“Non attaccate la Nato”. È questa la richiesta mossa dal direttore della Cia, John Ratcliffe, al Cremlino. A rivelarlo è il Wall Street Journal, il quale ha ricostruito il viaggio diplomatico di Ratcliffe per incontrare l’intelligence russa a Mosca. Dietro c’è la frustrazione di un conflitto che letteralmente non trova pace e di un’escalation da entrambi i fronti, con l’Ucraina che tiene testa a Putin. Il ruolo dell’Unione europea e degli alleati Nato è sempre più a rischio e Washington intanto osserva con apprensione l’esaurimento delle proprie scorte di armi dovuto alle crisi in Medio Oriente e teme una nuova mobilitazione russa dopo le elezioni legislative del 18-20 settembre.
Lo stallo militare in Ucraina, con un conflitto giunto ormai al suo quinto anno, vede Mosca considerare un’espansione della sua campagna di sabotaggi e incursioni di droni per saggiare la solidità dell’articolo 5. In questo scenario, il viaggio di Ratcliffe non è stato solo un atto diplomatico, ma una manovra di deterrenza pura, volta a stabilire un coordinamento dell’intelligence che funga da argine per evitare un’escalation incontrollata verso un conflitto diretto. La gravità del momento è accentuata dalla cooperazione militare tra Mosca e Teheran: il Cremlino starebbe fornendo all’Iran intelligence cruciale per localizzare asset militari americani nella regione.
Direzione Mosca, in cerca di pace
La logistica del viaggio di John Ratcliffe restituisce il senso di una missione febbrile. Il direttore della Cia è giunto a Mosca a bordo di un C-17A Globemaster III, il “cavallo di battaglia” pesante del Pentagono, ideale per trasportare veicoli specializzati e apparecchiature elettroniche protette. Il volo, decollato dalla base di Andrews, ha effettuato uno scalo tecnico di 24 ore a Riga, in Lettonia, dove è stato avvistato anche un secondo velivolo statunitense, un C-40B modificato per il trasporto di alti funzionari, prima di atterrare nella capitale russa alle 9 di martedì.
La permanenza è durata appena otto ore e mezza. Un tempo strettamente necessario per consegnare un avvertimento senza concedere spazio a cerimoniali o a un incontro con Putin. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha confermato che i contatti sono avvenuti esclusivamente attraverso i canali dei servizi segreti, definendo l’apertura di questo canale d’emergenza come un “fenomeno positivo” in un momento di crisi profonda: “I contatti attraverso i canali dei servizi segreti sono di per sé un fenomeno positivo, un processo positivo. Questi contatti spesso continuano anche nei momenti più difficili delle relazioni bilaterali. Ma se questo influenzerà, nel complesso, il processo per portare le nostre relazioni bilaterali fuori dalla profonda crisi in cui si trovano è prematuro dirlo a questo punto”.
L’impiego di aerei militari così imponenti, rintracciabili dai radar civili nonostante la segretezza di facciata, suggerisce che il viaggio fosse destinato a essere notato: un segnale di presenza fisica in un momento in cui la diplomazia tradizionale sembra aver esaurito le parole, soppiantata dalla brutale realtà del campo di battaglia.
Lo stallo militare e la strategia di una guerra ibrida
Dietro l’ombra dell’incontro dei dell’intelligence c’è un conflitto entrato in una fase di escalation nei raid a lungo raggio. L’Ucraina ha intensificato i colpi contro le infrastrutture energetiche e logistiche, portando la guerra nel cuore economico della Russia. Giganti come Wildberries hanno visto colpiti 24 magazzini, mentre Ozon ha subito il crollo del 30% del proprio titolo alla Borsa di Mosca. Putin ha risposto con il decreto n. 604, un provvedimento che segna una vera e propria “nazionalizzazione strisciante”: lo Stato può ora assumere il controllo temporaneo di infrastrutture critiche, sequestrando titoli, quote societarie e diritti patrimoniali se i proprietari non garantiscono una protezione efficace contro i droni.
Questa vulnerabilità logistica è stata bilanciata da una massiccia rappresaglia russa. Nelle ultime ore, missili e droni hanno martellato i centri logistici e l’industria bellica di Kiev e Boryspil, colpendo duramente anche i complessi metallurgici e le raffinerie di Zaporizhzhia, Kremenchuk, Kryvyi Rih e Illichivka. Secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg, la frustrazione russa per lo stallo potrebbe portare all’uso di potenti missili balistici convenzionali contro la capitale ucraina o, come “estrema risorsa”, all’opzione nucleare tattica.
L’asse Londra-Kiev
In questo scenario, l’attivismo britannico sembra voler colmare il parziale disimpegno di Washington. Il premier Andy Burnham, nel suo primo viaggio all’estero a Kiev, ha autorizzato la condivisione di dati riservati per permettere l’assemblaggio in Ucraina dei missili Scalp/Storm Shadow, armi capaci di colpire bunker a oltre 250 chilometri. Lo scontro verbale è stato immediato: Peskov ha accusato Londra di “aggiungere benzina sul fuoco”, ricevendo la secca replica di Burnham: “Chi ha appiccato l’incendio?”.
Mentre Londra accelera, la diplomazia americana appare sospesa in un vacuo d’attesa. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sminuito il viaggio di Ratcliffe definendolo “semi-routine” e legandolo vagamente alla fine della guerra, mentre la missione degli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner è stata rinviata. Manca un’agenda solida per una negoziazione reale, un vuoto che spinge l’Europa verso una postura di difesa più assertiva e autonoma.
Il ruolo di Bruxelles e il riarmo nazionale
L’atto finale di questa catena di eventi si sposta a Bruxelles. Il direttore della Cia John Ratcliffe non ha informato l’Ue riguardo alla visita a Mosca. Lo conferma la portavoce-capo della Commissione europea, Paula Pinho, nel corso del briefing giornaliero con la stampa. Rispondendo a una domanda della stampa riguardo all’anticipare il programma di prontezza Ue alla difesa, Readiness 2030, al 2026, Pinho sottolinea che la data è “domani, in realtà, se ci pensiamo in termini di cosa significhi e quanto sia vicino”.
L’Ue, ha aggiunto il portavoce Thomas Regnier, “non sta aspettando che scada il termine del 2030 per agire”, come dimostrano gli esborsi nell’ambito del programma Ue di prestiti per investimenti nella difesa, Safe. “Con un altro esborso rilasciato ieri abbiamo già assicurato più di 90 miliardi di euro”, sottolinea. “Il lavoro è in corso. I contratti stanno venendo firmati. Quindi la Commissione e l’Ue nel suo insieme stanno avanzando sul fronte della difesa a piena velocità”, ha concluso.
E, infatti, Kaja Kallas ha già annunciato per l’autunno il pacchetto di sanzioni più esteso dall’inizio del conflitto, con l’obiettivo di colpire il complesso militare-industriale russo. I dati dell’offensiva economica sono imponenti: 3.000 persone ed entità già sanzionate, a cui se ne aggiungeranno circa 1.000 nuove, mentre i beni privati congelati ammontano a 28 miliardi di euro.
Tuttavia, la compattezza dell’Unione resta fragile, come dimostra l’esenzione ottenuta a luglio dalla Grecia per il trasporto di gas liquefatto russo e la mancata notifica all’Ue della missione diplomatica statunitense. In questo clima di incertezza sul futuro impegno americano, Paesi come l’Italia stanno compiendo una svolta storica: l’impiego dei fondi Safe – originariamente destinati alla coesione e al sociale – per il riarmo nazionale. È il segno di una trasformazione de facto in un’economia di difesa, necessaria per non farsi trovare impreparati di fronte a una pace che, al momento, sembra non avere ancora un’agenda politica su cui poggiare.

