Il 2030 è vicino e l’Ue ha fissato un obiettivo cruciale per la competitività e la prosperità del continente: raggiungere il 45% di laureati tra i giovani con età compresa tra i 25 e i 34 anni. Nel 2025, la media europea ha sfiorato il traguardo, arrivando al 44,8% (in crescita rispetto al 44,1% dell’anno precedente). Tutto bene quindi? Non proprio. In questo scenario, l’Italia si colloca nel fondo della classifica: con un tasso del 31,1% di giovani laureati (persino in flessione rispetto al 31,6% del 2024), la penisola “vanta” il secondo valore più basso di tutta l’Unione Europea, meglio solo della Romania (23%).
Dietro l’enorme scarto di 13,7 punti percentuali con la media Ue si nasconde un profondo squilibrio socioeconomico e territoriale che blocca l’ascensore sociale del Paese.
Il divario con l’Europa: l’Italia insegue da lontano
Nel 2025, in 11 Stati membri l’incidenza di giovani laureati superava la media europea e in dieci Paesi più della metà dei 25-34enni era in possesso di un titolo terziario. Sul podio troviamo l’Irlanda (66,8%), seguita da Lussemburgo (65%), Lituania (60,8%) e Cipro (60%). In fondo, l’Italia, penultima, nonostante un miglioramento nel medio periodo: tra il 2017 e il 2025 il dato italiano è infatti aumentato di 4,2 punti percentuali, passando dal 26,9% al 31,1%, come riporta l’analisi Openpolis su dati Eurostat.
Per l’Education and Training Monitor (lo strumento della Commissione Europea che valuta i sistemi educativi e formativi), l’istruzione terziaria rimane il principale motore di crescita economica e mobilità sociale verso l’alto. Come ribadito nel report, avere una laurea o un diploma equivalente garantisce un ingresso migliore nel mercato del lavoro, specialmente in ambiti trainanti per il futuro del Vecchio Continente come quelli legati alle materie Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
La lacuna educativa si traduce in debolezza competitiva mentre aumenta la domanda di giovani altamente qualificati, soprattutto nell’ambito tecnico-scientifico, dove l’Italia presenta le più gravi lacune.
La laurea come “questione di famiglia”: l’allarme Ocse
Perché l’Italia è così indietro rispetto alla media europea? La risposta principale risiede nella condizione socioeconomica di partenza. Decidere di intraprendere un percorso universitario, soprattutto per gli studenti fuorisede, comporta spese ingenti che molte famiglie non possono sostenere. Per lo stesso motivo, tra chi riesce a conseguire un percorso di laurea magistrale, pochi possono proseguire gli studi negli istituti più prestigiosi a livello internazionale.
L’Ocse ha tentato di quantificare questi divari legati al background familiare. Guardando alla fascia di età tra i 25 e i 44 anni, emerge chiaramente che i figli di genitori laureati hanno probabilità enormemente superiori di laurearsi a loro volta rispetto a chi proviene da contesti in cui la laurea non è mai entrata in casa. In Paesi come Svezia e Danimarca questo svantaggio educativo pesa per circa 20 punti percentuali, in Italia (insieme a Polonia, Portogallo e Ungheria) supera la soglia critica dei 50 punti percentuali di scarto.
Come rimarcato anche a livello europeo, le disparità non riguardano solo il reddito, ma si intrecciano con divari di genere, di origine e, specialmente in Italia, con pesanti squilibri territoriali. Queste dinamiche svantaggiano proprio le fasce sociali che avrebbero maggiormente bisogno dell’istruzione superiore per migliorare le proprie condizioni di vita.
Sganciare la laurea dal reddito
L’Italia si trova a un bivio. Mentre l’Europa spinge con l’Unione delle Competenze (Union of Skills) per allineare l’istruzione alla competitività tecnologica e formare sempre più professionisti Stem (materie in cui l’Ue, a sua volta, rincorre Regno Unito e Canada), l’Italia rischia di restare indietro per ragioni reddituali e culturali.
Essere tra i Paesi dell’Ocse con i divari d’accesso all’università più profondi tra ricchi e poveri significa rinunciare a un enorme bacino di talenti inespressi. Per invertire questa tendenza e avvicinarsi all’obiettivo comunitario del 45%, occorrono politiche di welfare studentesco e incentivi mirati che rendano la laurea un diritto accessibile, e non più un’eredità familiare.
Un Paese a due velocità: la geografia italiana dei laureati
La matrioska del grado di istruzione non si ferma al livello nazionale: anche all’interno del Paese, come tra i singoli Stati membri Ue, emergono differenze significative. L’aumento registrato nel numero di laureati in Italia nell’ultimo decennio nasconde, infatti, dinamiche molto diverse a seconda della zona geografica.
Un’analisi dei dati Istat sugli indicatori di Benessere equo e sostenibile dei territori (relativa al periodo 2018-2024 e alla fascia 25-39 anni) mostra che 81 province italiane (il 75,7% del totale) hanno visto crescere il numero di giovani con un titolo universitario. La crescita più diffusa si è registrata nelle Isole (dove ben l’85,7% delle province, 12 su 14, ha segnato un incremento). A seguire, Centro e Nord-Est (entrambi al 77,3%).
Le macroaree con le performance peggiori nel tasso di incremento territoriale sono state il Sud (79,2%) e soprattutto il Nord-Ovest, dove solo il 64% delle province ha registrato un aumento. Spiccano i casi di sole quattro regioni (Calabria, Marche, Umbria e Valle d’Aosta) in cui l’incremento è stato omogeneo su tutte le province, con la Calabria passata dal 21,6% al 25,5% e l’Umbria dal 29,2% al 35,3%.

