Tatuaggi in polizia, per l’avvocata generale della Corte Ue: “Il divieto discrimina le donne”

Per Tamara Ćapeta, la normativa italiana sui tatuaggi visibili discrimina le donne poliziotte che in alcuni contesti sono obbligate a indossare la gonna
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Poliziotta tatuaggi canva

Un tatuaggio a forma di fiore sul polpaccio sinistro, invisibile con i pantaloni ma visibile con la gonna prevista per le agenti donna in alcune occasioni ufficiali. È bastato questo a escludere una candidata italiana, identificata con le iniziali HG, dal concorso per diventare agente della Polizia di Stato. Il caso, arrivato fino alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ha prodotto il 3 settembre 2026 le conclusioni dell’avvocata generale Tamara Ćapeta, secondo cui la normativa italiana sui tatuaggi visibili, applicata insieme all’obbligo di uniformi differenziate per sesso, costituisce una discriminazione diretta fondata sul genere, vietata dal diritto comunitario e dai principi dello Stato di diritto.

Cosa ha detto la Corte (e cosa no)

È importante chiarire subito un punto tecnico che cambia il peso della notizia: non si tratta di una sentenza definitiva. Quella pubblicata il 3 settembre è l’opinione dell’avvocata generale, una figura che nel sistema giudiziario europeo ha il compito di proporre ai giudici una soluzione giuridica al caso, ma le cui conclusioni non sono vincolanti. Sarà la Corte di giustizia, nella sua composizione di giudici, a pronunciarsi con una sentenza vera e propria nei mesi successivi. È statisticamente frequente — ma non automatico — che i giudici seguano l’indirizzo indicato dall’avvocato generale.

Detto questo, il parere di Ćapeta ha comunque un peso politico e giuridico immediato, perché anticipa con chiarezza la direzione verso cui la giurisprudenza europea sta guardando su un tema che intreccia sicurezza pubblica, parità di genere e libertà personale.

Il caso specifico e il precedente del 2019

La vicenda, identificata con il numero C-320/25, nasce dal ricorso presentato al Tribunale amministrativo regionale del Lazio da una candidata esclusa da un concorso per l’accesso alla Polizia di Stato a causa del piccolo tatuaggio floreale. La normativa italiana vieta infatti ai candidati di avere tatuaggi visibili quando indossano l’uniforme di servizio. Il problema, secondo la ricorrente, è che per le agenti donna l’uniforme prevede in determinate occasioni ufficiali l’uso della gonna, che rende visibile un tatuaggio sul polpaccio o sulla caviglia — situazione che per un uomo, che indossa sempre i pantaloni, semplicemente non si verifica.

Non è la prima volta che il tema dei tatuaggi si scontra con le regole della Polizia italiana. Già nel 2019 era diventato un caso pubblico quello di Arianna Virgolino, agente della Stradale di Guardamiglio, allontanata dal servizio per un piccolo disegno sul polso.

Il divieto di tatuaggi

Secondo l’avvocata generale, il problema non è il divieto di tatuaggi in sé, che in astratto si applica in modo identico a uomini e donne. Il problema nasce dalla combinazione tra questa regola e l’obbligo, imposto solo alle donne, di indossare in certe occasioni un capo di abbigliamento — la gonna — che rende visibili tatuaggi che, su un uomo con gli stessi identici disegni sulla pelle ma sempre in pantaloni, non sarebbero mai un problema. È qui che, secondo Ćapeta, si genera una discriminazione diretta fondata sul sesso: due persone con lo stesso tatuaggio nello stesso punto del corpo vengono trattate in modo diverso solo perché una delle due, in base al genere, è tenuta a indossare un’uniforme che lo rende visibile.

L’avvocata generale ha inoltre respinto le motivazioni addotte dal governo italiano per giustificare la norma. Ha ritenuto che il divieto non superi il test del “requisito essenziale e determinante” per lo svolgimento dell’attività di agente di polizia: in pratica, non è stato dimostrato che avere un tatuaggio visibile comprometta in modo sostanziale la capacità di svolgere le funzioni di sicurezza pubblica e che la disparità di trattamento possa essere giustificata invocando la necessità di tutelare l’immagine, i valori o l’identità istituzionale del Corpo di polizia.

Perché la questione non è solo estetica

Il caso solleva una domanda che va oltre il singolo caso del tatuaggio: quanto le regole formalmente neutre — valide “per tutti” sulla carta — possano nei fatti pesare in modo diverso su uomini e donne, quando si intrecciano con altre norme, come i codici di abbigliamento differenziati per genere. È lo stesso principio giuridico che, in altri ambiti del diritto europeo del lavoro, ha già portato a considerare discriminatorie regole apparentemente uguali per tutti ma che, applicate nel contesto concreto, producono un effetto sproporzionato su un solo genere.

Nel caso della Polizia italiana, l’elemento decisivo individuato dall’avvocata generale è proprio questo: non basta che la regola sui tatuaggi sia scritta in modo identico per uomini e donne, se poi un’altra regola — l’obbligo della gonna in certe occasioni — fa sì che, nella pratica, solo le donne rischino di essere escluse a causa di un tatuaggio che su un collega uomo resterebbe semplicemente invisibile. È il concetto dell’uguaglianza formale che necessita di quella sostanziale, come stabilito dall’articolo 3 della Costituzione italiana.

Il passaggio alla Corte di giustizia Ue

La palla passa ora ai giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea, che dovranno decidere se seguire l’indirizzo tracciato dall’avvocata generale Ćapeta e fornire l’interpretazione del diritto europeo che il giudice italiano del Tar del Lazio dovrà poi applicare per decidere il caso specifico della candidata esclusa. Non c’è, al momento, una data certa per la sentenza definitiva, ma i tempi tecnici della Corte europea rendono plausibile un pronunciamento nei prossimi mesi.

Se i giudici confermeranno l’orientamento dell’avvocata generale, le conseguenze riguarderebbero non solo il singolo caso, ma l’intero impianto dei bandi di concorso per le forze di polizia italiane. Potrebbe rivelarsi necessario rivedere la combinazione tra divieto di tatuaggi visibili e obbligo di uniformi di genere diverse in occasioni ufficiali, per evitare di produrre nei fatti un trattamento diseguale tra candidati e candidate a parità di requisiti professionali.