Price cap al petrolio russo, l’Ue evita il regalo a Putin ma l’accordo dura solo sette giorni

Il tetto resta fermo a 44,1 dollari al barile, ma senza una nuova intesa dal primo agosto aumenterebbe seguendo l'andamento del mercato, che risente della situazione in Medio Oriente
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Raffineria
(Canva)

Tutto rimandato: niente 21mo pacchetto di sanzioni contro la Russia e niente accordo sul tetto al prezzo del petrolio russo, quest’ultimo però prorogato alla prossima settimana per evitarne l’aumento. Nonostante tre giorni di colloqui e l’assenza del ‘bastian contrario’ Viktor Orbán, l’ex premier ungherese che spesso e volentieri remava contro le politiche comuni e che era anche diventato il paravento dietro cui nascondersi, il blocco ieri ha gettato la spugna.

Tetto a 44,1 dollari fino al 23 luglio

Non definitivamente: i negoziatori si riuniranno nuovamente il 22 luglio, per superare le divergenze intorno alle nuove sanzioni e per impedire che il prezzo del greggio russo aumenti alla fine di luglio, portando al presidente Vladimir Putin maggiori – e per lui necessari – guadagni. Il meccanismo del price cap è stato introdotto il 15 gennaio scorso e viene rivisto automaticamente ogni sei mesi, con lo scopo di mantenerlo sempre inferiore del 15% rispetto al prezzo medio di mercato del greggio degli Urali.

Ieri gli ambasciatori hanno prorogato il tetto, stabilito a 44,10 dollari al barile fino al 23 luglio. Senza accordi o proroghe, il prezzo salirà automaticamente, seguendo l’andamento dei prezzi colpito dalla guerra in Iran. Per legge, la Commissione europea deve ricalcolare il tetto massimo dopo il 15 luglio, ma il nuovo limite entrerà in vigore solo il 1° agosto, lasciando ancora un po’ di spazio di manovra.

Trattativa sulle sanzioni

I Paesi si sono incagliati sul 21mo pacchetto di sanzioni contro la Russia, misura che richiede l’unanimità e stavolta, in assenza del citato Orbán, ha trovato un ostacolo in Austria e Grecia. La prima vuole che la banca austriaca Raiffeisen venga risarcita l’espropriazione da parte di Mosca di 2,44 miliardi di euro delle sue attività in Russia.

Vienna chiede il sequestro e la vendita di beni russi congelati situati in Austria per un valore di 2,1 miliardi di euro, beni appartengono a una società di proprietà dell’oligarca russo Oleg Deripaska, che ha beneficiato dell’espropriazione da parte di Raiffeisen. Secondo l’Austria, questa misura dovrebbe (o potrebbe) dissuadere il Cremlino da futuri sequestri di filiali russe delle aziende dell’Unione, ma è stata respinta da altre capitali.

La Grecia invece intende proteggere il passaggio del gas naturale liquefatto russo attraverso le acque e i porti dell’Ue se destinato a paesi terzi, e non concorda con le restrizioni imposte dall’Ue in materia.

Merluzzo russo

Rimane poi la questione del pollack, il merluzzo russo alla base dei diffusissimi bastoncini di pesce. Il divieto di importazione è osteggiato da Francia, Portogallo e Germania per timore di ripercussioni sull’industria della trasformazione del pesce.

Una questione che rivela quanto siano complesse e a volte imprevedibili le negoziazioni tra le capitali, come ha sottolineato ironicamente lunedì, al termine del Consiglio affari esteri, l’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, Kaja Kallas: “Prima di assumere questo incarico non sapevo quanto i pesci fossero importanti dal punto di vista geopolitico”.

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