Restare alleati senza restare dipendenti: il nuovo rapporto tra Europa e Usa

Dalla regolazione digitale ai rapporti con la Cina, il legame transatlantico diventa più selettivo e meno automatico
3 ore fa
6 minuti di lettura
Donald Trump Ursula von der Leyen
Trump e von der Leyen seduti sul planisfero (immagine generata con l'Ai)

Per anni il rapporto tra Europa e Stati Uniti è stato letto soprattutto attraverso la sicurezza, la Nato e la presenza militare americana nel continente. Oggi una parte crescente della tensione transatlantica passa invece da altri terreni: intelligenza artificiale, piattaforme digitali, dazi, commercio e capacità dell’Unione europea di applicare le proprie regole anche quando entrano in conflitto con gli interessi di Washington.

Il confronto è riemerso proprio in questi giorni. Al G20 tecnologico negli Stati Uniti, l’amministrazione americana ha spinto per un approccio molto più leggero alla regolazione dell’intelligenza artificiale, invitando i partner a intervenire soltanto nei casi davvero nuovi e a evitare regole troppo ampie. È una linea molto diversa da quella seguita dall’Unione europea con l’AI Act, il Digital Services Act e il Digital Markets Act, mentre Bruxelles continua ad ampliare il perimetro delle proprie regole anche verso nuovi servizi digitali e piattaforme.

La distanza non è più soltanto regolatoria. Washington considera sempre più la politica digitale europea anche come un problema commerciale, mentre l’Ue difende il diritto di stabilire condizioni di accesso al proprio mercato indipendentemente dalla nazionalità delle aziende coinvolte. In questo contesto torna attuale la formula scelta dalla Stiftung Wissenschaft und Politik, principale think tank tedesco di politica estera e sicurezza, nel research paper “With, Without, Against Washington: Redefining Europe’s Relations With the United States”: capire in quali dossier l’Europa debba continuare a muoversi con gli Stati Uniti, in quali costruire margini d’azione senza Washington e in quali possa trovarsi a difendere interessi diversi da quelli americani. Il paper descrive una relazione transatlantica destinata a diventare più selettiva e meno automatica.

Con Washington, senza Washington o contro Washington

Le tre formule non indicano tre schieramenti alternativi, ma modi diversi di rapportarsi agli Stati Uniti a seconda del dossier. La cooperazione resta indispensabile in molti campi, a partire dalla sicurezza, ma il rapporto cambia quando entrano in gioco tecnologia, commercio, Cina, clima o governance internazionale.

Muoversi con Washington significa continuare a riconoscere che Europa e Stati Uniti condividono interessi strategici importanti, dal contenimento delle dipendenze tecnologiche cinesi alla sicurezza delle catene del valore, passando per la protezione delle infrastrutture critiche e la ricerca sull’intelligenza artificiale. Anche nel dibattito sull’Ai, nonostante le divergenze sulle regole, Stati Uniti ed Europa condividono la necessità di restare competitivi rispetto alla Cina e di evitare che Pechino assuma una posizione dominante nelle tecnologie più avanzate.

La cooperazione diventa più difficile quando presuppone un allineamento automatico. L’Europa ha costruito negli ultimi anni un modello regolatorio molto più interventista di quello americano, fondato sull’idea che le grandi piattaforme debbano essere sottoposte a obblighi specifici in materia di concorrenza, contenuti, trasparenza e gestione dei rischi. Il Digital Markets Act interviene sul potere dei cosiddetti gatekeeper, mentre il Digital Services Act impone obblighi rafforzati alle piattaforme con una presenza molto ampia nel mercato europeo. Negli ultimi giorni anche ChatGPT, Reddit e Roblox sono entrati nel perimetro più stringente del Dsa dopo aver superato la soglia dei 45 milioni di utenti mensili nell’Unione.

A Washington questa impostazione viene sempre più spesso letta come un freno alla competitività delle aziende statunitensi. Già nei mesi scorsi l’amministrazione Trump aveva contestato apertamente l’approccio europeo alla regolazione digitale, mentre negli Stati Uniti sono state discusse misure commerciali e strumenti di pressione contro Paesi accusati di discriminare i gruppi tecnologici americani.

Il senza Washington riguarda proprio questa capacità di decidere autonomamente. Per l’Europa significa mantenere aperta la cooperazione transatlantica, ma sviluppare una capacità autonoma di decisione sulle regole del proprio mercato, sulle infrastrutture digitali e sulle tecnologie considerate strategiche. Nel paper della SWP questa autonomia non coincide con l’autarchia tecnologica, che sarebbe difficilmente realizzabile, ma con la riduzione delle dipendenze più rischiose e con la possibilità di non dover modificare le proprie politiche ogni volta che cambiano le priorità dell’amministrazione americana.

La terza possibilità, contro Washington, riguarda invece i casi in cui la divergenza si trasforma in conflitto. Il terreno più evidente è quello commerciale: se gli Stati Uniti utilizzano dazi, sanzioni o altri strumenti per costringere l’Ue a modificare le proprie norme digitali, Bruxelles deve decidere se negoziare, assorbire il costo o rispondere con propri strumenti. Un recente studio dell’European Council on Foreign Relations individua proprio nell’Anti-Coercion Instrument dell’Unione una delle opzioni possibili nel caso di pressioni economiche americane, pur sottolineando il costo politico elevato di una simile escalation.

Dalle Big Tech ai dazi, dove l’Europa prova a dire no

La tecnologia è diventata uno dei punti nei quali alleanza politica e competizione economica si sovrappongono più chiaramente. Le principali aziende che forniscono cloud, sistemi operativi, piattaforme social, modelli di intelligenza artificiale e servizi digitali in Europa sono statunitensi, mentre Bruxelles possiede soprattutto un potere regolatorio: non domina queste tecnologie, ma può stabilire le condizioni alle quali vengono offerte nel mercato europeo.

Questa asimmetria spiega perché la cosiddetta sovranità digitale sia diventata parte del dibattito sull’autonomia strategica. Ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti non significa sostituire nel breve periodo Microsoft, Amazon, Google o altri operatori americani, ma evitare che interi settori dell’economia e della pubblica amministrazione europea dipendano da un numero ristretto di fornitori soggetti alla giurisdizione e alle decisioni politiche di Washington.

Le frizioni regolatorie mostrano allo stesso tempo che Bruxelles non applica sempre una linea automaticamente ostile alle aziende statunitensi. Il 2 settembre il Tribunale dell’Unione europea ha respinto il ricorso di Opera contro la decisione della Commissione di esentare Microsoft Edge da alcuni obblighi del Digital Markets Act, confermando che il browser non soddisfaceva i criteri per essere considerato un gateway essenziale tra imprese e utenti. Il caso mostra quanto la battaglia sulle regole digitali sia ormai anche una battaglia giudiziaria sulla portata concreta dei nuovi regolamenti europei.

Pochi giorni prima Google aveva inoltre modificato la propria politica anti-spam nello Spazio economico europeo dopo le contestazioni della Commissione, che temeva penalizzazioni ingiustificate per editori e altri siti. La società ha scelto di adattare le proprie regole in Europa per evitare un possibile procedimento nell’ambito del Digital Markets Act.

Il confronto sull’intelligenza artificiale aggiunge un livello ulteriore. Al G20 tecnologico l’amministrazione americana ha promosso i cosiddetti “Carolina Principles”, favorevoli a una regolazione limitata ai problemi realmente nuovi creati dall’AI. È una filosofia che parte dalla preoccupazione che norme troppo estese rallentino l’innovazione e penalizzino le aziende americane proprio mentre la competizione con la Cina si intensifica.

L’Unione europea si muove da una premessa diversa: alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale possono produrre rischi tali da richiedere obblighi preventivi, trasparenza e controlli proporzionati al livello di rischio. La divergenza non riguarda quindi solo il numero delle regole, ma il rapporto tra innovazione, mercato e intervento pubblico.

Questa distanza può avere conseguenze commerciali. Gli Stati Uniti dispongono di strumenti capaci di trasformare un conflitto regolatorio in una disputa tariffaria, mentre l’Europa ha progressivamente costruito contromisure contro la coercizione economica. Il punto più delicato è che una escalation nel digitale potrebbe allargarsi a settori senza alcun rapporto diretto con le piattaforme, colpendo esportazioni europee utilizzate come leva negoziale.

Restare alleati senza delegare le proprie scelte

La questione non riguarda soltanto Big Tech. Il paper della SWP inserisce la trasformazione del rapporto transatlantico in un quadro più ampio, nel quale gli Stati Uniti possono restare il principale alleato europeo senza essere necessariamente il partner da seguire in ogni scelta di politica estera ed economica.

La Cina è il caso più evidente. Washington vede la competizione tecnologica e commerciale con Pechino sempre più come un confronto strategico di lungo periodo; l’Europa condivide molte preoccupazioni sulla dipendenza da materie prime critiche, sovvenzioni industriali e sicurezza delle filiere, ma mantiene anche interessi economici specifici. Al G20 finanziario di questi giorni gli Stati Uniti hanno nuovamente spinto sulla necessità di contrastare le politiche cinesi considerate distorsive, mentre il surplus commerciale della Cina con l’Unione europea ha continuato a crescere.

Seguire integralmente Washington rischierebbe di imporre all’Europa costi che i governi europei potrebbero non essere disposti a sostenere; ignorare le vulnerabilità verso Pechino produrrebbe però una nuova dipendenza. La strategia descritta dalla SWP cerca una terza via: diversificare fornitori e partnership, rafforzare le capacità europee e cooperare con gli Stati Uniti quando gli interessi coincidono senza trasformare quella cooperazione in un vincolo permanente.

Lo stesso vale per clima, commercio multilaterale e istituzioni internazionali. Un’amministrazione americana può ridurre il proprio impegno in uno di questi ambiti e una successiva amministrazione può modificarlo nuovamente. Per l’Europa, costruire una politica che dipenda meno dalle oscillazioni elettorali statunitensi significa poter collaborare con India, Paesi asiatici, America Latina o Africa quando Washington non condivide la stessa priorità, mantenendo aperta la possibilità di tornare a lavorare insieme in una fase successiva.

La SWP stima che ridurre le dipendenze più pericolose richiederà almeno cinque-dieci anni, durante i quali l’Europa continuerà ad avere bisogno degli Stati Uniti proprio mentre tenta di costruire alternative. La difficoltà sta in questa sovrapposizione: aumentare l’autonomia senza compromettere una relazione dalla quale continuano a dipendere interessi strategici europei.

Ne deriva un rapporto transatlantico meno lineare rispetto a quello costruito nel dopoguerra. Europa e Stati Uniti possono continuare a essere alleati e, contemporaneamente, concorrenti nel digitale, avversari in una disputa commerciale o partner soltanto parzialmente allineati sulla Cina. La questione, quindi, non è scegliere una volta per tutte tra alleanza e autonomia, ma costruire abbastanza margine di manovra da non dover trasformare ogni divergenza con Washington in una crisi.