L’Ue vuole allargarsi a Est, ma gli europei frenano sull’Ucraina

Il sondaggio ECFR fotografa un continente più realista, meno legato agli Usa e più prudente sulle scelte strategiche
2 ore fa
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Bandiera Ue Ucraina
Bandiere dell'Ue e dell'Ucraina (Canva)

Non più solo come promessa ai Paesi candidati, né come lungo percorso tecnico fatto di riforme, capitoli negoziali e criteri da rispettare. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’ingresso di nuovi membri è diventato anche una questione di sicurezza, influenza e peso geopolitico.

Ucraina, Moldova, Balcani occidentali: la nuova frontiera dell’Ue non è più un dossier laterale. È uno dei modi con cui Bruxelles prova a rispondere a una Russia più aggressiva, a un vicinato instabile e a un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti vengono percepiti come meno affidabili di un tempo.

Ma mentre i leader europei parlano di accelerare, l’opinione pubblica manda un segnale più cauto: sostenere l’Ucraina non significa necessariamente volerla dentro l’Unione subito.

È uno dei dati che emerge dal nuovo sondaggio dello European Council on Foreign Relations, condotto a maggio 2026 su 19.481 persone in 15 Paesi: Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

L’indagine racconta un’Europa più realista, meno fiduciosa nella protezione americana, più consapevole della necessità di difendersi da sola. Ma anche un’Europa che, di fronte all’ipotesi di un allargamento verso Est, mostra dubbi e divisioni.

L’allargamento torna geopolitico

Per anni l’allargamento dell’Unione europea è stato raccontato soprattutto come un processo amministrativo: riforme interne, Stato di diritto, adeguamento agli standard europei, negoziati lunghi e spesso poco comprensibili fuori dalle istituzioni.

La guerra in Ucraina ha cambiato il quadro. Oggi l’allargamento è presentato sempre più come uno strumento strategico. Integrare nuovi Paesi significa consolidare il confine politico dell’Europa, ridurre lo spazio di influenza di Mosca, rafforzare la stabilità dei Balcani occidentali e dare una prospettiva europea a Paesi che si trovano direttamente esposti alla pressione russa.

In questo senso, l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue non è solo una questione economica o giuridica. È diventato il simbolo della risposta europea all’aggressione russa. Ma proprio per questo è anche il dossier più delicato: riguarda un Paese in guerra, con enormi esigenze di ricostruzione, un peso agricolo e demografico rilevante e un impatto potenziale sugli equilibri interni dell’Unione.

Secondo il sondaggio ECFR, gli europei continuano a sostenere l’Ucraina nella sua autodifesa contro la Russia. In molti Paesi, l’Ucraina viene vista come un alleato o come un partner necessario con cui cooperare strategicamente. Ma questo sostegno non si traduce automaticamente in consenso per l’adesione all’Ue “nel contesto attuale”.

Il dato più netto è proprio questo: oggi non esiste un consenso pubblico ampio sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Il 32% degli intervistati considera una buona idea creare un’Ue nuova e più ampia, estesa verso Est, per esempio includendo l’Ucraina. Il 30% la considera invece una cattiva idea. Una differenza minima, che mostra quanto il tema sia divisivo.

Sostenere Kyiv non significa volerla subito nell’Ue

La cautela non riguarda solo i Paesi tradizionalmente più scettici sull’allargamento. In Austria, Bulgaria e Ungheria l’opposizione è particolarmente forte. In Ungheria il 47% considera una cattiva idea l’allargamento verso Est, contro il 15% favorevole. In Bulgaria il rapporto è 46% contro 19%, in Austria 42% contro 24%.

Anche in Germania prevale lo scetticismo: il 37% giudica negativamente l’ipotesi, contro il 28% favorevole. In Estonia, Paese che ha sostenuto con forza Kyiv dall’inizio della guerra, l’opinione pubblica è comunque divisa e leggermente contraria all’adesione dell’Ucraina nel contesto attuale: il 37% la considera una cattiva idea, il 32% una buona idea.

Altrove il quadro è diverso. Portogallo, Spagna, Svezia, Paesi Bassi e Italia risultano tra i Paesi più favorevoli. Ma il dato complessivo resta quello di un’Europa senza una maggioranza chiara.

Non è necessariamente un rifiuto dell’allargamento in sé. L’ECFR sottolinea che gli europei sono più disponibili verso un’espansione “a Ovest”, per esempio con un eventuale ritorno del Regno Unito nell’Unione. Il nodo è l’allargamento verso Est, e in particolare l’ingresso dell’Ucraina mentre la guerra non è chiusa e il futuro assetto di sicurezza del continente resta incerto.

La stessa prudenza emerge sul fronte militare. Gli europei continuano a sostenere l’Ucraina, ma sono riluttanti all’idea di inviare truppe nel Paese per mantenere la pace dopo un eventuale accordo. Secondo l’ECFR, questa posizione prevale anche in Germania, Francia e Polonia, tre Paesi chiave per la difesa europea.

Il messaggio politico è chiaro: l’opinione pubblica europea non sta chiedendo di abbandonare Kyiv, ma pretende che i leader trovino strumenti di sostegno più credibili, sostenibili e meno divisivi dell’adesione immediata o dell’invio di truppe.

Un’Europa più autonoma, ma non pronta a ogni scelta

Il sondaggio ECFR fotografa un cambiamento profondo nel rapporto tra europei, Stati Uniti e sicurezza. Solo l’11% degli intervistati considera oggi gli Stati Uniti un alleato. Sei mesi fa era il 16%, nel novembre 2024 il 22%. Un quarto degli europei li vede ormai come un rivale o un avversario, mentre circa metà li considera un “partner necessario”.

È una sfiducia che si traduce in una maggiore apertura verso l’autonomia strategica europea. Molti cittadini ritengono che l’Europa debba ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in materia di sicurezza, rafforzare la propria difesa e acquistare più europeo anche sul fronte militare. C’è anche una disponibilità significativa a finanziare la difesa comune con debito condiviso.

Ma questa nuova autonomia ha dei limiti. Gli europei sembrano pronti a fare di più per difendersi, ma non necessariamente a sostenere ogni scelta presentata come strategica. La difesa comune raccoglie più spazio politico di prima; l’allargamento a Est, invece, resta un terreno fragile.

Il caso italiano è significativo. L’Italia è indicata tra i Paesi relativamente più favorevoli all’allargamento verso Est, ma allo stesso tempo è l’unico tra quelli sondati in cui una maggioranza si dice contraria all’aumento della spesa militare: il 58%. È un dato che racconta una tensione: disponibilità politica verso l’Europa allargata, ma forte cautela sui costi della sicurezza.

Per i leader europei, il sondaggio apre quindi una doppia sfida. Da un lato mostra che esiste uno spazio politico per rafforzare l’autonomia dell’Europa, soprattutto in materia di difesa ed energia. Dall’altro avverte che lo stesso spazio può chiudersi se i governi non riescono a spiegare costi, tempi e conseguenze delle scelte che propongono.

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