Rimettere le persone al centro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, in modo da avere non una migliore AI ma migliori esseri umani. Il che significa aumentare dialogo e senso critico, anche tra religioni, contrastando l’appiattimento e ascoltando davvero cosa pensano i giovani. Età diverse, credenze diverse, esperienze di vita diverse: eppure le richieste degli ospiti intervenuti oggi a Spazio Europa per parlare di ‘salute, benessere e intelligenza artificiale’, si sono allineate nella stessa direzione.
L’incontro, tenutosi in concomitanza con l’evento di dialogo con le organizzazioni religiose, filosofiche e non confessionali al Parlamento europeo, si è svolto su iniziativa della vicepresidente dell’Eurocamera Antonella Sberna, e ha visto la partecipazione dei rappresentanti delle organizzazioni giovanili e di diverse religioni. I partecipanti hanno ragionato su “due facce della medaglia (salute e benessere nell’era dell’AI, ndr): innovazione ma anche vivere il cambiamento in modo consapevole”, ha sottolineato Sberna.
AI: potenzialità ma anche rischi
“La tematica nel momento più giusto, AI sta già plasmando come lavoriamo e come viviamo”, ha sottolineato Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, in un videomessaggio in apertura. L’AI, infatti, presenta sempre maggiori potenzialità ma allo stesso tempo riserva dei rischi, soprattutto perché “può essere più rapida del nostro tentativo e di governarla e di capirla”. Da qui l’approccio dell’Ue ricordato dalla maltese, che è quello di mettere l’essere umano al centro e di puntare a normare “non per il gusto di farlo” ma per proteggere le persone.
Anche per Sberna “l’AI è una nuova frontiera che avanza in modo velocissimo e anche incontrollato. Dobbiamo chiederci da che parte vogliamo andare, come preserviamo dignità e libertà” nel momento in cui “queste macchine intelligenti ci condizionano”, influenzano “come pensiamo, come ci relazioniamo con gli altri e anche come vediamo noi stessi”.
I rischi richiamati durante i lavori sono molti, dai deepfake alla manipolazione delle informazioni, dalla dipendenza all’anoressia, dalle guerre talmente tecnologiche da sembrare ‘finte’ all’isolamento. Un problema soprattutto tra i giovani, al centro dell’incontro odierno. La loro condizione è particolare, perché, come ha sottolineato Padre Louis Caruana, professore alla Pontificia Università Gregoriana, non conoscono un mondo pre-digitale.
“Molti di noi l’AI l’hanno vista arrivare e l’hanno decodificata con il proprio background, mentre i giovani ci sono nati immersi dentro”, ha sottolineato anche Sberna.
Come stanno dunque i giovani?
I giovani si sentono soli, questo è un fatto, e con la pandemia la situazione è peggiorata: il 70% ha bisogno di supporto psicologico e si è registrato un +3% nelle richieste di uno psichiatra, rileva Francesco Forte, consigliere di Presidenza del Consiglio Nazionale Giovani, sottolineando anche come solo il 54% dei giovani (18-24) guardi al futuro positivamente (ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Consiglio). “Poco più della metà, mentre un giovane dovrebbe per natura guardare con fiducia al futuro”, ha sottolineato Forte.
Va però fatta una precisazione. “Non bisogna solo proteggere i giovani, con sguardo paternalistico, descrivendoli come soli, fragili e vulnerabili. Tutto vero, ma così diventano casi da gestire prima che da ascoltare”, ha spiegato Angèle Mulibinge Kaj, coordinatrice del gruppo Ut Omnes – rete Together for Europe.
Invece occorre chiedersi cosa pensano (di nuovo l’ascolto, il coinvolgimento, ma “prima che le decisioni vengano prese”) e riconoscerli come soggetti che possono assumersi la responsabilità del proprio benessere, “senza trattare l’AI come se fosse arrivata a turbare una situazione altrimenti idilliaca”.
E soprattutto occorre chiedersi: “Chi la controlla, con quali limiti e con quale idea di umanità? La tecnologia non è nemico dell’umanità ma assume il volto di chi la pensa, di chi la finanzia, di chi la usa“, ha continuato Kaj.
“La vera sfida non è un’AI più sicura ma costruire una società in cui l’AI non sostituisca la democrazia, non sostituisca l’etica”. Un appello che richiama quello di Forte, che ha chiesto “una governance per capire dove stiamo andando e dare una direzione che sia positiva per gli esseri umani”.
Anche per la pastora Mirella Manocchio, presidente della Federazione delle Donne Evangeliche in Italia, occorre “mantenere la barra dritta, una governance centrata su essere umano e implementare al massimo gli strumenti dell’AI senza perdersi nel burocratese, pur sapendo che le norme servono”.
Rimettere l’uomo al centro
“Siamo tutti chiamati a rimettere l’uomo al centro: è questa la nuova consapevolezza che serve per orientarci in questo vortice”, ha sottolineato Alice Manoni, segretaria organizzativa nazionale dei Giovani delle Acli richiamando la prima enciclica di Papa Leone XIV, dedicata non a caso all’AI. “La richiesta di aiuto dei giovani è alla fine sempre una richiesta di relazione e dialogo“, ha continuato.
D’accordo Manocchio, secondo la quale il discorso riguarda sicuramente i più giovani ma va esteso a tutte le persone psicologicamente più fragili, che ugualmente subiscono l’impatto delle nuove tecnologie. Tecnologie che “spesso neanche gli adulti hanno ancora ben capito come gestire” e “come accompagnare i giovani”.
“L’Ai vuole replicare il cervello, la robotica il corpo; forse stiamo travalicando i limiti in un hybris, la tendenza di porsi come Dio o sopra di lui da parte dell’uomo, ma l’obiettivo non deve essere avere una migliore AI ma un migliore essere umano“.
In questo, ha sottolineato la pastora, le chiese stanno provando a diventare luoghi d’ascolto e relazioni, per contrastare la tendenza attuale per cui queste ultime “si riducono a un livello sempre più primitivo, muscolare, e anche per questo i giovani si isolano”.
Il rischio isolamento
Il rischio dell’AI è proprio questo, ha affermato l’Imam Muhammad Hasan, cofondatore del Centro Islamico Culturale Fratellanza Umana e già Imam della Grande Moschea di Roma: “Non che le macchine inizino a pensare come l’uomo ma che l’uomo inizi a isolarsi come le macchine”.
Per Hasan, “l’AI priva di una bussola morale può distruggere l’essere umano”. Riferendosi all’enciclica del Papa, l’Imam ha evidenziato che Leone XIV parla di disarmare l’AI “non per demonizzarla ma per impedirle di dominare l’uomo“, ovvero per “proteggerlo”.
Creare alternative all’isolamento
Nel concreto, Padre Caruana ha sostenuto la creazione di “spazi per i giovani in cui possono intrecciare relazioni affettive”, un tema che secondo il sacerdote sarà di importanza capitale, e l’importanza di “imparare a copiare da casi precedenti a livello legislativo”. Ad esempio, guardando al divieto per i social sotto i 16 anni recentemente entrato in vigore in Australia.
Per Alessandro Dini Ciacci, direttore nazionale della comunicazione in Italia per La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, occorre agire in tre direzioni. La prima è la richiesta di “affidabilità: vogliamo la risposta giusta, non le allucinazioni dell’AI che non ha la capacità di pensare”.
La seconda è il “pensiero critico: stiamo andando verso una popolazione con alta conoscenza ma senza pensiero critico”. “L’AI ci destina a non avere altri Shakespeare e Goethe, perché stiamo educando i figli ad accontentarsi di quello che viene pensato per loro”, ha avvisato.
La terza direzione sono i “rapporti con gli altri: quando iniziamo a isolarci? I giovani quando tornano a casa e si mettono in camera da soli su internet, ma anche noi quando dopo lavoro siamo sul bus e stiamo sullo smartphone”, ha rimarcato Dini Ciacci proponendo anche una soluzione: coinvolgere i giovani e trovare un’alternativa positiva alla tecnologia, come lo sport, la musica e il teatro. “Ma sono tutte cose che costano: la sfida è quindi come rendere accessibili ai giovani attività che prevengono l’isolamento”.
Esiste una ‘saggezza artificiale’?
Uno sguardo diverso, nello spirito del dialogo interreligioso, l’ha poi portato il reverendo Dario Doshin Girolami, abate del Centro Zen L’Arco. “Esiste una saggezza artificiale? Una compassione della macchina?”, sono le domande da lui proposte per riflettere sul contributo che le diverse religioni possono dare “a chi progetta l’AI”, a partire dai pilastri della pratica zen: compassione appunto, cura degli altri, comunità e relazioni.
“Le piattaforme hanno una motivazione economica, noi possiamo dare un contributo di saggezza e compassione”, perché la mancanza di visione etica delle macchine “va a discapito delle fasce più deboli che invece sono quelle di cui dobbiamo prenderci cura”.
L’abate ha chiesto dunque che sia data alle religioni la possibilità di offrire un tale contributo. E ha ricordato come la necessità di essere ascoltati accompagni anche le richieste dei ragazzi: allentare un’educazione che “è ancora molto ex cathedra” per riconoscere e valorizzare la loro intelligenza e le loro opinioni che, per quanto in formazione, sono ben presenti e chiedono di essere considerate.
In fondo, come ha sottolineato Dini Ciacci, sono e saranno loro “a dover aver a che fare con questi sistemi”.

