per decenni fiore all’occhiello dell’economia dell’Ue, sta attraversando una fase di profonda incertezza. I segnali sono inequivocabili: dai 100.000 tagli annunciati da Volkswagen alla riduzione della capacità produttiva di altre storiche fabbriche, la tendenza negativa appare ormai strutturale. In questo scenario, il dibattito si sposta sulle responsabilità delle politiche Ue, sulla revisione degli obiettivi di decarbonizzazione al 2035 e sulle strategie per difendersi dalla concorrenza asiatica.
“Pensare che la crisi dell’automotive sia legata al Green Deal sta nella categoria delle stupidaggini”, chiosa, sottolineando che come italiani le crisi di marchi come Fiat e Stellantis è un “problema progressivo nato da prima”, chiosa Maran, secondo cui il problema risiede in una debolezza strutturale degli investimenti europei. “Siamo soggetti all’aggressione di Stati Uniti e Cina”, spiega, sottolineando come il nuovo bilancio dell’Unione non sembri ancora andare nella direzione indicata dal rapporto sulla competitività stilato da Mario Draghi. Secondo l’esponente dem, l’industria europea ha “abdicato” la fascia delle auto utilitarie, rincorrendo segmenti a costi elevati che oggi pesa sui consumatori.
Di parere diverso è Ciccioli, che individua una radice più profonda e “culturale” nella crisi attuale. L’eurodeputato accusa l’Ue di aver agito con una sorta di “monopolio del pensiero”, producendo regolamenti e procedure tecniche che hanno depotenziato il continente mentre Stati Uniti e Cina puntavano su pragmatismo e capitalismo. “Bisogna fare autocritica”, afferma, paragonando l’attuale pianificazione economica europea a quella fallimentare dell’Unione Sovietica: “Senza un sussulto dell’Europa, il rischio è il declino industriale definitivo”.
La sfida cinese e il ruolo del Green Deal
Se da un lato Ciccioli riconosce che le revisioni dei piani industriali siano “sacrosante” e che la crisi non dipenda esclusivamente dal Green Deal, dall’altro riconosce come l’Europa si sia imposta regole che i competitor globali non hanno mai adottato. La Cina, in particolare, beneficia di un sistema chiuso, con basso costo del lavoro e una strategia lungimirante sull’approvvigionamento di materie prime in Africa, ed esporta a prezzi anticoncorrenziali i prodotti risultanti. “Non sono convinto che il tema sia relativo alle norme ambientali”, controbatte Maran, individuando come errore strategico di aziende come Volkswagen l’aver pensato di vendere auto elettriche ai cinesi, che ora le producono meglio e a costi inferiori.
Verso una soluzione: “Buy European” e nuove alleanze
Cosa fare? Le ricette per uscire dallo stallo divergono sensibilmente tra i due interlocutori. La proposta di Maran è puntare sull’“Industrial Accelerator Act“ e sulla clausola del “Buy European”, secondo cui un’auto può essere definita europea solo se almeno il 70% dei suoi componenti è prodotto in Europa. Maran propone inoltre di sostenere il mercato attraverso il “social leasing” per rendere le utilitarie elettriche accessibili anche ai lavoratori, riducendo la dipendenza dai componenti importati da paesi extra-Ue come Turchia o Serbia.
Per Ciccioli, oltre a misure difensive come i dazi che considera utili ma non risolutivi, la strada è intraprendere una “rivoluzione politico-culturale” che mobiliti le nuove generazioni. La chiave strategica sarebbe la creazione di un asse con l’Africa, aggiunge, citando il Piano Mattei come strada maestra per un patto equilibrato che restituisca all’Europa un ruolo centrale nello scacchiere globale.
La sfida per l’Unione europea è ora quella di passare dalla difesa all’attacco, conclude Maran: l’Europa deve smettere di considerarsi solo “la fiaccola di una grande storia” e iniziare a produrre un meccanismo industriale più forte, capace di competere con i giganti globali. La strada è tracciata dai rapporti Draghi e Letta; resta da vedere se gli Stati membri avranno la forza politica di applicarla.

