Innovazione, Lombardia tra i big d’Europa ma l’Italia resta divisa

Nel Regional Innosystem Index 2026 di Ambrosetti/TEHA, l’Île-de-France guida la classifica. Lazio nella top 50, Sud in coda e ritardi su laureati e ricerca
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Innovazione tecnologica
Innovazione tecnologica, immagine di archivio (Canva)

L’Italia sa brevettare, ma fatica a formare. Sa costruire poli industriali, ma non abbastanza capitale umano. Ha una regione, la Lombardia, seconda in Europa per PIL e quinta per data center, e un’altra, l’Emilia-Romagna, ottava per brevetti depositati. Ma non ha nessuna regione tra le prime 150 d’Europa per quota di laureati.

È il dato che più colpisce nel Regional Innosystem Index 2026 realizzato da The European House – Ambrosetti / TEHA Group, la classifica che misura la capacità innovativa di 242 regioni europee. Non emerge un Paese senza innovazione, ma un Paese che innova in modo sbilanciato: forte nella sua base produttiva, debole negli ingredienti che servono a renderla duratura.

L’indice prende in considerazione 11 indicatori, raggruppati in quattro macro-aree: sviluppo economico, capitale umano, talento per l’innovazione, infrastrutture digitali e tecnologie. Dentro ci sono PIL, spesa in ricerca e sviluppo, brevetti, formazione continua, quota di popolazione con istruzione terziaria, università nella top 100 europea QS, ricercatori, risorse umane in scienza e tecnologia, occupazione high-tech, accesso a Internet da casa e data center.

La regione più innovativa d’Europa è l’Île-de-France, con un punteggio di 7,05 su 10. Seguono Stoccolma con 6,59, Hovedstaden in Danimarca con 6,22, Helsinki-Uusimaa in Finlandia con 6,16 e Praga con 5,51. L’Italia entra nella parte alta della classifica con due regioni: Lombardia, 26ª con un punteggio di 3,93, e Lazio, 43° con 3,20. Più indietro, ma ancora nella top 100, ci sono Emilia-Romagna, 82ª, e Piemonte, 99°. Il Veneto, al 106° posto, resta fuori di poco, ma guadagna 12 posizioni rispetto al 2023.

La parte bassa della classifica conferma invece il ritardo del Mezzogiorno: Puglia 210ª, Sicilia 211ª, Basilicata 224ª, Calabria 232ª. Basilicata e Calabria sono anche le uniche due regioni italiane a perdere posizioni rispetto al 2023, rispettivamente 13 e 2. Ma il divario Nord-Sud è solo una parte della storia. Il punto più delicato riguarda l’intero sistema italiano: il Paese ha regioni forti negli output dell’innovazione, ma resta distante dai migliori ecosistemi europei negli input che li alimentano.

Parigi prima, Lombardia e Lazio nella top 50

La leadership europea dell’Île-de-France si spiega con una combinazione difficile da replicare. La regione di Parigi è prima in Europa per PIL, con 865,7 miliardi di euro, e prima per domande di brevetto depositate presso l’European Patent Office nel 2025, con 6.988 richieste. È anche la regione europea con più università nella top 100 QS: sette, tra cui PSL University e Institut Polytechnique de Paris.

TEHA la indica inoltre come uno dei poli centrali della strategia francese sulle tecnologie quantistiche. Circa l’80% degli sforzi nazionali nel quantum si concentra tra Parigi, Saclay e Grenoble. Il programma regionale Quantum Pack, avviato nel 2020, ha finanziato 14 progetti sperimentali tra startup e grandi imprese, mobilitando oltre 8 milioni di euro. A monte c’è la strategia nazionale francese sul quantum, sostenuta da 1,8 miliardi di euro tra investimenti pubblici e privati.

La Lombardia non ha la stessa scala dell’Île-de-France, ma è l’unica regione italiana che si avvicina davvero ai grandi poli europei su più indicatori. È seconda in Europa per PIL regionale, con 504,7 miliardi di euro, davanti all’Oberbayern tedesco, terzo con 359,1 miliardi. È sesta per brevetti EPO, con 1.352 domande nel 2025. Ed è quinta per numero di data center, con 86 strutture attive.

Quest’ultimo dato è particolarmente rilevante. Nell’edizione 2026 TEHA ha introdotto il numero di data center come nuovo indicatore, sostituendo quello sulla variazione del numero di imprese, non più aggiornato. La scelta riflette il peso crescente di cloud computing, intelligenza artificiale e servizi basati sui dati. In questa classifica la Lombardia è dietro solo a Darmstadt in Germania, con 131 data center, Île-de-France con 121, Eastern and Midland in Irlanda con 111 e Noord-Holland con 87.

Il salto rispetto al resto d’Italia è netto. Dopo la Lombardia, le regioni italiane con più data center sono Emilia-Romagna e Piemonte, con 11 strutture ciascuna, e Toscana, con 10. Questo significa che una quota importante dell’infrastruttura digitale nazionale è concentrata in un solo territorio. È un vantaggio competitivo per la Lombardia, ma anche un segnale di squilibrio interno.

Il Lazio, seconda regione italiana nel ranking generale, ha un profilo differente. Il suo 43° posto si lega soprattutto a capitale umano qualificato, servizi avanzati, università, pubblica amministrazione, aerospazio e occupazione high-tech. È la prima regione italiana per quota di risorse umane impiegate in scienza e tecnologia, con il 35,6% degli occupati, davanti alla Lombardia con 35,1% e all’Emilia-Romagna con 34,1%. È anche 21° in Europa per occupazione nei settori high-tech, con l’8,3% del totale. La Lombardia segue al 47° posto, con il 6,2%.

Questi dati spiegano perché l’Italia riesca comunque a entrare nella parte alta della classifica. Ma spiegano anche il limite del suo posizionamento: il Paese ha alcuni poli forti, non un ecosistema omogeneo.

I punti forti italiani

La capacità brevettuale è uno degli aspetti più positivi della fotografia italiana. Sei regioni entrano nella top 50 europea per domande di brevetto depositate presso l’EPO nel 2025. La Lombardia è 6ª con 1.352 domande. L’Emilia-Romagna è 8ª con 1.022. Il Veneto è 17° con 619, il Piemonte 21° con 501, la Toscana 36ª con 314, il Lazio 40° con 264.

L’Emilia-Romagna è il caso più interessante perché nella classifica generale è solo 82ª, ma sul terreno dei brevetti gioca tra le prime regioni europee. Nel 2025 ha rappresentato il 21,4% del totale nazionale delle domande EPO e ha registrato una crescita del 10,8% rispetto al 2024. Con 229 domande per milione di abitanti, è prima in Italia per intensità brevettuale e 26ª in Europa. La specializzazione è concentrata in settori industriali precisi: packaging, automotive e farmaceutico. Tra i principali soggetti brevettuali citati da TEHA figurano Coesia, con 179 domande, Ferrari, con 151, e Chiesi Farmaceutici, con 36.

Anche il Veneto mostra una dinamica favorevole. Il 106° posto nella graduatoria complessiva non lo colloca ancora tra le prime cento regioni europee, ma il miglioramento di 12 posizioni rispetto al 2023 e il 17° posto per brevetti indicano un sistema produttivo ancora capace di generare innovazione.

Il quadro è rilevante perché contrasta con l’idea di un’Italia semplicemente arretrata. Il Paese dispone di una capacità industriale diffusa in alcune aree del Centro-Nord, capace di tradursi in proprietà intellettuale. Anche il dato sul PIL conferma la presenza di regioni economicamente pesanti: oltre alla Lombardia, nella top 50 europea compaiono Lazio, 11° con 246,5 miliardi, Veneto, 18° con 201,2, Emilia-Romagna, 19ª con 198,4, Piemonte, 24° con 164,2, Toscana, 31ª con 143,6, Campania, 32ª con 137,5, e Sicilia, 44ª con 112 miliardi.

Proprio Campania e Sicilia aiutano a leggere meglio il problema. Entrano tra le prime 50 regioni europee per PIL, ma nella classifica generale dell’innovazione scendono rispettivamente al 170° e al 211° posto. La dimensione economica, da sola, non basta. Serve la capacità di trasformarla in ricerca, competenze, brevetti, lavoro qualificato e infrastrutture digitali.

Anche sulla connettività domestica l’Italia mostra una geografia differenziata. La regione più avanzata è la Liguria, 41ª in Europa, con il 96,4% delle famiglie in cui almeno un componente ha accesso a Internet da casa. Seguono Emilia-Romagna con 96%, Provincia autonoma di Bolzano con 95,9%, Veneto con 95,8%, Toscana e Friuli-Venezia Giulia con 95,7%. In coda resta la Calabria, con 84,7%.

La fotografia complessiva è quindi più articolata di una semplice contrapposizione tra regioni innovative e regioni arretrate. L’Italia ha output significativi, soprattutto in alcune aree industriali. Ma il confronto con i leader europei cambia quando si guarda agli indicatori che misurano formazione, ricerca e capitale umano.

Dove l’Italia perde terreno

Nel confronto tra la media delle regioni italiane e quella delle prime dieci regioni europee, il divario è ampio in tutte le macro-aree dell’indice TEHA. Il distacco maggiore riguarda il talento per l’innovazione: le top 10 europee hanno un punteggio medio di 7,69, contro 2,34 dell’Italia. Nel capitale umano, il confronto è 5,63 contro 1,59. Nelle infrastrutture digitali e tecnologie la distanza è più contenuta ma resta significativa: 5,76 contro 3,27. Nello sviluppo economico, la media italiana è 1,03, contro 3,90.

Gli scarti più forti riguardano due indicatori: ricercatori e istruzione terziaria. Rispetto alle prime dieci regioni europee, il divario è di 6,64 punti sui ricercatori e di 6,47 punti sulla quota di popolazione con istruzione terziaria. Sono numeri che spiegano perché l’Italia, pur avendo brevetti e poli industriali, fatichi a costruire un vantaggio più stabile.

Nella quota di lavoratori impiegati in ricerca e sviluppo, nessuna regione italiana entra nella top 50 europea. La migliore è la Provincia autonoma di Trento, 65ª, con l’1,11% degli occupati. Seguono Emilia-Romagna, 73ª con 1%, e Lazio, 75° con 0,97%. I leader europei sono su livelli molto diversi: Stoccarda arriva al 3,36%, Brabant Wallon al 3,28%, Budapest al 3,27%, Praga al 2,93%.

Il ritardo è evidente anche nella spesa in ricerca e sviluppo sul PIL. Nessuna regione italiana è tra le prime 50 europee. Il Piemonte è primo in Italia ma solo 59° in Europa, con il 2,13%. Seguono Emilia-Romagna con il 2,11% e Lazio con l’1,83%. La Lombardia, pur essendo la principale economia regionale italiana, si ferma all’1,19%. In Europa, Brabant Wallon investe in R&S il 9,27% del PIL, Stoccarda il 7,83%, Braunschweig il 6,1%.

La formazione continua è un altro punto critico. Stoccolma guida la classifica europea con il 40,3% della popolazione tra 25 e 64 anni coinvolta in percorsi di istruzione o formazione. Subito dietro ci sono altre regioni svedesi: Västsverige al 38%, Sydsverige al 37,6%, Östra Mellansverige al 36,7%. Nessuna regione italiana entra nella top 50. La migliore è Trento, 88ª, con il 14,5%. Seguono Emilia-Romagna con 13,6%, Friuli-Venezia Giulia con 12,8%, Veneto con 12,4%, Bolzano con 12,1%, Lombardia con 12%. Le ultime sono Campania e Calabria con 7,2%, Puglia con 7%, Sicilia con 6,3%.

Il dato sui laureati è forse il più netto. Nessuna regione italiana compare tra le prime 150 d’Europa per quota di popolazione con istruzione terziaria. La prima è il Lazio, 175°, con il 28,3%. Seguono Umbria con 25,6%, Emilia-Romagna con 24,9%, Marche con 24,2%, Friuli-Venezia Giulia con 24,1%, Lombardia con 23,9%. In fondo alla graduatoria nazionale ci sono Campania con 18,7%, Puglia con 18%, Sicilia con 17,8%. Il confronto con l’Europa più avanzata è molto ampio: Warszawski Stołeczny, in Polonia, raggiunge il 64,7%, Brabant Wallon il 63,6%, Sostinės regionas, in Lituania, il 61,8%.

L’Italia ha comunque università di qualità. TEHA conta 7 atenei italiani nella top 100 europea QS, distribuiti in sei regioni: Politecnico di Milano e Università degli Studi di Milano in Lombardia; Sapienza e Tor Vergata nel Lazio; Università di Bologna, Università di Padova, Politecnico di Torino, Università di Pisa e Federico II di Napoli. Il problema non è l’assenza di eccellenze, ma la loro capacità di alzare il livello complessivo del capitale umano.

Il punto finale riguarda il Mezzogiorno. Sicilia, Basilicata, Puglia e Calabria sono deboli su molti indicatori che alimentano l’innovazione: laureati, formazione continua, ricercatori, brevetti, infrastrutture digitali. Il rischio è che il divario territoriale cambi natura: non più soltanto economico o infrastrutturale, ma tecnologico.

Per l’Europa è un tema centrale. Le strategie su intelligenza artificiale, cloud, semiconduttori, difesa tecnologica e competitività industriale possono funzionare solo se i territori hanno le competenze e le infrastrutture per intercettarle. L’Italia mostra che avere alcuni poli forti non basta. La vera sfida è trasformare l’innovazione da somma di eccellenze locali a sistema più largo.