L’Ungheria revoca il veto all’adesione ucraina, ma l’Unione europea è davvero pronta?

Rischi e opportunità dell'adesione di un Paese in guerra
6 ore fa
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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (Foto Ipa)
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (Foto Ipa)

In un clima di rinnovata unità, tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno dato il via libera formale all’apertura dei negoziati di adesione con l’Ucraina e la Moldavia. La presidenza di turno cipriota ha già avviato i preparativi per inaugurare il primo “cluster” negoziale durante una conferenza intergovernativa prevista a Lussemburgo il prossimo 15 giugno. Questo primo blocco di capitoli, considerato il cuore del processo di integrazione, riguarda lo Stato di diritto, gli standard democratici e la giustizia. Ma l’Unione europea è davvero pronta all’adesione dell’Ucraina nel blocco?

La fine del veto ungherese: un accordo su minoranze e fondi

Il superamento dell’impasse è stato reso possibile da un radicale cambio di clima a Budapest. Il nuovo primo ministro ungherese, Péter Magyar, subentrato a Viktor Orbán dopo le elezioni di aprile 2026, ha raggiunto un “accordo globale” con Kiev per la tutela della minoranza ungherese in Transcarpazia. L’intesa garantisce diritti linguistici, educativi e politici ai circa 100.000 ungheresi che vivono nell’Ucraina occidentale, risolvendo una disputa che durava da anni.

Tuttavia, la diplomazia suggerisce che dietro la revoca del veto ci siano anche ragioni economiche: le trattative hanno subito un’accelerazione dopo l’incontro di Magyar con i vertici Ue per lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi europei precedentemente congelati. Il neopremier ungherese però resta cauto: si oppone a una procedura accelerata, prevede tempi lunghi e ha già annunciato in un post Facebook che “se l’Ucraina dovesse chiudere tutti i 33 capitoli negoziali entro dieci o quindici anni, l’Ungheria terrà un referendum vincolante sulla questione”.

Perché l’Europa ha bisogno di Kiev: lo “scudo” a est

L’integrazione dell’Ucraina non è vista solo come un atto di solidarietà, ma come una mossa strategica per la sicurezza del continente. L’Ucraina porterebbe in dote un esercito di circa 800.000-900.000 effettivi, con una vasta esperienza bellica superiore a quella di Francia o Polonia. Inoltre, Kiev è diventata un leader mondiale nell’industria della difesa, in particolare nella tecnologia dei droni, dove i test e le innovazioni avvengono in poche settimane contro i tempi burocratici decennali delle potenze occidentali.

In un contesto in cui gli Stati Uniti sembrano sempre più lontani dai problemi europei, l’Ucraina è considerata il pilastro su cui costruire una maggiore autosufficienza militare e una protezione contro le ambizioni del Cremlino.

Ma l’Unione europea è davvero pronta?

L’ingresso di un Paese in guerra, vasto e povero, solleva preoccupazioni concrete in molte Capitali. L’Ucraina è una potenza agricola con un reddito medio molto basso. Il suo ingresso comporterebbe uno spostamento massiccio di fondi per la coesione e sussidi agricoli, trasformando molti attuali beneficiari netti (come i Paesi del Sud e dell’Est Europa) in contributori netti. Inoltre, Francia e Polonia temono che l’arrivo massiccio di prodotti ucraini possa destabilizzare i mercati interni e danneggiare i propri agricoltori. Infine, Kiev deve ancora compiere riforme profonde per combattere la corruzione endemica e rafforzare le istituzioni indipendenti.

Resta anche il nodo di come gestire l’adesione di un Paese con territori sotto occupazione russa. Sebbene il “modello Cipro” (dove il diritto Ue non si applica alla zona turca) sia un precedente, la situazione nel Donbas è infinitamente più tesa e complessa.

Verso una “adesione associata”?

Per gestire queste criticità, si stanno valutando soluzioni inedite. Si parla di “adesione associata” (proposta dal cancelliere tedesco Merz) con diritti di voto limitati, o di “adesione inversa”, in cui Kiev entrerebbe formalmente nel club per poi negoziare l’accesso al mercato unico a tappe, soggetta a clausole di salvaguardia che potrebbero revocare i fondi in caso di ritardi nelle riforme.

Il rischio di un rinvio eccessivo è però elevato: lasciare un’Ucraina potente ma delusa fuori dall’Ue potrebbe compromettere la stabilità futura del continente. Per l’Unione, l’allargamento non è più solo un processo burocratico, ma lo strumento geopolitico decisivo per la propria sopravvivenza.

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