“Avremo legittimità, ma non forza”: undici Paesi Ue sfidano il veto (e l’unanimità) sulla politica estera

Il gruppo, guidato dalla Germania, chiede la fine dei veti “ostruzionistici” in un contesto geopolitico pericoloso per l’Unione. Avanza il sostegno alla maggioranza qualificata per le decisioni in materia di difesa comune
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Merz Von Der Leyen Afp
Friedrich Merz e Ursula von der Leyen a Bruxelles durante l'incontro del 9 maggio 2025 (Afp)

“Avremo legittimità, ma non forza”. È questa la frase che riassume le motivazioni della lettera firmata da undici Stati membri dell’Unione europea e indirizzata all’Alta rappresentante Kaja Kallas. Il documento, visionato da Euronews, chiede la fine dei veti “ostruzionistici” che negli ultimi anni hanno paralizzato la politica estera del blocco, riportando al centro del dibattito una domanda che l’Ue si trascina da tempo: l’Unione può ancora permettersi l’unanimità in un mondo sempre più instabile?

Il contenuto della lettera: cinque principi per superare il veto

A firmare il documento sono Austria, Danimarca, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia, con Berlino in prima linea nel chiedere una riforma della politica estera dell’Unione. Il testo è stato inviato anche agli Stati membri che non l’hanno sottoscritto.

“La cultura del consenso dell’Unione è una fonte importante della sua legittimità. Per questo continuiamo a cercare il consenso ovunque sia possibile”, scrivono i Paesi firmatari. “Ma dobbiamo anche garantire che questa cultura del consenso favorisca l’azione comune invece di impedirla: altrimenti avremo legittimità, ma non forza”.

I firmatari inquadrano la richiesta in un contesto geopolitico mutato: “L’azione esterna dell’Unione si confronta con uno scenario profondamente cambiato, plasmato dalla competizione strategica, da una crescente instabilità e da tentativi di minare l’ordine internazionale fondato sulle regole. In questo contesto, la capacità dell’Unione di difendere i propri valori e interessi dipende dalla possibilità di mobilitare in modo rapido ed efficace il suo peso politico, economico e diplomatico complessivo”.

Sulla base delle lezioni apprese durante i 16 anni di mandato del premier ungherese Viktor Orbán, la lettera delinea cinque principi: rispettare la leale cooperazione e la solidarietà reciproca; aumentare il ricorso alle astensioni costruttive per sostituire i veti; evitare di collegare le decisioni di politica estera a questioni “sostanzialmente non correlate”; esplorare le opzioni previste dai trattati per passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata (una strategia già sostenuta da Ursula von der Leyen); fornire “ragioni essenziali e motivate” per bloccare tale passaggio.

“Il quadro giuridico per tutti e cinque i principi è già esistente. Dipende solo da noi metterli in pratica e far progredire così la nostra politica estera”, si legge ancora nel documento.

L’ombra di Orbán e il precedente del prestito all’Ucraina

Il lungo governo Orbán ha generato seri dubbi sul sistema di voto interno all’Ue. Prima di perdere il potere ad aprile in favore di Peter Magyar, il premier ungherese ha utilizzato ripetutamente il diritto di veto per ottenere concessioni e promuovere i propri interessi nazionali. Il leader di Fidesz ha provocato una crisi senza precedenti quando ha bloccato improvvisamente un prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, concordato personalmente dai leader dell’Ue, a causa di una controversia distinta con Kiev relativa all’oleodotto Druzhba. A febbrario Kaja Kallas, commentando quell’episodio, lo aveva definito un “doppio veto”, perché coinvolgeva contemporaneamente due dossier distinti. Con Orbàn presidente, è stata coniata l’espressione di una Unione europea in formato 26+1.

Von der Leyen e la maggioranza qualificata: “Un modo importante per evitare blocchi sistematici”

La spinta riformatrice ha guadagnato slancio proprio a partire dalla sconfitta elettorale di Orbán in Ungheria, considerata da molti una preziosa opportunità per ricompattare il blocco. Il 13 aprile, Ursula von der Leyen ha colto l’occasione per rilanciare pubblicamente la proposta di superare l’unanimità in ambito di politica estera: “Passare al voto a maggioranza qualificata in politica estera è un modo importante per evitare i blocchi sistemici che abbiamo visto in passato. Dovremmo sfruttare lo slancio attuale per fare progressi su questo tema”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea a Euronews.

Il sistema di maggioranza qualificata proposto richiederebbe il sostegno di almeno il 55% degli Stati membri (15 su 27), rappresentanti almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Von der Leyen ha definito la persistente situazione di blocco imposta da un singolo Paese come una vera e propria “anomalia” nel funzionamento dell’Unione.

Kallas e il “fattore Q”: l’espansione graduale della maggioranza qualificata

Anche Kaja Kallas si era già espressa pubblicamente sul tema, ben prima della lettera degli undici Paesi. In un discorso alla conferenza annuale dell’Agenzia europea per la Difesa, l’Alta rappresentante aveva dichiarato: “Dovremmo anche osare considerare la parola con la ‘Q.  Significa l’espansione graduale della maggioranza qualificata nella Politica Estera e di Sicurezza Comune”. Kallas aveva aggiunto: “L’unanimità significa che non possiamo sempre agire alla velocità che sarebbe necessaria”, sottolineando come il blocco stia già di fatto prendendo decisioni con l’approvazione di 15 dei suoi 27 Stati membri per aggirare l’opposizione di alcuni Paesi su temi chiave, come la stretta alle importazioni di energia russa.

Il paradosso giuridico della “clausola passerella”

Al centro del dibattito tecnico resta la cosiddetta “clausola passerella”, prevista dall’articolo 31 del Trattato sull’Unione europea, che permetterebbe di passare dall’unanimità al voto a maggioranza qualificata caso per caso, senza modificare i trattati.

Il meccanismo, però, presenta un paradosso difficile da superare: il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata richiederebbe a sua volta l’unanimità di tutti i 27 Stati membri, garantendo di fatto un potere di veto anche sulla stessa riforma del veto. Per questo la lettera congiunta sollecita consultazioni “significative” al fine di affrontare le controversie e raggiungere un compromesso condiviso tra tutti i governi.

Il nodo politico: Francia, Germania e il ruolo di Kallas

Il fronte riformista non è privo di tensioni interne su come cambiare l’assetto delle decisioni. Germania e Francia hanno avanzato una proposta che rafforzerebbe il ruolo dell’Alta rappresentante, ma la porrebbe sotto la supervisione diretta della presidente della Commissione. Questa architettura istituzionale, tuttavia, finirebbe per stravolgere gli equilibri di potere a Bruxelles andando ben oltre il problema del veto. Resta inoltre aperta un’incognita politica di lungo periodo: la finestra di opportunità aperta dalla sconfitta di Orbán potrebbe richiudersi rapidamente se Marine Le Pen, convinta euroscettica, dovesse vincere le prossime elezioni presidenziali francesi

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