La Russia ha chiuso sette valichi di frontiera con tre Paesi Ue e Nato: Finlandia, Estonia e Lettonia. La decisione, formalizzata con una circolare amministrativa firmata dal primo ministro russo Mikhail Mishustin e priva di una motivazione ufficiale, sospende a tempo indeterminato il passaggio di persone, veicoli, beni e spedizioni commerciali lungo alcuni dei punti di accesso più strategici del confine orientale dell’Unione europea. Il decreto è stato pubblicato a Mosca il 30 giugno ed è entrato in vigore ieri, mercoledì 1° luglio.
Quali valichi sono stati chiusi
Il provvedimento riguarda la regione di Leningrado, due punti di frontiera in Carelia, i passaggi tra San Pietroburgo e la Finlandia, l’Oblast di Pskov e la frontiera russo-lettone. Nel dettaglio, la Russia ha bloccato tutti e cinque i varchi ferroviari con la Finlandia e due con Estonia e Lettonia, interrompendo il transito di merci e passeggeri su rotaia proprio nei punti più rilevanti per il traffico ferroviario. Restano invece attivi il valico di Ivangorod, sul confine con l’Estonia, e quello di Sebezh, su quello con la Lettonia. Mosca ha definito la misura “temporanea”, senza però indicarne la durata.
Va segnalato che l’impatto pratico è disomogeneo. Sul fronte finlandese la chiusura è in gran parte simbolica: Helsinki aveva già sospeso i collegamenti ferroviari diretti con la Russia nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, e a dicembre 2023 aveva chiuso l’intero confine orientale in seguito a un aumento di migranti fatti entrare dal territorio russo come ritorsione di Mosca per l’ingresso della Finlandia nella Nato, avvenuto il 4 aprile 2023. I varchi con Estonia e Lettonia, al contrario, erano ancora operativi: qui la chiusura ha un effetto concreto e immediato sui flussi commerciali.
Perché la mossa arriva ora
Il documento firmato da Mishustin non spiega le ragioni della decisione, ma il contesto la colloca dentro la tensione crescente tra Bruxelles e Mosca. Due letture, non necessariamente alternative, si stanno consolidando tra gli analisti.
La prima riguarda il fronte interno russo. La chiusura potrebbe essere un test in vista di un blocco più esteso, pensato per impedire la fuga di cittadini russi verso l’estero in caso di una nuova mobilitazione parziale, dopo perdite militari che le stime più recenti collocano intorno ai 350 mila morti dal solo lato russo dall’inizio dell'”operazione militare speciale” in Ucraina.
La seconda lettura è economica. Dai valichi con la Finlandia transitano volumi consistenti di fertilizzanti, prodotto che non rientra nelle sanzioni occidentali: bloccarne il passaggio significa esercitare una pressione indiretta sul settore agricolo europeo senza violare alcun regime sanzionatorio. Allo stesso tempo, la chiusura dell’accesso russo ai porti del Baltico colpisce anche Kazakistan e Uzbekistan, che utilizzano le linee ferroviarie russe come corridoio per esportare le proprie merci verso l’Europa. È un modo per Mosca di aumentare la leva negoziale su due repubbliche ex sovietiche che dipendono da quelle infrastrutture, spingendole ad allinearsi alle condizioni economiche e politiche russe.
Il possibile collegamento con Lockheed Martin e il riarmo al confine
Sul fronte finlandese pesa anche un elemento più specifico: la recente decisione di Helsinki di collaborare con l’azienda statunitense Lockheed Martin per costruire nel Paese il primo centro europeo di manutenzione dei sistemi di lancio multiplo di razzi, un progetto criticato duramente dal regime russo. La chiusura dei valichi potrebbe essere anche una ritorsione mirata a questa scelta.
Il quadro si inserisce in una tendenza più ampia già documentata da un’inchiesta del media lituano Lrt, secondo cui la Russia starebbe potenziando le infrastrutture militari lungo l’intero confine con i Paesi Nato del Nord Europa, in vista di un possibile schieramento di oltre 100 mila soldati una volta terminata la guerra in Ucraina.
Cosa cambia per l’Ue
La chiusura dei sette valichi conferma che Mosca dispone di strumenti di pressione che non richiedono un confronto militare diretto: basta agire su corridoi commerciali e infrastrutture ferroviarie per colpire filiere agricole europee e per mettere in difficoltà partner commerciali terzi come le repubbliche centroasiatiche. È un tipo di leva che affianca, e in parte sostituisce, gli strumenti più tradizionali del confronto con la Nato, e che l’Unione dovrà considerare nella gestione dei rapporti sia con Mosca sia con i Paesi dell’Asia centrale che restano legati alle rotte russe per l’export verso l’Europa.

