Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sapeva e non ha mosso obiezioni. È questa la notizia che questa mattina Axios rivela, citando fonti vicine ai colloqui con il primo ministro britannico Andy Burnham sulla decisione di sanzionare gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, insieme a altri 11 Paesi. Secondo quanto emerso, Trump è stato informato e non avrebbe chiesto al premier britannico di fare passi indietro.
La notizia dell’assenso di Washington arriva all’indomani dell’annuncio con cui il Regno Unito ha varato un duro pacchetto di restrizioni contro le colonie illegali nei territori occupati. Insieme a Francia, Canada, Spagna, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia, Londra ha dato il via libera alla manovra. Il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, ha illustrato alla Camera dei Comuni misure che prevedono il divieto totale di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti, l’embargo sulla vendita di armi che ne sostengano le infrastrutture e sanzioni mirate contro aziende e individui coinvolti nel loro finanziamento e nella loro costruzione. Il segretario di Stato Pat McFadden ha chiarito che l’obiettivo prioritario è impedire che venga cancellata la prospettiva di una soluzione a due Stati. In una nota congiunta, il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Andy Burnham e il primo ministro canadese Mark Carney hanno definito l’espansione sistematica degli insediamenti una “minaccia diretta e urgente” alla stabilità della regione.
La reazione di Tel Aviv è stata immediata: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha accusato il governo laburista di “ostilità”, ringraziando l’opposizione conservatrice britannica per la contrarietà alle sanzioni, e ha comunicato che il Regno Unito dovrà chiudere il proprio consolato a Gerusalemme Est entro 30 giorni. Nel frattempo, la diplomazia americana mostra accenti divergenti: l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha accusato su X il governo di Londra di “antisemitismo” dopo che Miliband aveva diffuso un video definendo “spaventosa” la situazione umanitaria a Gaza.
Il caso ha riacceso il dibattito anche in Italia: la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha criticato duramente il governo italiano per non aver sottoscritto l’accordo dei 12 Paesi, chiedendo l’approvazione di una legge che vieti il commercio dei prodotti provenienti dalle colonie.
Ma chi sono questi coloni israeliani e cosa esporta Tel Aviv ai partner europei?
Cosa esporta Israele in Europa
Per comprendere la portata di tale misura occorre guardare ai legami commerciali tra Tel Aviv e l’Europa. L’Unione europea, nello specifico, è il primo partner commerciale di Israele. Assorbe tra il 28% e il 30% delle sue esportazioni: un valore complessivo dell’interscambio di beni che è pari a 43,3 miliardi di euro nel 2025.
I beni prodotti negli insediamenti occupati della Cisgiordania rappresentano una quota minoritaria del totale, ma alimentano un mercato significativo focalizzato su prodotti agricoli freschi come datteri, agrumi, uva, avocado, pomodori, peperoni, patate, cetrioli, erbe aromatiche e fiori commestibili. Ma anche beni trasformati e manifattura come il vino, cosmetici, dispositivi per la carbonatazione dell’acqua, articoli in plastica, tessili e giocattoli.
Il nodo centrale per il mercato europeo riguarda la tracciabilità delle merci. In base all’accordo di associazione Ue-Israele del 2000 e a una decisione della Corte di Giustizia dell’Ue del 2019, i prodotti provenienti dalle colonie non possono godere di tariffe doganali agevolate né essere etichettati genericamente come “Made in Israel”, ma devono riportare l’indicazione esplicita dell’insediamento d’origine.
Per eludere i controlli ed evitare i dazi, molti esportatori ricorrono a riclassificazione: dichiarano indirizzi falsi all’interno di Israele, mescolano i prodotti dei territori occupati con quelli coltivati in territorio israeliano durante l’imballaggio o indicano genericamente Israele come Paese d’origine nei certificati.
Chi sono gli Hilltop Youth, i coloni accusati delle violenze in Cisgiordania
Le sanzioni internazionali mirano a colpire la rete di violenze che colpisce i villaggi palestinesi, il cui braccio più visibile è rappresentato dagli Hilltop Youth, alias “Giovani delle colline”.
Si tratta di un movimento nazionalista religioso nato nel 1998, quando l’allora ministro degli Esteri israeliano Ariel Sharon invitò i giovani coloni a occupare le sommità delle colline della Cisgiordania per prevenire futuri negoziati territoriali con i palestinesi. Da gruppo di frangia, il movimento si è trasformato negli anni in una forza politica d’impatto.
Negli ultimi tre anni, gli Hilltop Youth hanno realizzato circa 200 avamposti illegali, intensificando incursioni, incendi dolosi e aggressioni ai danni delle comunità palestinesi. Nei soli primi sei mesi del 2026, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.330 attacchi condotti da coloni.
Rispetto al passato, il gruppo gode oggi di un’ampia impunità e di appoggi diretti all’interno delle istituzioni di Tel Aviv. Come riportato da Al Jazeera, ministri di peso come Bezalel Smotrich (Finanza) e Itamar Ben-Gvir (Sicurezza Nazionale, già condannato nel 2007 per sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo) provengono dal movimento dei coloni o ne difendono apertamente le istanze. L’esecutivo israeliano garantisce decine di milioni di euro in sussidi alimentari e di abbigliamento per gli avamposti, oltre a fornitura di mezzi fuoristrada impiegati nelle incursioni sui terreni. Il ministro della Difesa Israel Katz ha recentemente annunciato di aver cancellato di propria iniziativa tutti gli ordini amministrativi restrittivi pendenti contro i coloni.
L’iniziativa del Regno Unito e degli altri 11 Paesi rappresenta dunque un tentativo di esercitare una pressione economica diretta su un fenomeno che da questione locale si è trasformato in un nodo cruciale della diplomazia internazionale.

