Migranti, Italia seconda in Europa per rimpatri forzati. Procaccini: “Seguiamo modello Copenaghen”

Con una quota del 76,9%, l’Italia è la seconda nazione nell'Unione, preceduta solo dalla Danimarca
2 ore fa
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Nicola Procaccini, leader del partito europeo Conservatori e Riformisti (Ipa)

Il dibattito sulle politiche migratorie europee ha superato la fase delle buone intenzioni per entrare in quella dei numeri e della realpolitik. A dare fuoco alle polveri è Nicola Procaccini, europarlamentare di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo europei dei Conservatori e Riformisti (Ecr), che commentando gli ultimi dati Eurostat del primo trimestre 2026 lancia un messaggio chiaro alla sinistra italiana ed europea: l’esempio da seguire non è la Madrid di Pedro Sánchez, ma la Copenaghen di Mette Frederiksen.

Ma la sfida di Procaccini non è un caso isolato: si inserisce in un contesto continentale dove il baricentro politico, spinto dalla forza del Partito popolare europeo (Ppe), si sta spostando verso una linea di estremo rigore che punta a riscrivere le regole stesse del diritto d’asilo.

Il primato dell’efficacia: l’Italia seconda solo alla Danimarca

I dati Eurostat certificano che nel primo trimestre del 2026 l’Italia ha effettuato 1.900 rimpatri. In termini assoluti, nazioni come la Germania (7.300 rimpatri) e la Francia (3.775) guidano la classifica, ma l’Italia balza ai vertici per la percentuale di rimpatri forzati, ovvero quelli eseguiti coattivamente. Con una quota del 76,9%, l’Italia è la seconda nazione nell’Unione, preceduta solo dalla Danimarca, che guida con l’85,1%. È su questo “paradosso” che Procaccini costruisce il suo attacco: “Colpisce che l’unico Paese con una percentuale migliore dell’Italia sia la Danimarca della socialdemocratica Frederiksen. Segno che una parte della sinistra europea ha scelto il pragmatismo e il buon senso”, ha dichiarato, invitando la segretaria del Pd Elly Schlein a smettere di guardare al modello spagnolo per adottare la linea rigorosa dei socialdemocratici danesi.

Non solo rimpatri: la stretta del Ppe e il “diritto a respingere”

Mentre l’Italia rivendica i propri numeri, a Bruxelles la pressione per un ulteriore giro di vite si fa asfissiante. Secondo quanto rivelato da fonti parlamentari a Vienna a Euractive, il Ppe, forza dominante dell’Unione, ha adottato una risoluzione che punta a superare l’attuale consenso sulla migrazione.

Sotto la pressione delle prossime elezioni regionali in Germania, dove l’Afd è in forte ascesa, la Cdu tedesca – il partito dell’attuale leader Friedrich Merz – ha ottenuto un emendamento che chiede alla Commissione europea “ulteriori misure legislative per prevenire l’immigrazione illegale”. Tra le proposte più radicali avanzate dai Popolari figurano:

  • Un “diritto esplicito” per gli Stati membri di respingere le domande d’asilo qualora i migranti vengano usati come strumenti di pressione geopolitica ai confini dell’Ue. Questo modello è già adottato dalla Polonia di Donald Tusk che lamenta la migrazione come arma di soft power da parte della Russia al confine con la Bielorussia.
  • L’abolizione dello status di protezione sussidiaria, per permettere un rimpatrio più rapido dei rifugiati non appena terminano i conflitti nei loro Paesi d’origine.

Questa strategia segnala un mutamento profondo: l’obiettivo del centro-destra europeo non è più solo velocizzare i rimpatri, ma restringere l’accesso stesso alla protezione internazionale.

Il nuovo Regolamento Rimpatri

Le dichiarazioni di Procaccini si appoggiano sul nuovo Regolamento Ue sui rimpatri approvato a giugno 2026, che istituisce un sistema comune per rendere le espulsioni “umane ma rigorose”. Il nuovo testo legislativo introduce strumenti di pressione senza precedenti che vano dall’obbligo di cooperazione stringente per i migranti irregolari, che devono collaborare all’identificazione pena la riduzione delle prestazioni sociali o il sequestro dei documenti, sino alla possibilità di trattenimento fino a 24 mesi (estendibili di altri 6 in casi specifici) per prevenire il rischio di fuga. Inoltre, l’introdotto anche l’Ordine europeo di rimpatrio, che garantisce il riconoscimento reciproco delle decisioni tra Stati: se un migrante viene espulso dall’Italia e fugge in Francia, Parigi può eseguire il rimpatrio basandosi sulla decisione italiana.

La battaglia delle idee: “Remigrazione” vs “Diritto a restare”

Il dibattito italiano si infiamma anche sulla terminologia. Procaccini ha preso le distanze dalla proposta di legge sulla “remigrazione” depositata dal comitato omonimo e sostenuta da settori della destra radicale, definendola uno “slogan”. La remigrazione, a differenza dei rimpatri volontari assistiti promossi dal governo, punta a incentivare il rientro anche di stranieri regolari, arrivando a ipotizzare la revoca della cittadinanza acquisita.

Dall’altro lato, Elly Schlein sposta l’asse della discussione sul “diritto a restare in Italia”, proponendo fondi per le imprese innovative e l’università per rendere il Paese attrattivo per le nuove generazioni, indipendentemente dalla gestione dei flussi irregolari. Tuttavia, i dati Eurostat e le mosse del Ppe a Bruxelles indicano che, nel resto d’Europa, la strada imboccata sembra essere quella di un pragmatismo sempre più vicino proprio alla linea di Copenaghen suggerita dal leader di Ecr.

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