Return hub fuori dall’Ue, la Grecia testa la nuova linea sui migranti

La legge approvata ad Atene consente di trasferire in Paesi terzi i richiedenti asilo respinti. Il governo punta ad accordi entro l’anno e centri operativi dal 2027
23 ore fa
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Grecia, Campo profughi a Zervou (Ipa/Fotogramma)
Grecia, Campo profughi a Zervou (Ipa/Fotogramma)

La Grecia accelera sui rimpatri e si candida a fare da apripista per una delle misure più discusse della nuova politica migratoria europea: i centri per migranti espulsi fuori dai confini dell’Unione. Il Parlamento di Atene ha approvato una legge che consente di trasferire in “return hub” in Paesi terzi i richiedenti asilo respinti, una volta conclusi accordi bilaterali con i governi interessati.

La norma arriva a pochi giorni dall’accordo raggiunto a Bruxelles sulle nuove regole Ue per rendere più rapidi i rimpatri. L’obiettivo dichiarato è ridurre il divario tra gli ordini di espulsione emessi e quelli eseguiti davvero, uno dei punti deboli del sistema migratorio europeo. Per i governi favorevoli, senza rimpatri effettivi il sistema d’asilo perde credibilità. Per le organizzazioni per i diritti umani, invece, il rischio è che una parte delicata della gestione migratoria venga spostata lontano dal controllo europeo.

Atene accelera sui rimpatri

Il governo greco presenta la nuova legge come una risposta alla pressione lungo le rotte del Mediterraneo orientale e centrale. Dopo il picco della crisi del 2015-2016, gli arrivi in Grecia erano diminuiti, ma negli ultimi mesi Atene ha segnalato nuove pressioni non solo sulle isole dell’Egeo orientale, più vicine alla Turchia, ma anche su Creta e Gavdos, raggiunte da imbarcazioni partite soprattutto dalla Libia.

La scelta del governo è spostare il baricentro della politica migratoria dalla gestione degli arrivi all’esecuzione dei rimpatri. La Grecia non vuole più essere soltanto il Paese di primo ingresso, incaricato di identificare i migranti, gestire le domande d’asilo e trattenere chi è in attesa di una decisione. Con i return hub, Atene prova a diventare uno dei Paesi che definiscono la fase successiva: che cosa accade a chi riceve un no alla richiesta di protezione.

La proposta non riguarda solo la Grecia. Atene lavora con Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Austria alla creazione di hub comuni di ritorno e transito. Il ministro greco per la Migrazione, Thanos Plevris, ha detto che sono in corso contatti con due Paesi africani, senza indicarne i nomi. L’obiettivo è chiudere i primi accordi entro l’anno e rendere operativi i centri nel 2027.

Per Atene, la partita è anche interna. La gestione dei flussi migratori pesa da anni sul dibattito politico greco, soprattutto nelle isole e nelle aree di primo approdo. Il governo vuole mostrare che il sistema non si limita a registrare gli arrivi e a esaminare le domande d’asilo, ma è in grado anche di dare seguito alle decisioni negative. È la stessa richiesta che arriva da molti governi europei: rendere più rapido il passaggio tra rigetto della domanda, ordine di allontanamento e rimpatrio.

Cosa sono i return hub e perché dividono l’Europa

I return hub non sono centri di accoglienza per persone che chiedono protezione internazionale. Sono strutture in Paesi non Ue destinate a chi ha già ricevuto un ordine di rimpatrio o non ha più titolo per restare nel territorio europeo: non riguardano formalmente l’esame della domanda d’asilo, ma la fase successiva, quella in cui lo Stato dovrebbe eseguire l’allontanamento.

È proprio questa fase a creare problemi ai governi europei. I rimpatri possono essere bloccati dalla mancanza di documenti, dal rifiuto o dalla lentezza dei Paesi d’origine nel riconoscere i propri cittadini, da ricorsi, irreperibilità, condizioni di sicurezza o ostacoli diplomatici. Il risultato è che molte persone destinatarie di un ordine di espulsione restano comunque in Europa.

Da qui nasce l’idea degli hub esterni. Il trasferimento in un Paese terzo dovrebbe servire a ridurre la pressione sui sistemi nazionali, evitare che le persone destinatarie di un ordine di allontanamento restino a lungo in strutture europee e rafforzare il peso negoziale dell’Ue nei confronti dei Paesi d’origine. Per i sostenitori, è un modo per rendere più ordinato e credibile il sistema. Per i critici, rischia invece di creare una zona opaca: persone allontanate dall’Ue ma non necessariamente rimpatriate, trattenute in luoghi dove controlli, assistenza legale e tutele potrebbero essere più deboli.

Il punto più delicato riguarda la responsabilità. Finché una persona si trova nel territorio dell’Ue, può rivolgersi a giudici, avvocati, organizzazioni indipendenti, autorità nazionali ed europee. Fuori dall’Unione, il quadro diventa meno immediato. Bisognerà stabilire chi controllerà le condizioni nei centri, quali standard verranno applicati, quali diritti avranno le persone trasferite e che cosa accadrà se il Paese ospitante non rispetterà gli accordi.

C’è poi un altro nodo: il rapporto tra il migrante e il Paese terzo. Una persona respinta dalla Grecia potrebbe essere trasferita in uno Stato africano con cui non ha alcun legame, in attesa di un rimpatrio verso il Paese d’origine. È uno dei punti che preoccupa maggiormente le organizzazioni umanitarie, perché può allungare i tempi, aumentare l’incertezza giuridica e rendere più difficile seguire i singoli casi.

I governi favorevoli ai return hub rispondono che il sistema attuale non funziona. Accogliere chi ha diritto alla protezione, sostengono, richiede anche di rimpatriare chi non ne ha titolo. Altrimenti le decisioni negative restano sulla carta e cresce la sfiducia dei cittadini verso l’intero sistema d’asilo. È questo l’argomento politico su cui Atene e gli altri Paesi favorevoli stanno costruendo la nuova linea europea.

Il caso greco può diventare un precedente

La Grecia non è il primo Paese europeo a guardare fuori dai confini dell’Ue per gestire una parte della politica migratoria. Negli ultimi anni diversi governi hanno provato a spostare in Paesi terzi alcune fasi del processo. Il Regno Unito ha tentato la strada del Rwanda. L’Italia ha firmato un accordo con l’Albania per gestire fuori dal territorio nazionale alcune procedure relative ai migranti soccorsi in mare. La differenza, nel caso dei return hub, è che l’idea entra ora nella cornice delle nuove regole europee sui rimpatri.

Questo cambia la scala del problema. Non si tratta più solo di accordi bilaterali sperimentali, ma di un possibile modello comune o almeno replicabile da più Stati membri. Se la Grecia riuscirà a chiudere gli accordi con Paesi terzi e ad avviare i centri nel 2027, altri governi potrebbero seguire la stessa strada. Se invece il progetto si fermerà davanti a ostacoli legali, diplomatici o organizzativi, il caso greco diventerà il primo test fallito della nuova linea europea.

Molto dipenderà dagli accordi con i Paesi ospitanti. L’Ue e gli Stati membri dovranno chiarire quali garanzie saranno richieste, come verranno finanziati i centri, chi avrà accesso alle strutture e quali meccanismi di controllo saranno previsti. Senza questi elementi, il rischio è che i return hub restino un annuncio politico più che uno strumento operativo. Con accordi solidi, invece, potrebbero diventare una delle principali novità della politica migratoria europea dei prossimi anni.

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