Nato, effetto Trump: i timori di Varsavia e la minaccia a Madrid

L'architettura della sicurezza occidentale sta affrontando una crisi di nervi che minaccia di ridisegnare i confini della solidarietà atlantica
2 ore fa
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Donald Trump (Afp)
Donald Trump (Afp)

Donald Trump colpisce ancora. Questa volta non con i missili, ma con una fuga di notizie che mette Madrid al centro del mirino. Se da un lato, infatti, il premier polacco Donald Tusk avverte in un’intervista dai toni duri al Financial Times che la lealtà statunitense è in bilico, dall’altro il tycoon ne dà prova da Washington: una mail interna del Pentagono rivela che per la Spagna è pronto un “cartellino rosso”. La colpa di Madrid? Non aver “assecondato” le mire d’oltreoceano in Iran, negando quel supporto strategico e logistico considerato il livello minimo di cooperazione richiesto dal tycoon. La Nato è quindi a un bivio: ma a quale costo è disposto Trump a riscriverne le regole?

La Nato al bivio

L’architettura della sicurezza occidentale sta affrontando una crisi di nervi che minaccia di ridisegnare i confini della solidarietà atlantica. Il cuore della questione è la doppia faglia che si è aperta contemporaneamente a Est e a Ovest. Il primo ministro polacco, Donald Tusk, ha rotto ogni protocollo diplomatico dichiarando al Financial Times che la minaccia di un’aggressione russa contro un membro della Nato non appartiene più a un futuro lontano, ma è una prospettiva di “mesi, piuttosto che anni”. Un rischio che porta Varsavia a chiedersi: “Washington è davvero leale?

Per la Polonia, che è oggi il Paese che spende di più nella Nato in rapporto al Pil (circa il 5%), la questione non è più teorica. Tusk ha espresso apertamente i propri dubbi sulla reale volontà degli Stati Uniti di onorare l’impegno di difesa reciproca sancito dai trattati. La frustrazione polacca affonda le radici in un episodio inquietante avvenuto lo scorso anno: circa 20 droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco in quella che è stata definita una “provocazione ben pianificata”. In quell’occasione, secondo il premier, alcuni partner della Nato avrebbero “finto che non fosse successo nulla”, mostrandosi riluttanti a reagire per evitare un’escalation. “Non voglio essere pessimista,” ha spiegato Tusk, “ma quello di cui abbiamo bisogno oggi è un contesto pratico”, trasformando le garanzie scritte dell’Articolo 5 in strumenti reali di mobilità militare e potenza bellica.

Il “dossier Spagna”

Mentre il fronte orientale si interroga sulla protezione che potrebbe ricevere in caso di un attacco da Mosca, a Washington si fa strada una linea dura che intende subordinare l’appartenenza all’alleanza alla cooperazione geopolitica totale. La mail interna del Pentagono dettaglia opzioni per colpire i Paesi “difficili”, mettendo nel mirino Madrid per aver negato i diritti di “Abo” (Access, Basing, Overflight – accesso, basi e sorvolo) durante le tensioni con l’Iran.

Secondo il documento, sospendere la Spagna avrebbe un impatto limitato sulle operazioni belliche dirette degli Stati Uniti, ma un “impatto simbolico significativo”. L’obiettivo dichiarato è quello di “diminuire il senso di pretesa degli europei”, inviando un segnale inequivocabile: la protezione americana non è più un diritto acquisito, ma una concessione legata al supporto politico. Tra le altre ritorsioni contemplate figurerebbe persino una revisione della posizione americana sulle isole Falkland in chiave antispagnola (e pro-britannica).

L’ombra di Trump e la fine della “Tigre di Carta”

Questa trasformazione della Nato riflette la visione di Donald Trump, che non ha mai nascosto la sua insofferenza per gli alleati che non “fanno la loro parte”. L’addetto stampa del Pentagono, Kingsley Wilson, ha confermato questa linea, ribadendo che, nonostante gli sforzi americani, molti partner non sono stati vicini a Washington nei momenti critici. L’ordine ricevuto dal Dipartimento della Guerra è chiaro: fornire al presidente opzioni credibili per garantire che la Nato non sia più una “tigre di carta”.

La risposta europea

Di fronte a questa morsa, l’Unione europea sta accelerando il dibattito sulla propria autonomia strategica. Tusk ha dichiarato che la sua missione è ora la “reintegrazione militare dell’Europa”, esortando l’Ue a trasformarsi in una “vera alleanza”. Il punto focale di questa svolta è l’Articolo 42.7 del Trattato Ue sulla mutua difesa. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spinto per “dare vita” a questa clausola, portando l’Unione a occuparsi direttamente di finanziamento di armi, coordinamento della produzione bellica e infrastrutture di difesa comuni, come i sistemi anti-drone.

Il panorama politico europeo, segnato dall’indebolimento di figure filorusse come Viktor Orbán e l’ascesa di leader più collaborativi come il conservatore ungherese Péter Magyar, potrebbe finalmente aprire la strada a una difesa comune. La lezione che arriva da Varsavia e dal Pentagono è univoca: l’Europa deve smettere di dipendere esclusivamente dalle oscillazioni di Washington e iniziare a costruire i propri “campioni della difesa” per garantire la propria sopravvivenza.

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