Trump e il “trucco” dei dazi: se non combatti lo sfruttamento, paghi. E l’Europa? Respira (per ora)

La Section 301 del Trade Act ridefinisce le misure contro il lavoro forzato con forte supporto bipartisan
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Mentre le lancette scoccavano la mezzanotte di venerdì a Washington, il commercio globale entrava in una nuova, tesa era. Proprio nel momento in cui scadevano le tariffe temporanee del 10%, l’amministrazione Trump ha calato il suo asso: un nuovo regime di dazi, compresi tra il 10% e il 12,5%, che colpisce 60 partner commerciali. E questa volta, il presidente statunitense alza il tiro con una sofisticata “fortezza legale” costruita per resistere ai tribunali e ridisegnare i rapporti di forza con l’Unione europea e la Cina.

La “fortezza” della Section 301: perché stavolta è diverso

Per capire la mossa della Casa Bianca bisogna tornare allo scorso febbraio, quando la Corte Suprema aveva affossato i dazi globali basati sulle “emergenze nazionali”. Per evitare un altro smacco legale, l’Ufficio del Rappresentante del Commercio ha cambiato strategia, invocando la Section 301 del Trade Act del 1974.

Questa norma è considerata un vero “sledgehammer” (un martello pneumatico) legale: permette al presidente Trump di agire contro pratiche commerciali ritenute ingiuste in modo unilaterale, rendendo le tariffe molto difficili da contestare in tribunale. Il pretesto scelto stavolta è la lotta al lavoro forzato, una causa che gode di un raro consenso bipartisan al Congresso americano.

Il mondo diviso in due: chi paga di più?

Il nuovo piano non è uguale per tutti. Washington ha creato un sistema a due velocità basato sulla severità delle leggi nazionali contro lo sfruttamento del lavoro:

  • Aliquota al 10%: riservata ai Paesi che hanno già normative contro il lavoro forzato. In questo gruppo troviamo l’Unione europea, il Regno Unito, il Messico, il Canada e l’Argentina. Persino l’India, inizialmente destinata alla fascia più alta, è stata “promossa” al 10% dopo aver approvato in fretta una legge ad hoc a giugno.
  • Aliquota al 12,5%: destinata a chi non ha standard adeguati o non li applica. In questa lista nera figurano la Cina, accusata di detenzioni forzate nelle minoranze uiguri, e il Vietnam, nonostante quest’ultimo abbia tentato di correre ai ripari con un decreto dell’ultima ora.

In totale, la misura copre circa il 99,4% delle importazioni statunitensi, un’estensione quasi totale che punta a ridurre il deficit commerciale americano.

Il “caso Ue”: tra lo choc diplomatico e il sollievo di Bruxelles

La reazione europea è stata un mix di freddezza e pragmatismo. Inizialmente, l’Alta Rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha definito i dazi “uno choc”, dichiarando che punire l’Europa per presunte lacune sul lavoro forzato non ha alcun senso logico dati gli altissimi standard del continente.

Tuttavia, poche ore dopo, la Commissione europea ha sorpreso molti definendo il provvedimento un “segnale positivo”. Il motivo? La nuova architettura tariffaria reintroduce esenzioni cruciali e conferma l’impegno preso negli accordi di “Turnberry”. Per l’Europa, questo significa che restano fuori dal balzello prodotti strategici come:

  • Sughero e diamanti (nuove esenzioni appena inserite).
  • Farmaci generici e principi attivi farmaceutici.
  • Aeromobili e componenti aeronautiche.

Cosa resta fuori dal mirino (e cosa è già protetto)

L’amministrazione Trump ha lasciato dei “corridoi” per evitare di alimentare l’inflazione interna o colpire la sicurezza energetica. Sono esenti dai nuovi dazi:

  • Energia: petrolio, gas e fertilizzanti.
  • Tecnologia: minerali critici essenziali per l’industria.
  • Alimentari: alcuni prodotti agricoli e cibo di prima necessità.

Prodotti come acciaio, alluminio e automobili non subiranno variazioni oggi, ma solo perché sono già soggetti ad altri dazi specifici sulla sicurezza nazionale che restano pienamente in vigore.

L’incertezza come nuova normalità

Se l’impatto economico immediato potrebbe sembrare limitato – dato che le nuove tariffe sostituiscono un dazio del 10% già esistente – il vero pericolo è la flessibilità dello strumento. Sotto la Section 301, il Presidente ha il potere di alzare o modificare le aliquote in qualsiasi momento e senza preavviso.

Mentre partner come Australia, Brasile e Norvegia promettono battaglia definendo le misure “ingiustificate”, Bruxelles ha scelto la via della cooperazione, sperando che questo “segnale positivo” apra la strada a futuri accordi su sicurezza economica e intelligenza artificiale. Il commercio transatlantico resta però sospeso su un filo, in attesa di capire se questo muro di carta diventerà, col tempo, ancora più alto.