Islanda al voto sui negoziati con l’Ue, Paese diviso sul futuro europeo

Sabato 29 agosto il referendum sulla ripresa dei negoziati con l'Ue: sondaggi in parità, pesca e sovranità al centro della campagna
19 ore fa
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Islanda referendum Unione europea
JONATHAN NACKSTRAND / AFP

“L’Islanda deve riprendere i negoziati di adesione con l’Unione europea?“. Questa la domanda secca che gli aventi diritto islandesi troveranno sulla scheda del referendum che si terrà sabato prossimo, 29 agosto. Si tratta di un referendum consultivo ai sensi della legge elettorale islandese, anche se le forze governative si sono impegnate a rispettarne l’esito. A maggio la premier Kristrún Frostadóttir l’ha descritto come un voto che “serve a ottenere un mandato negoziale“: l’eventuale adesione all’Ue sarebbe oggetto di un altro referendum in futuro, ammesso e non concesso che gli islandesi decidano di avviare per la seconda volta i negoziati con l’Ue.

I sondaggi: testa a testa

I sondaggi condotti negli ultimi mesi in Islanda mostrano un elettorato spaccato, con un margine di vantaggio per il fronte europeista che si è progressivamente eroso all’avvicinarsi della consultazione. L’ultimo, condotto da Gallup a inizio agosto, ha rilevato che il 46% degli elettori sostiene il sì, il 46% favorisce il no e l’8% è indeciso. Numeri che contrastano con la rilevazione condotta a luglio dall’Istituto Maskína, che vedeva il sì in leggero vantaggio al 53% e il no al 47%, e quella Gallup di giugno, per cui il sì era al 52% e il no al 48%. Di contro, tra fine febbraio e inizio marzo lo stesso istituto aveva registrato un netto vantaggio del sì, a 57% contro il 30% del no e il 13% di indecisi.

Cosa succede se vince il sì

In caso di vittoria del sì, Reykjavik, che fa già parte dello Spazio economico europeo e ha allineato una parte consistente della propria legislazione a quella Ue per integrarsi nel suo mercato, “si troverebbe certamente in prima linea” nel processo di adesione, come aveva dichiarato a marzo l’Alta rappresentante Ue agli Affari esteri Kaja Kallas. L’Islanda ha già chiuso 11 dei 33 capitoli che compongono i negoziati di adesione, e Bruxelles stima che il processo possa concludersi entro uno o due anni. 

Tuttavia, un’eventuale vittoria del no rappresenterebbe un duro colpo per le ambizioni di allargamento dell’Ue, che hanno ripreso nuovo impeto dopo l’invasione russa dell’Ucraina e un lungo periodo segnato dall’assenza di nuovi membri e dall’uscita del Regno Unito. Il voto si può leggere come un test dell’attrattività dell’Ue in un mondo fattosi più turbolento. Anche se la campagna referendaria, per ora, è incardinata soprattutto sull’economia e sulla pesca.

Il precedente: dal 2009 al congelamento

Il primo iter di adesione di Reykjavik iniziò formalmente nel luglio 2009, all’indomani della crisi finanziaria globale, con la richiesta ufficiale di adesione all’Ue e la volontà di proteggere la propria prosperità. Quei colloqui furono poi sospesi nel 2013, quando salì al potere una coalizione euroscettica e l’economia islandese era ormai in forte ripresa, facendo venir meno uno dei principali incentivi all’adesione.

Inoltre, in quel lasso di tempo il sostegno popolare all’ingresso nell’Ue si era decisamente affievolito a causa del blocco dei negoziati sulla questione della pesca, voce delicatissima agli occhi degli islandesi perché rappresenta il 40% dell’export totale dell’isola. Di conseguenza, nel 2015 il governo islandese comunicò a Bruxelles di non avere intenzione di riprendere i colloqui di adesione. Da allora il processo rimase congelato per un decennio, fino all’insediamento dell’attuale governo filo-Ue nel 2024, il cui accordo di coalizione includeva l’impegno a indire un referendum sulla ripresa dei negoziati prima del 2027.

Pesca e sovranità: il nodo della campagna

Come allora, la pesca è emersa come la principale preoccupazione degli elettori, anche perché il controllo sulle acque territoriali è profondamente legato alla sovranità e all’identità nazionale. Il principale nodo da sciogliere in eventuali negoziati futuri sarà probabilmente il rapporto dell’Islanda con la Politica comune della pesca (Pcp) dell’Ue, che stabilisce limiti di cattura e quote di pesca tra gli Stati membri. La Sfs, principale federazione dell’industria ittica islandese, ha avvertito che l’adesione all’Ue priverebbe l’Islanda del “potere di agire come Stato costiero indipendente”, e diversi esponenti del governo islandese hanno riconosciuto che i capitoli relativi ad agricoltura e pesca saranno probabilmente i più complessi da chiudere.

Nel mentre, il dibattito pubblico vede il Paese fortemente polarizzato tra vantaggi di integrazione e tutela della sovranità economica. Il fronte del no poggia principalmente sui rischi legati alla Pcp, temendo quote restrittive e la perdita del controllo esclusivo sulle acque territoriali. Quello del sì evidenzia la necessità di rafforzare gli ancoraggi euro-atlantici nell’Artico e ottenere un seggio al tavolo decisionale di Bruxelles, superando la condizione attuale in cui l’Islanda recepisce gran parte del diritto comunitario tramite l’appartenenza allo Spazio economico europeo e l’adesione all’area Schengen (libero movimento di merci e persone) senza poter votare le normative. Sul tavolo anche la potenziale adozione dell’euro nel lungo termine come scudo contro la volatilità della corona islandese.

Artico, Trump e la variabile sicurezza

Nel frattempo lo scenario internazionale è stato sconquassato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, in particolare le sue frequenti minacce di impossessarsi della Groenlandia, scambiandola talvolta per l’Islanda stessa. Sullo sfondo, l’importanza crescente della regione artica per le nuove rotte commerciali e le ricchezze minerarie, entrambe rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci.

In un rapporto pubblicato a inizio 2026, la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha scritto che “il sistema internazionale con cui abbiamo convissuto dalla fine della Seconda guerra mondiale sta vacillando”: in quest’ottica una cooperazione più stretta con l’Ue rappresenta “una variabile fondamentale” per salvaguardare gli interessi del Paese. Tuttavia, la decisione di indire il referendum è stata presa prima di questi cambiamenti nella politica internazionale, e le valutazioni sulle alleanze di difesa e la sicurezza dell’Islanda devono ancora trovare spazio in una campagna elettorale che rimane incentrata sulle questioni economiche.

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