Cloud e AI, la sveglia europea: “senza industria non c’è sovranità”

L’80% del mercato cloud europeo è controllato da player statunitensi. Ma il 37% delle grandi aziende italiane ha avviato strategie di "repatriation" verso fornitori europei. I dati presentati dal Politecnico di Milano a Platmosphere con Cristina Caffarra
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La sovranità digitale europea non è più soltanto una formula da convegno, né un tema confinato alla regolazione dei grandi attori tecnologici globali. È diventata una questione industriale, economica e geopolitica. Il punto non è solo chi conserva i dati, ma chi controlla le infrastrutture, chi sviluppa le piattaforme, chi possiede i modelli di AI, chi riesce a trasformare ricerca, capitale e competenze in capacità produttiva.

I numeri presentati dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano a Platmosphere, evento dedicato al platform engineering e alla governance dell’intelligenza artificiale in ambito enterprise, fotografano con chiarezza questa dipendenza. In Italia, il 45% dei 25 miliardi di euro di investimenti in data center previsti nei prossimi tre anni è concentrato nelle mani di tre grandi hyperscaler cloud americani. A livello europeo, l’80% del mercato del cloud computing, pari a circa 112 miliardi di euro, è controllato da operatori statunitensi.

È una fotografia che conferma una tendenza ormai strutturale: l’Europa utilizza sempre più tecnologia, produce ricerca di qualità, discute di regole avanzate, ma continua a dipendere da infrastrutture e piattaforme sviluppate altrove. Tuttavia, accanto alla dipendenza emerge anche un segnale di reazione. Secondo i dati presentati, il 37% delle grandi aziende italiane ha già avviato strategie di “repatriation”, riportando workload critici verso provider cloud europei.

Il paradosso europeo: tanta ricerca, pochi brevetti

Il problema europeo non è la mancanza di competenze. Al contrario, il continente continua a produrre conoscenza scientifica di alto livello. Nel 2023 l’Europa ha generato il 15% delle pubblicazioni scientifiche globali sull’intelligenza artificiale, contro il 9% degli Stati Uniti. Ma quando si passa dai paper ai brevetti, cioè dalla ricerca alla capacità di trasformarla in business, il quadro cambia drasticamente: l’Europa scende al 3% del totale mondiale, mentre gli Stati Uniti arrivano al 14%.

È in questo scarto che si misura una delle debolezze principali del modello europeo. Carlo Negri, ricercatore senior dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano, ha individuato il nodo nel fallimento del technology transfer. Il divario tra pubblicazioni e brevetti non segnala l’assenza di talento, ma la difficoltà di capitalizzarlo industrialmente. La ricerca pubblica europea produce valore, ma troppo spesso quel valore non viene intercettato dall’industria europea.

Il risultato è una forma di dispersione sistemica. L’Europa forma ricercatori, finanzia laboratori, sostiene università e centri di eccellenza, ma una parte significativa dell’innovazione generata nel continente viene poi valorizzata da ecosistemi più capaci di attrarre capitale, scalare prodotti e conquistare mercati globali.

“Colonia digitale”: la provocazione di Caffarra

Cristina Caffarra, economista e Chairperson di EuroStack Initiative Foundation, ha usato una formula netta: “L’Europa è una colonia digitale”. La definizione è volutamente provocatoria, ma coglie un punto centrale del dibattito: ogni livello della catena del valore digitale, dai chip all’hardware, dal software ai modelli di AI, vede una presenza europea insufficiente rispetto al peso economico e industriale del continente.

La dipendenza non riguarda soltanto la sicurezza nazionale o la protezione dei dati. Tocca la struttura stessa della competitività europea. Se l’infrastruttura digitale guiderà la produttività, la trasformazione industriale, la manifattura avanzata, i servizi pubblici e la capacità militare, allora dipendere da piattaforme esterne significa consegnare a soggetti non europei una parte rilevante del futuro economico del continente.

In questa prospettiva, il cloud non è più una commodity. È una leva strategica. Lo stesso vale per l’AI, per il calcolo ad alte prestazioni, per il quantum computing e per le piattaforme di sviluppo. Chi controlla questi livelli controlla anche la capacità di innovare, di competere e di reagire alle crisi.

Dieci anni a regolare, ora il nodo è costruire

La critica più radicale riguarda la strategia europea dell’ultimo decennio. Caffarra ha sintetizzato così il limite dell’approccio seguito finora: “Per una generazione, in Europa abbiamo regolato ciò che non possediamo”. Gdpr, Digital Markets Act e AI Act hanno rappresentato una stagione importante della politica digitale europea, ma non hanno creato di per sé un’industria tecnologica continentale.

Il punto non è negare l’importanza delle regole. L’Europa ha costruito un modello normativo che ha avuto influenza globale e che continua a rappresentare un tratto distintivo della sua identità politica. Ma la regolazione non può sostituire la politica industriale. Non basta contenere il potere degli incumbent se, parallelamente, non si costruiscono alternative europee credibili, competitive e scalabili.

Per creare industria servono domanda, capitale, capacità di aggregazione e proposte di valore. Sono elementi che non nascono automaticamente dalla regolazione. E qui emerge un secondo paradosso: l’Europa risparmia molto, ma investe poco nella propria innovazione. Secondo i dati richiamati nel dibattito, il continente genera 1,3 trilioni di euro di risparmio l’anno, contro 0,7 trilioni degli Stati Uniti, ma circa 300 miliardi finiscono ogni anno negli Usa per finanziare l’innovazione americana.

Il risultato è un doppio squilibrio: l’Europa produce risparmio e ricerca, ma spesso lascia che siano altri ecosistemi a trasformarli in piattaforme, brevetti, imprese globali e leadership tecnologica.

La “repatriation” non è protezionismo

In questo scenario, il dato sul 37% delle grandi aziende italiane che ha avviato strategie di repatriation dei workload critici assume un significato politico e industriale. Non si tratta necessariamente di protezionismo, ma di una diversa consapevolezza del rischio. Le imprese iniziano a chiedersi quali dati, processi e applicazioni debbano restare sotto controllo europeo, quali infrastrutture siano davvero strategiche e quali dipendenze possano diventare vulnerabilità.

Federico Soncini Sessa, COO di Mia-Platform, ha interpretato questo passaggio come un segnale di maturità. La questione, ha sostenuto, è innanzitutto culturale: l’Europa deve smettere di considerarsi strutturalmente meno innovativa degli Stati Uniti. Il continente dispone di competenze, aziende e casi di eccellenza. In alcuni ambiti, dal cloud al platform engineering, dalla data governance alle applicazioni verticali di AI, esistono realtà europee capaci di competere.

Il problema resta la scala. L’Europa innova, ma fatica a crescere rapidamente. La frammentazione dei mercati, degli investimenti, delle politiche pubbliche e della domanda impedisce spesso alle imprese tecnologiche europee di raggiungere la massa critica necessaria per sfidare i grandi attori globali.

Comprare europeo come scelta economica

Uno dei passaggi più rilevanti del dibattito riguarda il ruolo della domanda. Secondo Caffarra, il problema non è soltanto l’offerta. Le aziende europee esistono, anche se sono frammentate e non sempre sufficientemente scalate. Il nodo è la domanda, soprattutto quella privata.

Oggi gran parte dell’attenzione si concentra sulla pubblica amministrazione, ma il settore pubblico rappresenta solo una quota minoritaria della domanda complessiva. Se il settore privato resta legato quasi esclusivamente ai fornitori extraeuropei, l’ecosistema europeo non può crescere. Per questo la scelta di “comprare europeo” viene presentata non come gesto ideologico, ma come decisione economica.

Soncini Sessa ha insistito proprio su questo punto: mantenere risorse economiche in Europa significa alimentare investimenti, innovazione, produttività e nuova capacità industriale. È un ciclo che può rafforzarsi solo se imprese, fornitori, investitori e istituzioni si muovono come parte dello stesso ecosistema.

La repatriation, quindi, non dovrebbe essere letta solo come ritorno difensivo dei dati entro confini più sicuri. Può diventare anche una leva di politica industriale dal basso, guidata dalle imprese, capace di creare domanda per tecnologie europee quando queste sono strategicamente adeguate.

La frammentazione resta il vero ostacolo

Il limite più evidente resta la frammentazione. Il caso del quantum computing è emblematico. In Europa il 90% dei 9 miliardi di euro di fondi pubblici stanziati è gestito da iniziative nazionali separate, mentre solo il 10% è coordinato a livello comunitario. Nel frattempo, la capacità di raccolta fondi privati delle aziende americane nel settore è quindici volte superiore a quella europea.

È una dinamica ricorrente. L’Europa dispone spesso delle risorse iniziali, ma le distribuisce in modo disperso. Gli Stati Uniti, invece, beneficiano di un mercato più integrato, di capitali più mobili, di una maggiore propensione al rischio e di un rapporto più diretto tra ricerca, venture capital, grandi imprese e domanda pubblica.

Per l’Europa, il punto non è soltanto spendere di più. È spendere meglio, coordinare gli investimenti, concentrare le risorse su piattaforme comuni, evitare duplicazioni nazionali e costruire mercati realmente europei per le tecnologie strategiche.

InvestAI e la finestra che si apre

La nuova stagione europea dell’AI può rappresentare un’occasione, ma anche un test. L’Unione europea ha annunciato l’iniziativa InvestAI, con l’obiettivo di mobilitare 200 miliardi di euro per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel continente. A questo si affianca l’AI Act, la prima normativa organica al mondo sull’intelligenza artificiale, oggi inserita in un quadro più ampio di semplificazione e rimodulazione della regolazione digitale europea.

La sfida è evitare che l’Europa ripeta lo schema già visto in altri settori: molta regolazione, molte risorse pubbliche, molti progetti nazionali, ma poca capacità di creare campioni industriali. Per Negri, l’AI ha già cambiato la percezione dell’infrastruttura digitale, trasformandola da commodity ad asset strategico. Questo può aprire spazi per una leadership europea in applicazioni verticali di AI, nel rafforzamento dell’ecosistema cloud, nel calcolo ad alte prestazioni e nelle tecnologie di frontiera.

Ma queste opportunità possono essere colte solo se l’Europa supera la frammentazione e se la domanda privata cresce davvero. La sovranità digitale non può essere solo una politica pubblica. Deve diventare anche una scelta industriale delle imprese.

La sovranità digitale come politica della competitività

Il dibattito sulla sovranità digitale europea è spesso stato raccontato come una tensione tra apertura e protezione, tra mercato globale e autonomia strategica. Ma i dati presentati a Platmosphere suggeriscono una lettura diversa. La questione non è chiudere il mercato europeo, né sostituire una dipendenza con un’autarchia tecnologica impossibile. La questione è costruire capacità.

L’Europa non può limitarsi a essere il continente che regola le piattaforme altrui, utilizza il cloud altrui, finanzia l’innovazione altrui e poi cerca di mitigarne gli effetti con norme avanzate. Se vuole restare una potenza industriale, deve presidiare i livelli fondamentali della catena digitale.

Il cloud, l’AI, il quantum, l’high performance computing e le piattaforme software non sono più settori separati. Sono l’infrastruttura della prossima fase della globalizzazione, della competizione economica e della sicurezza. Per questo il tema della sovranità digitale non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda la possibilità stessa dell’Europa di decidere quale ruolo avere nell’economia mondiale dei prossimi decenni.

La formula finale di Soncini Sessa riassume il punto politico del confronto: l’Europa può essere un faro globale di valori democratici, cultura e manifattura avanzata, ma deve credere di poterlo essere anche nella tecnologia. Non domani, quando il divario sarà ancora più ampio. Oggi.