Ceuta, frontiera travolta dai social: per Breton è il “primo attacco ibrido algoritmico” all’Europa

Bufale, mappe e indicazioni operative hanno provocato un movimento di massa. Per l'ex commissario francese "la frontiera del XXI secolo è anche informativa": per difendersi l'Ue deve usare il Digital Services Act
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Ceuta migranti
(Ipa)

Ceuta non è solo una crisi migratoria. Ceuta è “il primo attacco ibrido algoritmico su larga scala condotto contro una frontiera esterna dell’Unione”. A sostenerlo è Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno nella prima Commissione von der Leyen, in un editoriale per Le Grand Continent, nel quale analizza la crisi che ha visto al centro la città, exclave spagnola in territorio marocchino. Qui, tra il 30 e il 31 luglio scorso sono entrate improvvisamente e rapidamente dal Marocco circa 60mila persone, nella speranza di poter raggiungere l’Europa continentale. Speranza alimentata da contenuti fatti girare e andati virali sui social.

Proprio questo punto è al centro dell’analisi di Breton, per il quale la crisi di Ceuta è “la dimostrazione che la disinformazione mirata può ormai produrre, in meno di ventiquattro ore, uno shock umano e politico equivalente a quello di un’operazione di forza”.

La migrazione è stata già usata come arma, e l’ex commissario lo ricorda citando la “guerra dei migranti” messa in atto da Bielorussia e Russia nel 2021 e la comunicazione sulla lotta contro la strumentalizzazione della migrazione come minaccia ibrida e sul rafforzamento delle frontiere esterne, adottata dalla Commissione l’11 dicembre 2024.

“Oggi, questa comunicazione deve essere aggiornata per integrare la dimensione algoritmica della minaccia“, perché, sottolinea il politico francese, “il nemico non è più soltanto colui che spinge fisicamente i migranti verso una recinzione; è anche colui che spinge flussi di informazioni verso popolazioni vulnerabili“.

Per capire di cosa parla, occorre ripensare alla genesi di quella che è stata definita come un’’invasione (ma va sottolineato che Ceuta è situata in Nord Africa, che nessun migrante è arrivato nell’Europa continentale, e che l’exclave spagnola non fa parte dell’area Schengen).

Tutto è partito dai social – TikTok, WhatsApp, Instagram: nei giorni immediatamente precedenti l’invasione’, è diventata virale una bufala – “deliberata”, sottolinea Breton – secondo cui una sentenza del Tribunale supremo spagnolo aveva stabilito che non si possa respingere chi arriva a nuoto. Nelle stesse ore, in rete girava l’indicazione che la frontiera tra Marocco e Spagna sarebbe stata “aperta alle 22” di mercoledì sera (tra il 29 e il 30 luglio). L’ex commissario cita anche il gruppo facebook Hraga Ceuta, con oltre 20mila follower, che già dal 27 luglio condivideva mappe che indicavano le distanze da percorrere a nuoto per arrivare in territorio spagnolo (in Nord Africa), attrezzature, itinerari e raccolte fondi.

Il punto dunque è il flusso di informazioni che si è messo in moto e ha generato il massiccio spostamento di persone, e soprattutto: chi ha dato il via alla voce, gli intermediari – “eventualmente statali” -, le logiche algoritmiche, compresa “la quota dell’amplificazione algoritmica e dei bot” e quella “dell’autentica viralità della disperazione”, e infine perché i sistemi di raccomandazione delle grandissime piattaforme hanno eventualmente dato priorità a questi contenuti invece di attenuarli.

Tute cose che non sappiamo, sottolinea il politico, perché “nessuna piattaforma ha comunicato dati”. Ecco perché è fondamentale avviare un’indagine ad hoc “approfondita, indipendente e pubblica”, le cui risposte sono necessarie non solo a capire meglio la crisi di Ceuta, ma anche per potersi difendere in futuro.

“La concomitanza tra la corsa del 31 luglio e diversi segnali ostili rivolti a Ceuta e Melilla provenienti dall’amministrazione Trump, oppure il rilancio del canale diplomatico spagnolo ad Algeri, impone di chiedersi se vi sia stata un’ingerenza“, evidenzia Breton, attualmente sanzionato da Washington con l’accusa di aver promosso una “censura extraterritoriale” contro le Big Tech americane attraverso il Digital Services Act (Dsa).

Ma “soltanto un’indagine” può accertare “un’eventuale responsabilità, sia essa americana, russa, legata alle reti dell’internazionale reazionaria o della criminalità organizzata”.

Responsabilità a parte, per Breton “Ceuta è un segnale” che ci avvisa del fatto che la frontiera del XXI secolo è al tempo stesso fisica e informativa e che non si può pretendere di mettere in sicurezza l’una senza l’altra.

Cosa fars?

Come sottolina l’ex commissario, i mezzi per difendersi l’Europa li ha già: il Dsa e il Patto sulla migrazione, “a condizione di applicarli con la rapidità richiesta dalla minaccia”.

Quanto al Dsa – il regolamento sui servizi digitali che punta a creare un ambiente online più sicuro per i consumatori e le imprese nel blocco -, questo obbliga le grandissime piattaforme (articolo 34) a valutare i rischi sistemici che i loro servizi comportano per il dibattito civico, la sicurezza pubblica e l’integrità dei processi democratici e impone loro (articolo 35) di adottare misure di attenuazione proporzionate (ad esempio, la riduzione algoritmica della portata dei contenuti manifestamente ingannevoli). Il Dsa inoltre consente alla Commissione, in caso di crisi, di obbligare le piattaforme a documentare e correggere in tempo reale le proprie scelte di moderazione (articolo 36). “Il silenzio su queste questioni non è sostenibile”, la Commissione “deve agire senza indugio”.

“Nulla di tutto questo avrebbe impedito ai marocchini di sperare di entrare in Europa”, specifica Breton sottolineando che però “tutto ciò avrebbe reso la manipolazione tracciabile, contestabile e costosa per coloro che l’avevano avviata“.

“È questa differenza, tra uno spazio informativo strutturalmente opaco e uno spazio strutturalmente responsabile, a definire oggi la sovranità democratica digitale europea”, che “comincia dal controllo della propria frontiera informativa”.

Una sovranità che segue una via personale, diversa dal modello cinese o russo di sorveglianza, dal laissez-faire americano e dalle zone grigie di chi non regola: è la definizione stessa del progetto europeo, e si basa sulla “trasparenza vincolante e della responsabilità ex ante delle grandissime piattaforme”.

Il secondo strumento in mano all’Ue è il regolamento 2024/1359 del Patto sulla migrazione e l’asilo, che disciplina le situazioni di crisi e di forza maggiore e che all’articolo 1 definisce la strumentalizzazione dell’immigrazione come la situazione nella quale “un Paese terzo o un attore non statale ostile incoraggia o facilita il movimento di cittadini di Paesi terzi” verso l’Ue, allo scopo di destabilizzare uno Stato. “Ceuta rientra senza ambiguità in questa definizione”, afferma Breton.

Il regolamento prevede un meccanismo di solidarietà obbligatoria, composto da ricollocamenti, contributi finanziari e sostegno operativo, che dovrebbero essere attivati a favore della Spagna, che a sua volta dovrebbe attivarsi per richiederli, spiega il politico.

In definitiva però l’Unione deve dotarsi di una dottrina esplicita di risposta ibrida algoritmica, articolata secondo Breton su tre livelli: l’attribuzione tecnica, la risposta diplomatica graduale e gli strumenti di coercizione economica già esistenti (ad esempio, sanzioni informatiche e strumento anti-coercizione).

Senza dimenticare la cooperazione con i partner: l’ex commissario sottolinea che il blocco versa al Marocco circa 500 milioni di euro per la cooperazione migratoria per il periodo 2021-2027, e che è arrivato il momento di mettere nero su bianco nei prossimi accordi alcune condizioni da “prendere o lasciare”: lo smantellamento effettivo delle reti di trafficanti digitali che operano dal loro territorio; la rapida cooperazione giudiziaria sugli account e sulle infrastrutture identificati; l’adozione di un quadro di regolamentazione dei contenuti ispirato al Dsa.