Dai divieti alle fasce d’età, l’Europa prepara il nuovo confine digitale per i minori

Una soglia comune, funzioni diverse per bambini e adolescenti e una prova dell’età senza documenti alle piattaforme: la proposta della Commissione arriverà dopo l’estate
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Divieto social minori ipa ftg
(Ipa/Fotogramma)

Per guidare un’auto serve una patente, per comprare alcol bisogna raggiungere l’età prevista dalla legge. Per aprire un profilo social, invece, spesso è sufficiente inserire una data di nascita e dichiarare di avere tredici anni. Il rapporto sulla sicurezza online dei minori, consegnato il 13 luglio alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, propone di superare questo confine facilmente aggirabile: non una sola porta che si apre all’improvviso, ma un accesso progressivo, accompagnato durante l’infanzia e più autonomo con la crescita. La domanda non è più soltanto a quale età si possa entrare sui social, ma quali servizi siano adatti alle diverse fasi dello sviluppo e come verificare l’età senza consegnare documenti e dati personali a ogni piattaforma. La Commissione presenterà le proprie proposte dopo l’estate.

Un’età per i social, ma non un solo internet per tutti

Von der Leyen ha parlato di una “data di inizio” per i social media, paragonandola alle soglie previste per guidare o acquistare alcol. Il rapporto degli esperti suggerisce però un sistema più articolato di un unico limite anagrafico: una soglia europea comune, accompagnata da protezioni diverse in base all’età e al livello di rischio del servizio utilizzato.

L’idea è che un bambino non debba entrare nel mondo digitale tutto in una volta. Nei primissimi anni l’esposizione dovrebbe essere assente o fortemente limitata; durante l’infanzia, l’utilizzo dovrebbe avvenire sotto la supervisione di genitori, insegnanti o altre figure adulte e con tempi contenuti. L’autonomia aumenterebbe gradualmente, insieme alla capacità di riconoscere un contatto indesiderato, valutare l’affidabilità di un contenuto o comprendere le conseguenze della pubblicazione di una fotografia.

Il dibattito si sposta così dal generico “vietare o non vietare i social” a una distinzione tra attività diverse. Guardare un video scelto da un genitore, utilizzare una chat scolastica, giocare online con amici conosciuti e pubblicare contenuti visibili a sconosciuti non comportano lo stesso livello di esposizione. Una disciplina per fasce di età potrebbe quindi regolare funzioni e contatti, invece di trattare nello stesso modo ogni esperienza digitale.

L’attuale soglia dei tredici anni funziona spesso più come una clausola contrattuale che come un controllo effettivo: quando il servizio chiede soltanto la data di nascita, basta cambiare l’anno per accedere. Un modello progressivo avrebbe senso solo se le piattaforme fossero in grado di riconoscere la fascia di età dell’utente e applicare automaticamente le relative protezioni.

La richiesta di un intervento europeo trova un ampio sostegno nell’opinione pubblica. Secondo il nuovo Eurobarometro, il 63% dei cittadini chiede regole europee che limitino l’accesso dei minori ai social in base all’età. Il 36% preferisce un divieto sotto una determinata soglia, mentre il 27% sostiene un ingresso rinviato o progressivo. Solo il 13% vorrebbe lasciare il controllo esclusivamente a famiglie e scuole.

Il cyberbullismo e le molestie sono il rischio più citato, dal 71% degli intervistati, seguiti dall’adescamento e dallo sfruttamento sessuale, al 70%. Il 69% teme sia l’esposizione a violenza, autolesionismo o estremismo sia l’uso improprio dei dati personali dei bambini. Il 64% segnala il rischio di reclutamento per attività illegali, mentre il 60% indica il design delle piattaforme capace di trattenere gli utenti.

Un’altra indagine europea mostra che i giovani trascorrono online in media 4,5 ore nei giorni di scuola e 6,1 ore durante il fine settimana; il 14% degli adolescenti supera le dieci ore al giorno. I dati non distinguono tra studio, comunicazione, intrattenimento e usi problematici, ma mostrano quanto il digitale sia ormai una parte ordinaria della vita dei minori.

Il rapporto non propone quindi di tenere i bambini fuori da internet. L’obiettivo è offrire loro un ambiente proporzionato all’età, nel quale possano utilizzare strumenti educativi e comunicare senza essere esposti alle stesse funzioni e agli stessi contatti accessibili agli utenti adulti. La proposta della Commissione dovrà chiarire se Bruxelles sceglierà una sola soglia minima, più fasce successive o una combinazione delle due.

Che cosa sono i “social media plus”

La formula “social media plus”, utilizzata da von der Leyen, allarga il campo oltre Instagram, TikTok e gli altri social network tradizionali. Per un minore, infatti, il confine tra social, videogiochi, piattaforme video, messaggistica e strumenti di intelligenza artificiale è diventato sempre meno netto.

Un videogioco può includere chat, gruppi, acquisti e contatti con utenti sconosciuti. Una piattaforma video può offrire commenti, messaggi privati e raccomandazioni personalizzate. Un chatbot può intrattenere conversazioni continuative e ricordare informazioni sull’utente. Anche senza definirsi social network, questi servizi possono esporre i minori a contatti indesiderati, contenuti inappropriati, profilazione e acquisti.

Il criterio decisivo potrebbe quindi non essere la categoria commerciale del servizio, ma le funzioni che offre: contatti con sconosciuti, condivisione pubblica, geolocalizzazione, acquisti, profilazione e sistemi di raccomandazione. Invece di vietare un’intera applicazione, Bruxelles potrebbe prevederne versioni differenti in base all’età. Per gli utenti più piccoli alcune funzioni resterebbero disattivate.

La difficoltà sarà definire il perimetro senza includere indiscriminatamente strumenti molto diversi. Una piattaforma scolastica chiusa, la chat di un videogioco e un servizio aperto al pubblico non comportano gli stessi rischi. La Commissione dovrà quindi considerare anche il contesto, la visibilità dei contenuti e la possibilità di essere contattati da sconosciuti.

Una disciplina basata sulle caratteristiche dei servizi avrebbe anche il vantaggio di non dipendere dalle piattaforme oggi più diffuse. Potrebbe applicarsi a prodotti futuri che riproducano le stesse dinamiche, anche con nomi e tecnologie differenti. La definizione di “social media plus” sarà perciò uno dei passaggi decisivi della proposta attesa dopo l’estate.

Dimostrare l’età senza rivelare l’identità

Qualsiasi soglia incontra infine un problema pratico: verificare quanti anni ha davvero l’utente. La semplice autodichiarazione è facilmente aggirabile; chiedere a bambini e adolescenti di inviare un documento a ogni piattaforma creerebbe invece grandi archivi di dati sensibili.

La soluzione sostenuta dalla Commissione consiste nel comunicare soltanto l’informazione necessaria. Una piattaforma potrebbe ricevere la conferma che l’utente ha superato una determinata soglia, senza conoscerne il nome, la data di nascita o il numero del documento. La Commissione ha già predisposto un modello tecnico europeo, inizialmente pensato per dimostrare la maggiore età. Il sistema, open source e adattabile dagli Stati membri, può essere esteso a soglie differenti e sarà compatibile con i futuri portafogli europei di identità digitale. La piattaforma riceve un sì o un no, senza accedere ai dati utilizzati per generare la prova.

Applicare questo modello ai social sarà però più complesso che utilizzarlo per i contenuti riservati agli adulti. Un accesso graduale richiede infatti più soglie e potrebbe associare funzioni differenti a ciascuna fascia. Un bambino potrebbe essere autorizzato a usare alcune parti del servizio e un adolescente altre, senza che la piattaforma conosca la loro età esatta.

Restano anche problemi pratici. Non tutti i minori possiedono uno smartphone personale o un documento digitale; molti utilizzano dispositivi condivisi, console o televisori connessi. Il sistema dovrà inoltre impedire che l’account di un adulto diventi semplicemente un nuovo modo per aggirare le restrizioni.

La verifica dell’età non sostituirà comunque il ruolo delle famiglie. Può impedire a un bambino di aprire autonomamente un account o di accedere a determinate funzioni, ma non decide quando consegnargli uno smartphone, quanto tempo permettergli di utilizzarlo o quali attività autorizzare. Serve a far rispettare una regola comune, non a trasferire alla tecnologia ogni scelta educativa.

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