L’estate sta finendo e il bilancio climatico dell’Ue è eloquente. Al caldo record certificato dai dati Copernicus si è affiancata una stagione di incendi tra le peggiori mai registrate dentro e fuori Europa. Secondo il sistema europeo di monitoraggio Effis, al 27 agosto 2026 l’area bruciata nell’Unione aveva superato i 623.000 ettari, un dato inferiore al record assoluto del 2025 — quando si arrivò a oltre un milione di ettari — ma pari a circa il 160% della media di lungo periodo (2006-2025), ferma a poco più di 350.000 ettari l’anno.
Interpellato da Euronews, il commissario europeo al Clima Wopke Hoekstra ha parlato di un’area “grande il doppio del Lussemburgo” andata a fuoco e ha definito “drammatica” l’estate 2026. Un dato interessante sottolineato dal commissario è che, nonostante l’Unione fosse quest’anno meglio equipaggiata rispetto al 2025 — con più vigili del fuoco, aerei ed elicotteri schierati — la scala della distruzione non è migliorata quasi per niente.
Quanta superficie bruciata dagli incendi in Ue
La Francia ha superato il proprio record assoluto di area bruciata in un intero anno, con oltre 91.000 ettari già mappati da Effis entro fine luglio, contro i 66.337 ettari del precedente record segnato dagli incendi della Gironda nel 2022, e con ancora settimane di stagione a rischio davanti. In Spagna è stato registrato l’incendio più esteso mai documentato nel Paese, ad Ávila, con circa 50.000 ettari bruciati in un’unica area — grande quanto l’intera città di New York — mentre il totale nazionale ha superato i 200.000 ettari.
Tra Francia e Spagna, più di 300.000 persone sono state evacuate dalle proprie case nel corso di questa estate. Il conto in vite umane ha riguardato anche chi ha combattuto le fiamme in prima linea: almeno 14 vigili del fuoco e soccorritori sono morti nelle operazioni di spegnimento. Il commissario ha stimato il danno economico complessivo tra i 50 e i 70 miliardi di euro, con margini di ulteriore crescita.
Hoekstra non ha dubbi: “La crisi deve accelerare la transizione”
Il 22 giugno 2026, mentre Bruxelles ospitava il decimo incontro ministeriale trilaterale sull’azione climatica, co-presieduto da Unione europea, Canada — con la ministra Julie Dabrusin — e Cina, rappresentata dal ministro Huang Runqiu, il commissario Hoekstra ha pronunciato una frase chiara e programmatica: “La risposta alla crisi non può essere rallentare la transizione energetica, ma accelerarla”.
Per Hoekstra, l’elettrificazione da fonti rinnovabili pulite e autoprodotte non rappresenta soltanto una risposta al riscaldamento globale, ma l’unico vero pilastro su cui costruire sicurezza energetica, competitività industriale e riduzione strutturale dei costi nel lungo periodo, grazie ad una maggiore indipendenza strategica e geopolitica. Il commissario sostiene che l’Unione non possa permettersi di restare dipendente da attori terzi per le tecnologie che determineranno la propria sicurezza energetica futura.
Il paradosso dell’autonomia strategica verde guidata da Pechino
La strategia climatica europea sconta, tuttavia, una grande contraddizione: la Cina, che rappresenta una minaccia per l’economia Ue, come sottolineato dalla presidente della Commissione von der Leyen, ha il sistema di energia rinnovabile più grande e in più rapida crescita al mondo. Pechino ha ridotto la quota del carbone nel proprio mix energetico dal 67,4% al 51,4% e ha tagliato le emissioni di CO2 per unità di Pil di oltre il 35%. Sono numeri che collocano il Dragone all’avanguardia della transizione energetica globale.
Durante il forum trilaterale, Hoekstra ha denunciato la mancanza di reciprocità dei grandi emettitori, che beneficiano dei flussi finanziari europei senza assumersi impegni equivalenti, oltre alla concorrenza asimmetrica e sleale esercitata da Pechino nei settori delle auto elettriche, dei pannelli solari e della chimica di base.
Insomma, l’Europa deve elettrificarsi rapidamente per fermare un aumento delle temperature che sul continente viaggia a una velocità doppia rispetto alla media globale, come lo stesso Hoekstra ha ricordato in un’audizione al Parlamento italiano nell’aprile 2026. In quella occasione, il commissario ha spiegato che un incremento medio globale di 1,5°C si traduce, in Europa, in circa +3°C, con il Sud del continente — e l’Italia in particolare — drammaticamente esposto a siccità e dissesto idrogeologico. Tuttavia, le tecnologie verdi essenziali per questa corsa restano oggi un quasi-monopolio cinese.
Se l’Unione europea scegliesse la rapidità della transizione, dovrebbe importare tecnologia verde cinese a basso costo, sostituendo la vecchia dipendenza dal gas russo con una nuova subordinazione tecnologica a Pechino, esponendo le proprie reti a rischi informatici e potenziali interruzioni. Se invece scegliesse la strada della sovranità industriale, imponendo dazi e requisiti “Made in Eu” come sostenuto da Hoekstra, i costi delle tecnologie sul mercato interno aumenterebbero drasticamente, rallentando la transizione proprio nel momento in cui il continente si mostra più vulnerabile al surriscaldamento globale.
Il piano d’azione Ue per l’elettrificazione
Il 16 e 17 luglio 2026, Hoekstra ha presentato il Piano d’azione per l’elettrificazione, denunciando come il tasso di elettrificazione dell’Unione sia rimasto bloccato al 23% per oltre un decennio. L’obiettivo dichiarato è raddoppiarlo nei prossimi quattordici anni, attraverso una tassazione dell’elettricità inferiore a quella del gas e lo sblocco di 100 miliardi di euro tramite la nuova Banca per la decarbonizzazione industriale, dotata di un Ets Investment Booster da 30 miliardi.
Proprio sul fronte della riforma del sistema di scambio delle quote di emissione (Ets), il commissario ha criticato il meccanismo, considerandolo inefficiente: l’80% delle risorse derivanti dalle aste Ets torna agli Stati membri, ma circa il 90% di questa quota viene assorbito dai bilanci generali invece di essere reinvestito nella riconversione industriale pulita delle aziende. Per questo, il commissario Ue al Clima ha proposto che il 100% delle quote gratuite concesse ai “first-movers” dopo il 2030 sia condizionato a investimenti reali di decarbonizzazione sul suolo europeo, per evitare che le multinazionali vendano le quote e investano altrove.
La vulnerabilità geopolitica dei combustibili fossili resta, in questo quadro, un dato strutturale: l’Unione europea importa ancora l’80% del gas e il 95% del petrolio che consuma.
Il 25 giugno 2026, in occasione del Consiglio Envi, Hoekstra ha portato al tavolo i risultati di un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) che denuncia la frammentazione delle politiche di resilienza dell’Unione: mancanza di dati comuni, diversa preparazione tra Stati membri, responsabilità confuse tra i diversi livelli istituzionali. La conclusione del rapporto è netta: l’Europa non è pronta nemmeno per lo scenario climatico migliore.
I record termici che hanno riscritto le mappe
Secondo i dati di Copernicus C3S, giugno 2026 è stato il mese di giugno più caldo mai registrato in Europa occidentale, con un’anomalia termica media straordinaria di +3,05°C o +3,06°C. A livello continentale, la temperatura del suolo è stata la seconda più alta mai misurata per un mese di giugno, con un’anomalia di +1,78°C su una temperatura media di 19,14°C.
Luglio 2026 ha condiviso, a livello globale, il primato di mese più caldo con il luglio 2024, con temperature superiori di 1,47°C rispetto alla media pre-industriale del periodo 1850-1900. Considerando il bimestre giugno-luglio nel suo complesso, si è trattato del periodo più caldo di sempre per l’Europa occidentale, con una temperatura media di 21,62°C e un’anomalia di +2,79°C.
Il 21 e 22 agosto è stato inoltre toccato un record storico assoluto di temperatura superficiale giornaliera globale delle acque extra-polari, con 21,104°C, un dato che ha alimentato le ondate di calore marino nel Mediterraneo occidentale e nell’Atlantico innescando un effetto domino.
Oltre 35.000 morti in eccesso e una sola “via d’uscita”
A livello europeo, i dati indicano oltre 35.000 decessi in eccesso calcolati complessivamente in circa metà del continente fino a fine agosto 2026, con una stima provvisoria consolidata nei database di monitoraggio stagionale che sale a circa 36.210 vittime — coerente con la soglia di almeno 30.000 morti in eccesso indicata dalla stessa European Mortality Monitoring Platform, che tiene traccia dei dati in 23 Paesi. Solo nella settimana critica dal 22 al 28 giugno, lo studio di modellizzazione rapida condotto da Christopher Callahan, dell’Indiana University, ha calcolato 20.390 decessi in eccesso, mentre la rete di sorveglianza europea Euro Momo stima circa 10.650 decessi in eccesso nella stessa settimana — di cui oltre 9.000 tra gli over 65 — e più di 14.000 decessi in eccesso sul periodo di picco bisettimanale. Le quattro maggiori economie dell’Unione europea — Germania, Francia, Spagna e Italia — hanno cumulato da sole oltre 25.000 decessi entro fine agosto.
“Non c’è una via d’uscita facile, e non c’è alternativa al proseguire con la nostra ambizione climatica”, ha ammesso Hoekstra. L’Europa del 2026 non ha più il tempo per scegliere con calma: la morsa del clima si è già stretta, e ogni ulteriore stagione di attesa si misurerà con altri ettari in fumo, altri miliardi di danni e altre vittime.

