Trump ridisegna la Difesa occidentale, tra l’ok all’Ucraina sui Patriot e il “muro di granito” con Bibi

Per l'Unione europea, la sfida è duplice: gestire l'instabilità immediata ai propri confini orientali e coordinarsi con una Washington
4 ore fa
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla al funerale del senatore statunitense Lindsey Graham. A destra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e quello israeliano Benjamin Netanyahu (Afp)

“Positivi e produttivi”, così la Casa Biaca ha definito la maratona diplomatica che si è conclusa ieri a Washington e che ha visto protagonista il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Prima con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, poi con quello israeliano Benjamin Netanyahu, i colloqui hanno prodotto impegni militari e legislativi che promettono di alterare gli equilibri di potere dall’Europa Orientale al Golfo Persico.

Ucraina: verso l’autonomia missilistica con i Patriot

Il punto di svolta per Kiev non è solo il sostegno verbale, ma un salto tecnologico industriale. Zelensky ha annunciato che Trump ha concesso le licenze per la produzione di missili Patriot direttamente in Ucraina. L’obiettivo è avviare una produzione congiunta con le principali aziende militari statunitensi per rispondere alla minaccia balistica russa e iraniana.

Zelensky ha descritto questa necessità come il “vero problema” della difesa ucraina. Sul piano bellico, il leader ucraino ha proiettato un’immagine di logoramento per il Cremlino: secondo Kiev, Putin perderebbe circa 30.000 soldati al mese, una cifra che avrebbe tolto alla Russia l’iniziativa strategica.

A rafforzare questo fronte è intervenuto il Senato statunitense, che con una schiacciante maggioranza di 72 a 5 ha fatto avanzare il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act. La legge prevede sanzioni drastiche sull’energia russa e dazi su Paesi come Cina e India per stroncare il finanziamento della macchina bellica di Mosca.

Il “muro di granito” con Israele e la minaccia dell’Iran

Sul fronte mediorientale, Benjamin Netanyahu ha descritto il legame con Trump come una “parete di granito”, definendo il colloquio “uno dei migliori mai avuti”. Al centro della discussione: l’impegno incrollabile a impedire che l’Iran ottenga armi nucleari.

L’urgenza di questo asse è dettata da un’escalation militare che sta già infiammando la regione. Proprio in queste ore, la difesa aerea giordana ha intercettato e abbattuto cinque missili provenienti dall’Iran. In risposta ad attacchi diretti contro le proprie forze e le infrastrutture energetiche saudite, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno lanciato raid congiunti contro le milizie irachene legate a Teheran, causando almeno 20 morti e decine di feriti in sette province.

Teheran ha ufficialmente respinto una proposta del Sultanato dell’Oman per una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz, rivendicando il controllo totale sulle rotte di navigazione.

L’Europa sotto pressione: la crisi dei droni nei Paesi Baltici

Mentre a Washington si pianificano le strategie a lungo termine, i confini della Nato e dell’Ue stanno già subendo le conseguenze della “guerra ibrida”. Una raffica di incursioni di droni ha colpito Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. I velivoli risulterebbero essere ucraini, ma Kiev ha spiegato che vengono deviati dai loro obiettivi originari dalla potente guerra elettronica russa, finendo per schiantarsi in territorio alleato.

L’impatto politico è stato devastante: nei mesi scorsi fino ad oggi, in Lettonia il governo è crollato dopo che la prima ministra Evika Silina e il ministro della Difesa Andris Sprūds sono stati costretti alle dimissioni, accusati di non aver dispiegato tempestivamente i sistemi anti-drone. La Nato ha risposto attivando le pattuglie aeree: caccia rumeni e francesi sono stati impiegati per abbattere le minacce nei cieli baltici e lettoni. In Finlandia, il governo ha imposto restrizioni allo spazio aereo e marittimo lungo il confine russo, mentre la popolazione di diverse regioni baltiche è stata invitata a cercare rifugio durante le incursioni.

Il vertice della Casa Bianca delinea quindi un Trump che agisce come garante di un nuovo sistema di sicurezza: da un lato l’Ucraina che diventa un hub per la produzione di armi avanzate Ue-Usa, dall’altro un Israele sostenuto in una strategia di massima pressione contro l’Iran. Per l’Unione europea, la sfida è duplice: gestire l’instabilità immediata ai propri confini orientali e coordinarsi con una Washington che sembra intenzionata a usare la forza economica e militare per ridefinire gli equilibri globali.

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