“Ceuta è stata un’invasione”, all’Europarlamento si accende lo scontro sui migranti

La crisi alla frontiera spagnola accende la commissione Libertà civili: accuse a Madrid, dubbi sul ruolo di Rabat e tensioni sulla solidarietà tra Stati. Il commissario Brunner: "Cooperare sì, ma senza dipendere dai Paesi terzi"
7 ore fa
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Ceuta migranti respinti ipa
Migranti respinti a Ceuta (Ipa)

La crisi di Ceuta arriva al Parlamento europeo e mette in evidenza, ancora una volta, quanto sia difficile per l’Unione europea trovare una posizione comune sull’immigrazione. La riunione straordinaria della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), convocata il 6 agosto per discutere quanto accaduto al confine tra Spagna e Marocco, si è trasformata rapidamente in un confronto politico tra destra e sinistra, tra accuse al governo spagnolo, critiche al Marocco e recriminazioni sulla mancanza di solidarietà tra gli Stati membri.

Al centro della seduta c’erano il presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas, e il commissario europeo agli Affari interni e alla Migrazione, Magnus Brunner. Assenti, invece, i due rappresentanti del governo spagnolo invitati, la cui presenza non era obbligatoria ma, hanno protestato diversi eurodeputati, quanto meno opportuna: il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska e la ministra dell’Inclusione, della Sicurezza sociale e delle Migrazioni Elma Saiz. Il presidente della LIBE, lo spagnolo Javier Zarzalejos (Partito popolare europeo) l’ha definita una scelta “estremamente deplorevole”.

Vivas: “Non è una normale crisi migratoria”

È stato soprattutto l’intervento di Vivas a imprimere alla discussione un carattere politico e di sicurezza. Il presidente di Ceuta ha descritto quanto avvenuto il 30 e 31 luglio come una vera e propria “invasione”, citando la definizione del dizionario della Reale Accademia Spagnola e sostenendo che l’arrivo di circa 80mila persone – una stima leggermente superiore alle oltre 70mila circolata in questi giorni – abbia portato nella città un numero di persone equivalente alla sua intera popolazione.

Per Vivas, quindi, non si è trattato semplicemente di una crisi migratoria. L’episodio avrebbe “messo in discussione” l’integrità di Ceuta, della Spagna e, di conseguenza, dell’Unione europea. Il problema principale, secondo il presidente della città autonoma, è che la sicurezza della frontiera europea finisce per dipendere dalla collaborazione del Marocco, un Paese che non riconosce la sovranità spagnola su Ceuta.

La situazione inoltre, ha aggiunto, non sarebbe ancora tornata alla normalità. Secondo i dati forniti durante l’audizione, tra 3mila e 5mila migranti si troverebbero ancora nella città e i centri di accoglienza avrebbero superato di gran lunga la loro capacità. Vivas ha poi ricordato i circa cento morti durante la crisi.

La nostra gente si sente triste, impotente, ansiosa, impaurita e preoccupata, e ha buone ragioni per esserlo, perché è inevitabile chiedersi se questo accadrà di nuovo prima o poi”, ha avvisato.

Da qui le richieste a Madrid e Bruxelles: rafforzare uomini e mezzi alla frontiera, potenziare le infrastrutture, accelerare il rimpatrio delle persone entrate irregolarmente che non hanno diritto a restare e coinvolgere maggiormente le agenzie europee, da Frontex a Europol fino all’Agenzia dell’Ue per l’asilo. Vivas ha chiesto anche un sostegno economico per attenuare le conseguenze della crisi sull’economia locale.

Brunner: l’Europa non può dipendere dalla “buona volontà” dei vicini

Il commissario Magnus Brunner ha utilizzato toni meno polemici, ma ha tratto dalla crisi una conclusione altrettanto significativa: l’Unione europea non può affidare la sicurezza delle proprie frontiere esterne alla sola disponibilità dei Paesi confinanti.

“Dobbiamo cooperare con i nostri vicini”, ha spiegato Brunner, ma se il controllo delle frontiere dipende dalla “buona volontà di un solo Stato vicino”, l’Europa rimane vulnerabile.

Per questo, secondo il commissario, Bruxelles dovrebbe utilizzare tutti gli strumenti a disposizione nei rapporti con il Marocco: politica dei visti, commercio, cooperazione economica e aiuti allo sviluppo. Parallelamente, occorrerebbe rafforzare gli accordi sui rimpatri e sulle riammissioni, migliorare il monitoraggio delle campagne sui social network che possono favorire partenze di massa e accelerare le norme europee contro le reti di trafficanti.

L’austriaco ha riconosciuto che, nel complesso, gli ingressi irregolari e le domande di asilo nell’Ue sono in diminuzione, ma ha osservato che le immagini arrivate da Ceuta hanno avuto un impatto politico e mediatico molto più forte delle statistiche: quanto accaduto in pochi giorni “ha scioccato la politica di un intero continente”.

Il commissario ha comunque riconosciuto alla Spagna e al Marocco di avere effettuato rapidamente gran parte dei ritorni e ha sostenuto che, grazie anche al particolare regime applicato a Ceuta, l’integrità dello spazio Schengen sia stata preservata.

Destra contro Sánchez, socialisti contro la “mancanza di solidarietà”

Il confronto tra gli eurodeputati si è però rapidamente allontanato dalla ricerca di una risposta comune.

Ppe, Conservatori e Riformisti (Ecr) e Patrioti per l’Europa hanno concentrato buona parte delle loro critiche sul governo di Pedro Sánchez. Assita Kanko, dell’Ecr, ha accusato il governo spagnolo di creare “pull factor”, fattori di attrazione per l’immigrazione irregolare: una critica già al centro della lettera contro la Spagna promossa da Italia e Danimarca e firmata da altri 20 Stati lo scorso fine settimana.

Kanko ha poi toccato un altro tema su cui si sta molto discutendo: il comportamento delle autorità marocchine, che nelle parole di Vivas “se non hanno orchestrato hanno quanto meno agevolato l’attraversamento del confine”, e il ruolo svolto dai social network e dalla disinformazione, compresa quella russa. Ancora più esplicito Jorge Buxadé, dei Patrioti per l’Europa, secondo il quale le autorità marocchine avrebbero avuto un ruolo nell’organizzazione della mobilitazione attraverso i social media. Dal canto suo, Rabat nega di aver organizzato l’afflusso.

Sul fronte opposto, il socialista spagnolo Juan Fernando López Aguilar ha difeso il governo Sánchez e spostato l’accusa sugli altri Stati membri. La Spagna, ha ricordato, ha dimostrato solidarietà ai Paesi baltici e alla Polonia di fronte alle minacce provenienti dalla Russia, mentre durante la crisi di Ceuta non avrebbe ricevuto una risposta equivalente. La sua richiesta è stata quella di una stabilire una “solidarietà obbligatoria” tra i Paesi dell’Unione.

Nel mirino anche i controlli italiani

La discussione ha coinvolto direttamente anche l’Italia. La liberale francese Fabienne Keller ha ricordato che, quando nel 2024 l’Italia si trovava sotto pressione migratoria, gli altri Paesi europei avevano riconosciuto la necessità di dimostrare solidarietà. Un riferimento piuttosto trasparente alla decisione di Roma di reintrodurre controlli sui viaggiatori provenienti dalla Spagna dopo la crisi di Ceuta, decisione che la verde olandese Tineke Strik, ancor più apertamente, ha definito illegittima.

Anche Brunner ha ricordato che la chiusura o il ripristino dei controlli alle frontiere interne deve rappresentare una misura di ultima istanza ed essere proporzionata.

Una riunione che fotografa le divisioni europee

Il rischio maggiore lo ha messo in luce Saskia Bricmont, dei Verdi: è quello di trasformare un’emergenza circoscritta in una crisi europea generalizzata, alimentando la narrazione politica delle estreme destre. E la seduta straordinaria della LIBE ne è stato un chiaro esempio, risolvendosi in pratica in un ‘tutti contro tutti’. Moostrando quanto rapidamente una crisi localizzata possa trasformarsi in uno scontro tra europei, con il principio di solidarietà, su cui pure si fonda l’Ue, messo in discussione.

Riguardo Ceuta si è discusso di sicurezza delle frontiere, rimpatri, traffico di esseri umani e rapporti con il Marocco. Ma nella commissione LIBE il dibattito è diventato soprattutto un terreno di scontro tra le diverse idee di Europa: da una parte chi considera prioritaria la deterrenza e il controllo delle frontiere, dall’altra chi insiste sulla condivisione delle responsabilità e teme che le risposte nazionali possano mettere in discussione Schengen.