Ets, chi paga il prezzo della transizione? L’Europa si divide sulla CO₂

L’Italia spinge per una revisione profonda, altri nove Paesi chiedono più flessibilità. Francia e Germania difendono il carbon pricing, ma il nodo ormai è la competitività industriale
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Emissioni industria
Emissioni industriali, immagine di archivio (Canva)

L’Italia chiede di frenare l’Ets e una parte dell’Europa è d’accordo. La nuova offensiva contro il sistema europeo delle emissioni è arrivata il 21 settembre da Bologna, al Cersaie, dove il costo dell’energia e quello della CO₂ sono diventati il centro del confronto sulla competitività dell’industria europea.

L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha chiesto di sospendere l’Emissions Trading System finché durerà l’attuale crisi energetica e geopolitica, sostenendo che il meccanismo rischia di colpire settori come automotive, ceramica e cemento. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha rilanciato la richiesta di una revisione radicale. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha spostato invece l’attenzione sui proventi generati dalle quote di emissione e sulla parte che viene restituita al sistema produttivo.

Poche ore dopo è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha definito l’Ets, nelle condizioni economiche attuali, una misura “ingiusta, assurda, insostenibile nella competizione internazionale” e ha parlato del rischio di un “suicidio industriale” europeo. È una posizione politica, contestata da chi considera invece il prezzo della CO₂ necessario proprio per indirizzare gli investimenti industriali verso tecnologie meno emissive.

Lo scontro, però, va molto oltre Roma. L’Ets è già al centro di una revisione proposta dalla Commissione europea il 17 luglio e gli Stati membri hanno posizioni differenti su quanto debba essere modificato. A separare i governi non è più tanto l’obiettivo della decarbonizzazione, quanto il prezzo che l’industria europea può sostenere per raggiungerlo e la velocità con cui può farlo.

Cos’è l’Ets e perché pesa sull’industria europea

L’Emission Trading System è il mercato europeo delle emissioni, operativo dal 2005. È costruito sul principio del “cap and trade”: l’Unione stabilisce un limite complessivo alle emissioni consentite nei settori interessati e mette in circolazione un numero corrispondente di quote, le European Union Allowances. Una quota consente di emettere una tonnellata di CO₂ equivalente.

Ogni anno gli impianti devono restituire un numero di quote corrispondente alle emissioni prodotte. Chi riesce a ridurle può avere quote in eccesso; chi ne produce più di quelle coperte dalle proprie disponibilità deve procurarsele sul mercato. Una parte viene ancora assegnata gratuitamente, soprattutto ai comparti maggiormente esposti alla concorrenza internazionale.

Il meccanismo è concepito affinché il tetto complessivo scenda progressivamente. Le emissioni diventano quindi un costo economico e la convenienza relativa degli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni aumenta. È questo stesso principio, però, ad aver trasformato l’Ets da strumento prevalentemente climatico in uno dei dossier centrali della politica industriale europea.

Per un’acciaieria, una cementeria, un’impresa chimica, una vetreria o una fabbrica di ceramica, il prezzo della CO₂ si aggiunge infatti ai costi energetici e alle altre voci della produzione. Quando esistono tecnologie alternative mature ed economicamente accessibili, quel costo può accelerare la sostituzione degli impianti più inquinanti. Quando la tecnologia necessaria è ancora molto costosa, non è disponibile in quantità sufficiente oppure richiede grandi quantità di energia decarbonizzata, l’impresa ha margini di manovra molto più ridotti.

Il problema diventa ancora più evidente nel confronto internazionale. Un produttore europeo può competere sullo stesso mercato con un’azienda situata in un Paese dove le emissioni non hanno un prezzo equivalente. È il cosiddetto rischio di “carbon leakage”: la produzione può spostarsi fuori dall’Unione senza che le emissioni globali diminuiscano.

Per limitarlo, l’Ets prevede quote gratuite per le attività considerate maggiormente esposte. L’assegnazione non copre automaticamente tutte le emissioni: viene calcolata sulla base di benchmark collegati alle prestazioni del 10% degli impianti più efficienti di ciascun settore.

Parallelamente, dal 2026 è entrato nella fase definitiva il Cbam, il Carbon Border Adjustment Mechanism, progettato per applicare un prezzo al carbonio incorporato in alcune merci importate nell’Ue. Le quote gratuite dei settori coperti dal Cbam sono destinate a ridursi gradualmente mentre cresce l’applicazione del meccanismo alla frontiera. Proprio questo passaggio è uno dei punti sui quali una parte dei governi chiede ora maggiore cautela.

Il costo industriale dell’Ets non è più, del resto, una questione affrontata soltanto dalle imprese. Il 16 settembre gli ambasciatori degli Stati membri hanno approvato la posizione del Consiglio su una modifica delle regole che consentirebbe di utilizzare circa 88 milioni di quote aggiuntive per l’assegnazione gratuita tra il 2026 e il 2030. A queste il Consiglio ne ha aggiunte altri 33 milioni, precedentemente non assegnate. Secondo le stime della Commissione, l’intervento equivale a circa 6 miliardi di euro di minori costi per i settori energivori. La misura deve ancora essere negoziata con il Parlamento europeo.

La misura risponde a una delle principali richieste dei settori energivori, aumentando temporaneamente le quote gratuite disponibili mentre resta in vigore il percorso di progressiva riduzione previsto dall’Ets.

Italia e Polonia guidano il fronte critico, Francia e Germania non vogliono smontare il sistema

L’Italia non è sola. Il 15 luglio, due giorni prima della presentazione della proposta di revisione della Commissione, dieci Stati membri hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sull’Ets: Italia, Polonia, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Romania e Slovacchia.

Il documento chiede una riforma “pragmatica ed equa” e propone di trasformare l’Ets in un elemento della nuova politica industriale europea, affiancando alla riduzione delle emissioni gli obiettivi di competitività e sicurezza economica. I dieci governi chiedono, tra le altre cose, una revisione delle modalità con cui vengono assegnate le quote gratuite, maggiore considerazione delle specificità nazionali e maggiori garanzie contro il carbon leakage. Il gruppo ha inoltre un peso politico rilevante nel negoziato in Consiglio, dove una coalizione di Stati sufficientemente ampia può impedire il raggiungimento della maggioranza qualificata necessaria per approvare una posizione comune.

Il punto più delicato riguarda il rapporto tra quote gratuite e Cbam. Il gruppo ha chiesto di sospendere la loro progressiva eliminazione nei settori interessati fino a quando il nuovo meccanismo alle frontiere non avrà dimostrato concretamente la propria efficacia. Ha inoltre sollevato il problema della prevedibilità del prezzo della CO₂ e della possibile influenza della componente finanziaria sul mercato.

La linea italiana di queste settimane si inserisce quindi in un confronto già aperto a Bruxelles. Ma la richiesta formulata da Descalzi, Urso e Crosetto di sospendere o eliminare temporaneamente il meccanismo va oltre quanto contenuto nella dichiarazione comune dei dieci Paesi, che chiede una profonda revisione ma non l’abolizione dell’Ets.

Francia e Germania si collocano su una posizione differente. Nella dichiarazione approvata al Consiglio dei ministri franco-tedesco del 17 luglio, Parigi e Berlino hanno ribadito il loro “forte sostegno” all’Ets, definendolo lo strumento di mercato centrale per raggiungere la neutralità climatica europea nel 2050.

I due governi riconoscono contemporaneamente la necessità di tutelare la competitività e la base industriale europea. Chiedono quindi aggiustamenti mirati, compresa una revisione delle quote gratuite e dei benchmark affinché riflettano meglio le concrete possibilità di decarbonizzazione dei diversi comparti. La differenza rispetto alla posizione italiana riguarda soprattutto il ruolo del prezzo della CO₂: Francia e Germania continuano a considerarlo un segnale economico indispensabile per spostare capitale verso tecnologie a basse emissioni.

La Commissione si è mossa nella stessa direzione. La proposta presentata il 17 luglio non smonta l’Ets ma modifica le regole sulle quote gratuite e sul Cbam, interviene sul funzionamento del mercato, rafforza il sostegno agli investimenti industriali e prevede nuovi strumenti come una Industrial Decarbonisation Bank e un Investment Booster. Bruxelles presenta esplicitamente la revisione come un tentativo di conciliare l’obiettivo climatico al 2040 con la competitività dell’industria europea.

Il confronto, quindi, non oppone semplicemente governi che vogliono proteggere l’industria ad altri disposti a sacrificarla alla politica climatica. Tutti i principali schieramenti riconoscono ormai un problema di competitività. La divergenza riguarda piuttosto la soluzione. Da una parte c’è chi vuole ridurre sensibilmente il peso del carbon pricing, dall’altra chi intende mantenerne la funzione economica, attenuandone però gli effetti più difficili da sostenere durante la transizione.

Dove finiscono i soldi dell’Ets

La terza questione aperta riguarda il denaro. Al Cersaie Orsini ha chiesto “chi sta facendo i soldi dietro l’Ets”, citando 74 miliardi di euro di incassi europei, 14 dei quali destinati alla Commissione, e sostenendo che in Italia vengano raccolti circa 2 miliardi mentre alle imprese ne tornerebbero 600 milioni. Il riferimento ai 74 e ai 14 miliardi richiede però cautela. I dati ufficiali pubblicati dalla Commissione europea sul complesso delle aste Ets utilizzano aggregati differenti e non consentono di ricostruire immediatamente questi due valori.

Le cifre disponibili mostrano comunque la dimensione finanziaria raggiunta dal mercato europeo del carbonio. Dal 2013 alla fine del 2025 le aste Ets hanno generato oltre 258 miliardi di euro. Nel solo 2025 i ricavi hanno superato 43 miliardi, circa 24 miliardi dei quali sono andati direttamente agli Stati membri. La parte restante è stata destinata a strumenti europei come Innovation Fund, Modernisation Fund e Recovery and Resilience Facility; dal 2025 sono state inoltre messe all’asta quote destinate al Social Climate Fund.

Non si tratta quindi, tecnicamente, di una somma che la Commissione europea incassa liberamente. La distribuzione dei proventi è stabilita dalla normativa e una parte consistente affluisce ai bilanci nazionali o a fondi europei con destinazioni specifiche. Gli Stati membri sono inoltre tenuti a destinare i ricavi Ets, o un valore finanziario equivalente, ad interventi nel campo del clima e dell’energia. Tra le spese ammissibili figurano proprio la decarbonizzazione industriale, lo sviluppo di tecnologie pulite e i sistemi di cattura e stoccaggio della CO₂. Nel 2024, per esempio, le aste avevano prodotto 38,8 miliardi di euro e 24,4 miliardi erano andati direttamente agli Stati membri.

Questo non chiude la discussione sollevata dalle imprese, sposta però la domanda: il problema non è soltanto quanto denaro venga raccolto attraverso l’Ets, ma quanto rapidamente e attraverso quali strumenti torni nei settori chiamati a sostenere i costi più elevati della transizione.

La pressione potrebbe aumentare ulteriormente se resteranno elevati i costi energetici europei. La stessa Commissione, presentando la revisione dell’Ets insieme al nuovo piano per l’elettrificazione, ha riconosciuto che la dipendenza dai combustibili fossili importati ha esposto ripetutamente l’Europa a shock geopolitici e ridotto la competitività delle imprese. Oggi circa il 70% dell’elettricità dell’Unione arriva da fonti pulite prodotte internamente, ma l’elettrificazione della domanda finale di energia è ferma intorno al 23% da un decennio.

La revisione proposta dalla Commissione dovrà ora passare dal negoziato con Consiglio e Parlamento europeo. Ed è su quote gratuite, Cbam e costo della CO₂ per i settori energivori che si concentrerà buona parte dello scontro.