Le prime quarantott’ore dai risultati delle ultime elezioni regionali tedesche, quelle nei Lander di Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Berlino, hanno scatenato un’ondata di introspezione nella politica tedesca. E dalle varie radiografie dei risultati, nonostante la distanza ideologica, emergono molti punti in comune. Almeno, questo è quanto emerge dalla raffica di commenti che Eurofocus ha ottenuto dagli eurodeputati tedeschi all’indomani del voto.
Il dato che ricorre in quasi ogni lettura, da un estremo all’altro dello spettro politico, è la crisi di fiducia verso i partiti tradizionali. Per l’estrema destra dell’AfD, che continua ad accumulare successi, è motivo di giubilo, letto come la prova che il proprio consenso crescente sia ormai strutturale e che i partiti di governo non siano più credibili. Per i conservatori della Cdu, il grande sconfitto alle urne che esprime il cancelliere Friedrich Merz, lo stesso fenomeno diventa invece motivo di autocritica: si riconosce di aver “perso la fiducia” di larghe fasce di elettorato e di aver ignorato troppo a lungo i segnali d’allarme.
Anche nell’area progressista e socialdemocratica il tema è centrale, visto dagli eurodeputati come segno che i cittadini “non credono più” che la politica democratica possa migliorare la loro vita quotidiana. I liberali descrivono lo stesso smottamento in termini quasi identici, parlando di un centro democratico che ha perso “una quantità enorme” di consenso e di appartenenze politiche tradizionali ormai “affievolite”. Del resto, persino le forze più marginali dell’arco parlamentare inquadrano il voto come il segnale che i partiti storici non sembrano più aver risposte convincenti per un mondo in rapido cambiamento.
Sovranisti: “cambio di rotta” e stop al cordone sanitario
Nel campo AfD, Mary Khan traduce il risultato in un obiettivo politico esplicito, rivendicando l'”ambizione chiara” di trasformare il consenso crescente “in un cambio di rotta in Germania e, attraverso l’influenza tedesca, in Europa”. Lega il successo del suo partito nei due Land, dopo il recente exploit in Sassonia-Anhalt, alla domanda di un elettorato che vuole “controllo dell’immigrazione, energia a prezzi accessibili, comunità sicure e un governo che prenda sul serio le loro preoccupazioni”: priorità che l’eurodeputata riassume in frontiere esterne solide, riduzione decisa delle migrazioni, meno burocrazia e una politica energetica che renda competitiva l’industria europea. Nella lettura di Khan, la Cdu di Merz ha un “particolare problema di credibilità” per il divario tra promesse elettorali di cambiamento e azione di governo, e la strategia del “cordone sanitario” con cui i partiti tradizionali hanno finora isolato l’AfD è incapace di offrire “alcuna risposta alle preoccupazioni” che avvicinano gli elettori al suo movimento.
Il collega di partito Alexander Sell converge sulla stessa linea, muovendo dall’affondo più duro dell’intero campione: paragona la traiettoria della Cdu a quella della Democrazia cristiana italiana, sentenziando che i suoi funzionari “non sono né disposti né in grado” di realizzare le riforme necessarie su migrazione e politica energetica. L’europarlamentare rivendica il primato ottenuto dal suo partito in Meclemburgo-Pomerania Anteriore come naturale prosecuzione del successo in Sassonia-Anhalt, e chiede esplicitamente di “eliminare il cosiddetto cordone sanitario”, che a suo giudizio “favorisce solo la sinistra” — riferimento diretto alla vittoria di Die Linke a Berlino, che Sell definisce senza mezzi termini un “partito islamista di sinistra” ora al governo della capitale.
Conservatori: autocritica e moniti all’Ue
Sul versante Cdu, Oliver Schenk sposta il baricentro della critica direttamente su Bruxelles, invitandola a “svegliarsi e cambiare rotta politica” di fronte a un voto che legge come “un chiaro segnale d’allarme” anche per l’Europa. Denuncia l’incoerenza di chi promette maggiore competitività alle imprese e al contempo le grava di “regole sempre nuove”, e individua nell’immigrazione il terreno su cui i cittadini attendono “a buon diritto soluzioni efficaci”. Per riconquistare la fiducia perduta, sostiene, “Berlino e Bruxelles devono dimostrare di riconoscere i problemi, di saper ascoltare e di cambiare le proprie politiche laddove è evidente che non funzionano”.
La collega Manuela Ripa arriva a una conclusione complementare ma più orientata al metodo, respingendo con nettezza tanto il populismo quanto la scorciatoia di limitarsi a condannare l’AfD e i suoi elettori. I partiti tradizionali devono “chiedersi perché hanno perso la fiducia di così tante persone” e perché i segnali d’allarme sono stati ignorati “per troppo tempo”. La sua ricetta prevede più dialogo, maggiore partecipazione dei cittadini e un “approccio politico che rafforzi la coesione sociale anziché approfondire le divisioni”, con soluzioni credibili su costo della vita, sicurezza economica, immigrazione, clima e ambiente. Ripa è anche tra i più espliciti nel legare il voto interno alla tenuta dell’Ue, ricordando la “responsabilità particolare” della Germania per la capacità di agire del blocco: una divisione politica crescente, avverte, “può rendere più difficile la costruzione di maggioranze stabili” su competitività, sicurezza e clima.
Socialdemocratici: dai proclami ai fatti
Nel campo della socialdemocrazia della Spd, junior partner del governo Merz, Sabrina Repp, eletta proprio nel Land conquistato dall’AfD, rivendica la “rimonta straordinaria” della sua lista guidata da Manuela Schwesig, ma evidenzia come non si possa ignorare il fatto che un partito di estrema destra sia diventato “la prima forza politica” del suo territorio. Ne trae una responsabilità personale, quella di “avvicinare l’Europa alle persone” e garantire un impatto tangibile delle politiche Ue nelle comunità, chiedendo a Bruxelles di “dimostrare che la democrazia produce risultati” su lavoro, costo della vita, sicurezza e opportunità per i giovani. Allarga poi lo sguardo all’intero continente, avvertendo che il fenomeno “non è esclusivamente tedesco” e che “la risposta non può essere copiare le loro politiche”.
La collega di partito Birgit Sippel offre un affondo più operativo sul “come” riconquistare consenso, invitando i partiti democratici ad abbandonare gli “infiniti piani d’azione” e gli “attacchi ad altri partiti” per concentrarsi su pochi temi chiave comunicati con costanza. Legge la doppia vittoria di AfD e Die Linke, pur nelle loro “tutte le differenze”, come la prova che i cittadini “desiderano messaggi chiari, un impegno credibile e passione” — una prescrizione pratica che di fatto risponde all’appello di Repp a tradurre le buone intenzioni in risultati concreti per le comunità.
Verdi: freno all’estrema destra e responsabilità condivisa
Per Terry Reintke, eurodeputata dei Verdi tedeschi e co-presidente dell’omonimo gruppo al Parlamento europeo, il successo dell’AfD è “profondamente preoccupante”: occorre “ricostruire la fiducia tra i cittadini e rafforzare il centro democratico”. La politica deve dare “risposte concrete per il bene delle persone” aggiunge, individuando nella crisi una “forte connotazione sociale” e avvertendo di non “ampliare la frattura” in un momento in cui così tante persone stanno già lottando contro il rincaro del costo della vita. Sul piano istituzionale, chiede ai conservatori europei di “interrompere immediatamente” la cooperazione con l’estrema destra, che a suo giudizio serve solo a “normalizzare le forze antidemocratiche”, e legge il voto come un “chiaro avvertimento a Bruxelles”. L’Europa, sostiene Reintke, “ha bisogno di solidi finanziamenti sociali per investire nella resilienza e nella competitività europee”, ragion per cui giudica i pesanti tagli previsti nel prossimo Quadro finanziario pluriennale — la posizione mantenuta dal cancelliere Merz — un passo “esattamente nella direzione sbagliata”.
Gli altri tre eurodeputati che siedono nello stesso gruppo, tutti del partito tedesco Volt, convergono su letture complementari. Kai Tegethoff denuncia l’assenza di una strategia della Cdu contro populismo ed estremismo e distingue un Meclemburgo-Pomerania “fortemente polarizzato” da una Berlino “molto più diversificata”. Nela Riehl riprende lo stesso contrasto tra i due Land per descrivere un paradosso politico, con l’AfD in crescita ma senza sbocchi di coalizione e la Cdu esclusa per la prima volta da un governo regionale, e porta l’allarme dentro il Parlamento europeo, dove la polarizzazione starebbe già rendendo “sempre più difficile trovare compromessi”, specie nei negoziati sul bilancio Ue. Infine, Damian Boeselager sposta l’accento sulla responsabilità diffusa dei cittadini più che del solo Merz e difende senza ambiguità il cordone sanitario contro l’AfD, chiedendo alla Cdu di proporre “candidati più positivi e inclusivi” dell’attuale cancelliere.
Liberali: un “avvertimento” per tutta l’Europa
Dai seggi dei liberali, Lukas Sieper (Partito del Progresso) inquadra il voto come “un avvertimento per l’Europa” sulla fragilità delle democrazie, pur ridimensionando la portata immediata di elezioni “combattute principalmente su questioni interne e regionali” e invitando a non “drammatizzare eccessivamente” le implicazioni continentali, almeno per ora. La sua ricetta è costruire “nuove alternative democratiche” concentrate sulla risoluzione dei problemi quotidiani delle persone “invece di combattere guerre culturali ideologiche”, respingendo sia l’inerzia del business as usual sia la tentazione di “copiare i populisti”. La Germania, conclude, “ha bisogno di pragmatismo politico” e i democratici devono “organizzarsi, mobilitarsi e agire concretamente”, subito.
La collega Christine Singer (Liberi elettori) mette in guardia dal leggere Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino come un’unica onda politica, trattandosi di risultati “molto diversi” tra loro: ha “poco senso” interpretarli come una tendenza unitaria, una vittoria degli estremi. Ne trae però un’indicazione di metodo condivisa con Sieper: la politica “non conquista la fiducia delle persone facendo continuamente nuovi annunci, ma affrontando i problemi concreti” e producendo “cambiamenti visibili”. Osserva infine che il voto non ha conseguenze immediate per l’Ue, pur ricordando che “la Germania svolge un ruolo importante nella capacità d’azione dell’Europa”.
Bsw: “la fine di un’epoca”
Infine, Michael von der Schulenburg (eletto all’Eurocamera con il partito antisistema Bsw, per poi lasciarlo e finire tra i non iscritti al Parlamento europeo) offre la lettura più drastica dell’intero campione, parlando dell'”inizio della fine di un’epoca” per i tre partiti — Cdu, Spd e i liberali di Fdp — che hanno guidato la Germania dal dopoguerra, ricostruendo un Paese devastato dalla guerra fino a farne “una delle principali potenze economiche mondiali”. Individua nel “declino industriale”, nell'”incertezza economica” e nella “crescente pressione sul sistema di welfare sociale” le cause materiali del malcontento, aggravate da “guerre e tensioni geopolitiche” esterne e da “profondi cambiamenti demografici” interni. Osserva infine che AfD e Die Linke, pur collocati agli estremi opposti dello spettro politico, “hanno tratto vantaggio” dalla stessa insoddisfazione verso l’ordine politico consolidato, lasciando aperta la domanda se sapranno offrire “soluzioni migliori” alle sfide del Paese.

