C’è un paradosso nel rapporto tra Europa e Cina che emerge con forza dal nuovo paper dell’European Council on Foreign Relations, “Beijing Hold’em: European cards against Chinese coercion”. Da un lato, l’Unione europea appare sempre più vulnerabile: dipendente dalle terre rare, esposta alla sovraccapacità industriale cinese, in ritardo nella competizione tecnologica. Dall’altro, sostengono gli autori Tobias Gehrke e Nina Schmelzer, l’Europa dispone di strumenti molto più incisivi di quanto sia generalmente riconosciuto.
Il problema non è l’assenza di potere, ma la mancanza di una strategia per esercitarlo.
Negli ultimi anni, l’approccio europeo si è concentrato soprattutto sul cosiddetto de-risking: ridurre le dipendenze, diversificare le catene di approvvigionamento, costruire resilienza. Una logica che resta valida, ma che, secondo gli autori, è insufficiente in un contesto in cui la coercizione economica è diventata uno strumento sistemico di politica estera.
La Cina, infatti, ha progressivamente formalizzato il proprio arsenale: controlli alle esportazioni, blacklist, sanzioni mirate. Non più solo pressioni informali, ma strumenti codificati e scalabili.
In questo scenario, l’Europa rischia di trovarsi sempre nella stessa posizione: reagire tardi, negoziare da una posizione di debolezza, accettare compromessi per evitare danni immediati.
È qui che entra in gioco il concetto centrale del paper: costruire una vera e propria dottrina di deterrenza economica, basata su una logica chiara – “escalate to negotiate”. Eurofocus ne ha parlato con la coautrice del paper, Nina Schmelzer.

Il momento di agire
L’Europa è ancora in tempo per invertire i trend di deindustrializzazione e il suo indebolimento geopolitico?
“Assolutamente sì. Se ci chiediamo perché questo sia il momento giusto per agire, ci sono due motivi principali. Il primo è che la Cina ha ormai formalizzato la sua strategia. Quello che prima era informale è diventato strutturato: sanzioni, controlli alle esportazioni, blacklist. Oggi esiste un vero e proprio spettro di opzioni di escalation.
Il secondo motivo è che la Cina, al momento, ha un vantaggio, soprattutto grazie alla capacità di “strozzarci” sui minerali. È in grado di estrarre concessioni da un’Europa che è ancora dipendente. Se non reagiamo ora, la Cina rischia di avere un vero e proprio potere di veto sulla nostra transizione industriale verde e anche sulla produzione nel settore della difesa”.
Il punto, dunque, non è solo economico. È industriale, tecnologico e anche militare. Le catene di approvvigionamento, dalle terre rare ai componenti avanzati, sono diventate un terreno di confronto strategico.
E il rischio, sottolinea il paper, è che la transizione verde europea finisca per aumentare la vulnerabilità invece di ridurla: auto elettriche, batterie e turbine eoliche dipendono in larga parte da input controllati dalla Cina.
Dalla resilienza alla deterrenza
Nel paper parlate di “escalate to negotiate”. Come può l’Europa adottare un approccio più assertivo?
“Nel paper facciamo una mappa delle ‘carte’ che l’Europa ha in mano per mostrare in quali settori e con quali mosse può generare maggiore influenza in uno scenario di coercizione economica. Le organizziamo in quattro categorie: restrizioni all’export, restrizioni all’import, infrastrutture critiche e tecnologia, e infine quelle che chiamiamo ‘wildcards’.
Queste misure vanno da livelli molto bassi, come segnali politici o avvertimenti, fino a scenari di quasi decoupling.
Prendiamo ad esempio le infrastrutture: la Cina ha vantaggi molto significativi nella cantieristica navale e nelle attrezzature portuali. I suoi cantieri rappresentano circa il 55% del mercato globale e fino al 75% dei nuovi ordini.

L’Europa potrebbe escludere fornitori cinesi dalle infrastrutture portuali, introdurre limiti alla proprietà, imporre tasse sui servizi portuali per le navi costruite in Cina, oppure arrivare a forzare dismissioni di quote cinesi nei porti europei”.
Qui emerge uno degli aspetti più interessanti del paper: l’Europa non è solo esposta alla Cina, ma è anche un attore centrale per la stabilità del modello economico cinese.
Il mercato europeo assorbe una quota rilevante dell’overcapacity industriale di Pechino. Limitare questo accesso, in modo mirato, può diventare una leva potente.
Il nodo industriale: è già troppo tardi?
L’Europa ha ancora la capacità di sostituire tecnologie e infrastrutture cinesi, ad esempio nei porti? Che sono una delle vulnerabilità principali, porte d’ingresso nei nostri Paesi e miniere di dati sul nostro sistema commerciale, che in alcuni casi sono controllati, in altri influenzati da aziende cinesi
“La domanda più importante è cosa succede se non lo facciamo. La posta in gioco va ben oltre l’imbarazzo diplomatico. Il futuro della sicurezza e dell’industria europea è legato alla capacità di dissuadere la Cina.
Se l’Europa fallisce, la produzione nel settore della difesa diventerà molto più difficile, perché dipende in larga parte da minerali provenienti dalla Cina. Anche la nostra transizione industriale è a rischio.
Siamo ancora in una fase in cui alcuni settori – come l’eolico, i veicoli elettrici e le batterie – possono essere salvati. Ma se non interveniamo ora, potrebbe essere troppo tardi”.
Una valutazione che introduce anche una gerarchia tra settori.
Ci sono ambiti, come il solare, in cui l’Europa dovrebbe semplicemente arrendersi? Lo diceva un paper di Bruegel uscito circa un anno fa.
“Dipende molto dal settore. L’eolico dovrebbe essere una priorità assoluta, probabilmente anche l’automotive elettrico. Ma per il solare, purtroppo, è probabilmente già troppo tardi”.
Il costo politico delle scelte
Opinione pubblica e sistemi economici europei sono pronti a pagare il prezzo di questo cambiamento?
“È una domanda cruciale. Non era al centro della nostra ricerca, ma dai confronti con l’industria emerge una spaccatura. Una parte del settore industriale – ad esempio la meccanica tedesca – è pronta a un approccio molto più duro verso la Cina, perché subisce direttamente la pressione competitiva.
Altri settori, come l’automotive, restano più legati agli input cinesi a basso costo, perché puntano a benefici nel breve periodo. Il problema è che questi vantaggi di breve termine rischiano di diventare costi molto elevati nel medio e lungo periodo, in termini di sicurezza economica.
Il nostro obiettivo, comunque, non è risolvere questi trade-off, ma ampliare il ventaglio di opzioni a disposizione dei decisori politici. Saranno poi i governi a decidere quali carte giocare e quale costo sono disposti ad accettare”.
Europa, tra potenza normativa e potenza geopolitica
Perché alcune leve restano poco utilizzate, pur essendo molto potenti? Serve un cambio di mentalità in Europa?
“Credo che ci siano due fattori. Da un lato, l’Europa è stata a lungo una ‘normative power’, abituata a influenzare attraverso regole e standard. Oggi sta capendo che deve diventare anche una potenza geopolitica. Non si tratta più solo di diffondere norme, ma di gestire rapporti di forza in un contesto molto meno cooperativo rispetto al passato. Dall’altro lato, c’è sicuramente una cautela nel non voler provocare la Cina. Ma qualcosa si sta muovendo”.

Qual è lo strumento più sottovalutato oggi?
“Le restrizioni all’export sono molto più potenti di quanto si pensi. Si parla troppo poco della dipendenza della Cina dall’Europa. Ci sono settori in cui l’Europa è leader globale, ad esempio nei componenti ad alta tecnologia per l’aeronautica. Pensiamo ai pezzi di ricambio per le flotte Airbus utilizzate in Cina: limitarli potrebbe avere un impatto molto forte. Eppure è uno strumento ancora poco discusso a livello politico”.
Il fattore tempo
Alla fine, tutto converge su un elemento: il tempo.
Se la Cina decidesse domani di bloccare completamente l’export di terre rare, l’Europa sarebbe costretta a cedere?
“Oggi siamo molto vulnerabili. Se la Cina interrompesse le esportazioni, avremmo seri problemi sia nel settore della difesa sia in quello delle tecnologie pulite. Proprio per questo il ‘playbook’ che proponiamo deve essere implementato il prima possibile. L’obiettivo è dotare l’Europa degli strumenti necessari per reagire e, soprattutto, per prevenire scenari di questo tipo”.
La vera scelta europea
Il messaggio del paper è netto: senza deterrenza, l’Europa continuerà a trovarsi di fronte allo stesso dilemma. Resistere e pagare subito, oppure cedere e perdere progressivamente capacità industriale e autonomia strategica. Una scelta che, finora, è stata spesso rimandata. Ma che, scrivono Gehrke e Schmelzer, non è più rinviabile.
